Si specula sul prezzo di soia e mais

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Giù il prezzo del latte, su i costi del mangime: “Si specula sul Coronavirus”

Coldiretti Pesaro Urbino – Giù il prezzo del latte, su i costi del mangime: “C’è chi specula sul Coronavirus”.

Latte pagato meno agli allevatori nonostante l’aumento dei consumi allo scaffale. Per questo la Coldiretti ha allertato tutta la rete organizzativa a livello nazionale, con gli uffici provinciali e locali, per monitorare gli attacchi contro le stalle, attivando una casella di posta [email protected] per raccogliere informazioni e segnalazioni, sulla base delle quali agire a livello giudiziario se non verranno fornite adeguate motivazioni. Un modo per monitorare e informare le Istituzioni e gli organi di controllo sugli attacchi speculativi contro le stalle.

“Nella nostra provincia – dicono da Coldiretti PU – abbiamo segnalazioni di allevatori che si sono visti decurtare – da 40 a 35 centesimi – la quota al litro per il conferimento del latte bovino, mentre abbiamo notizia di riduzioni (ancora non quantificate) anche per il latte ovino, attualmente pagato circa 90 centesimi al litro”.

Speculazioni

E questo nonostante i consumi di latte e formaggio siano aumentati: Coldiretti su dati Iri ha calcolato un +59% di latte Uht e circa il 30% in più per i formaggi. Di contro, è stato segnalato l’incremento dei costi per le materie prime per l’alimentazione del bestiame come soia, orzo e mais, dovuti a difficoltà di approvvigionamento da parte dei grossisti, ma forse anche in questo caso dietro gli aumenti si nascondono fenomeni speculativi.

“Chiediamo prioritariamente di conoscere tutti i quantitativi di latte estero che entrano nella nostra provincia e i nominativi delle aziende che importano tale latte e vigileremo con la massima attenzione tutte le dinamiche in atto nel settore lattiero caseario, denunciando tutti i tentativi di speculazione – attaccano Tommaso Di Sante e Paolo De Cesare, presidente e direttore di Coldiretti Pesaro Urbino – chiediamo anche l’esclusione dei responsabili da qualsiasi forma di indennizzo che il Governo metterà in campo per affrontare l’emergenza Coronavirus: in gioco c’è il futuro di un settore che nella nostra provincia conta oltre 130 realtà tra allevamenti bovini e ovicaprini. Infine, invitiamo ancora una volta i cittadini ad aderire alla campagna #mangiaitaliano per salvare la reputazione del Made in Italy e per difendere il territorio, l’economia e il lavoro”.

Finanza & Mercati La speculazione risveglia i prezzi di soia e cereali

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un rally inatteso

La speculazione risveglia i prezzi di soia e cereali

  • –di Sissi Bellomo
  • 22 aprile 2020

Meno di due mesi fa erano ai minimi pluriennali e, con scorte enormi e coltivazioni in buona saluta, sembravano destinati a languire a lungo su bassi livelli di prezzo. Invece improvvisamente и cambiato tutto: prima il mercato della soia e poco dopo anche quello dei cereali sono diventati incandescenti.

Gli speculatori hanno fiutato l’arrivo di una fase di volatilitа e si sono buttati in massa sul comparto, provocando un rally clamoroso e per alcuni versi sconcertante: anche se non manca qualche appiglio sul fronte dei fondamentali, nulla и cambiato in modo tanto drastico da giustificare la portata dei rialzi e dell’attivitа di trading, con volumi di scambio e posizioni aperte che sono saliti addirittura al record storico nel caso dei semi di soia al Cbot. Le quotazioni intanto hanno preso a correre, fino a entrare in «bull market»: la risalita и di oltre il 20% da inizio marzo, quando i semi di soia avevano toccato il minimo dal 2009. Per la prima volta dall’estate scorsa il prezzo ha superato la soglia psicologica dei 10 dollari per bushel.

Anche il mais, che era stato mandato a picco dalle intenzioni di semina negli Usa (si veda il Sole 24 Ore del 2 aprile), и salito ai massimi da 9 mesi, spingendosi in questo caso oltre il livello chiave di 4 $/bu. Il grano – nonostante scorte globali mai cosм alte da oltre trent’anni – ha seguito a ruota: il prezzo и tornato sopra 5 $/bu a Chicago, in recupero del 17% dai minimi quinquennali.

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A dimostrazione che si tratta soprattutto di movimenti speculativi, concentrati sui mercati Usa, a Parigi non c’и stato lo stesso rally: il grano quota 152,50 euro/tonnellata, in rialzo solo dell’8% dai minimi. Inoltre i trader fanno notare che sul mercato fisico non ci sono stati rincari rilevanti, neppure per la soia, che negli Usa и venduta a forte sconto rispetto ai valore dei futures.

A risvegliare l’interesse degli hedge funds – che piщ in generale, col recupero del petrolio, stanno tornando verso le materie prime – и stato il maltempo in Sud America. Le piogge che da una ventina di giorni martellano l’Argentina stanno ritardando i raccolti di soia, che erano attesi abbondanti, e rovinandone la qualitа: su 60 milioni di tonnellate di produzione stimata, Buenos Aires stima che le perdite ammontino giа a 3,3 milioni di tonnellate. Per il mais ad attirare l’attenzione и invece soprattutto il Brasile, con il problema opposto della siccitа. Il Governo ha sospeso per sei mesi i dazi sulle importazioni, suggerendo che il Paese potrebbe avere necessitа di acquistare all’estero per soddisfare il suo fabbisogno.

Grano, soia, mais. Così le grandi banche speculano sugli alimenti

di Mauro Del Corno – Prezzi degli alimentari alle stelle, guadagni milionari per le banche che speculano – Numeri alla mano, nel 2020 le quotazioni della soia sono aumentate di oltre il 30% e durante l’estate quelle di grano e mais sono schizzate rispettivamente del 30 e del 38 per cento. Intanto è cresciuto fino a raggiungere i 125 miliardi di dollari anche il valore complessivo dei derivati sulle materie agricole. Nel 2020, 44 milioni di persone sono scivolate nella povertà.

Il World Development Movement stila una lista degli istituti di credito che hanno guadagnato di più soffiando sul fuoco de rincaro dei beni agricoli. In testa Barclays con 630 milioni di utili in due anni. Per la Banca Mondiale il costo medio mondiale degli alimenti base è ormai ai massimi storici.

Quando in giro c’è puzza di bruciato prima o poi trovi sempre qualche grande banca con una scatola di fiammiferi in tasca. Questa volta a infiammarsi sono i prezzi di alimenti base come grano o soia da cui dipende la vita centinaia di milioni di persone. A soffiare sul fuoco è invece soprattutto la banca inglese Barclays – quella dello scandalo sulla manipolazione del Libor, il tasso che regola i prestiti interbancari in valute diverse dall’euro – responsabile delle speculazioni più massicce sui beni agricoli che, come denuncia il World Development Movement, le hanno garantito guadagni per mezzo miliardo di sterline (630 milioni di euro) negli ultimi due anni.

Numeri alla mano, nel 2020 le quotazioni della soia sono aumentate di oltre il 30% e durante l’estate quelle di grano e mais sono schizzate rispettivamente del 30 e del 38 per cento. La Banca Mondiale ha recentemente segnalato che il costo medio mondiale degli alimenti base è ormai ai massimi storici e ha denunciato come 44 milioni di persone nel 2020 siano scivolate nella povertà a causa della corsa dei prezzi del cibo. Ad innescare i rialzi più recenti è stata innanzitutto la siccità che quest’estate ha ridotto sensibilmente i raccolti di Stati Uniti e Russia ma, come sempre in queste situazioni, l’azione speculativa arriva in un secondo momento per sfruttare e amplificare i movimenti dei prezzi. Il valore complessivo dei derivati sulle materie agricole, ossia quegli strumenti finanziari come i futures o le opzioni utilizzati dai grandi investitori per scommettere sui rialzi dei prezzi, supera infatti ormai i 125 miliardi di dollari, un valore più che raddoppiato rispetto a quello di cinque anni fa.

Oltre a Barclays il World Development Movement indica Goldman Sachs e Morgan Stanley tra le banche più attive nella speculazione alimentare, pur senza fornire l’ammontare esatto dei loro profitti. Gli altri big della finanza sembrano invece avere una posizione più defilata. Royal Bank of Scotland ha venduto la sua divisione dedicata alle commodities agricole, HSBC concentra le sue scommesse sui metalli, Jp Morgan soprattutto sul petrolio, mentre la svizzera Ubs predilige i metalli preziosi pur avendo manifestato di recente la volontà di tuffarsi anche nel mercato delle materie prime agricole. Grandi speculatori su beni alimentari erano fino a poco tempo fa anche le tedesche Deutsche Bank e Commerzbank ma una crescente pressione dell’opinione pubblica le ha indotte a ridimensionare sensibilmente la loro attività in questo campo.

Scoprire con precisione quanto le banche investano su grano, mais, riso o soia è tutt’altro che facile. Per ovvie ragioni non sono dati che gli istituti di credito amano divulgare e spesso nei loro bilanci i profitti realizzati sulle diverse materie prime vengono accorpati sotto un un’unica voce. Un modo indiretto per capire quanto sia forte la presenza di una banca nel mercato delle materie prime è rappresentato dal cosiddetto VAR (Value at Risk), un indicatore utilizzato per calcolare a quanto potrebbe ammontare la perdita massima realizzabile in un singolo giorno. Dagli ultimi dati disponibili si scopre così che in sole 24 ore Barclays potrebbe arrivare a perdere 25 milioni di dollari per le sue scommesse sulle materie prime. Goldman Sachs potrebbe invece mandare in fumo fino a 23 milioni, Morgan Stanley 26 milioni, Jp Morgan 14 e Ubs circa 4 milioni.

Le banche erano già finite nell’occhio del ciclone nel 2008, quando in pochi mesi i prezzi dei beni agricoli volarono alle stelle innescando crisi alimentari, proteste e rivolte in diversi paesi del mondo. E’ difficile stabilire con esattezza quale sia l’incidenza della speculazione nel movimento al rialzo dei prezzi, tuttavia è innegabile che un effetto ci sia. Ad ammetterlo sono stati gli stessi analisti di Barclays che in una nota inviata ai propri clienti hanno spiegato come l’azione della finanza stia effettivamente spingendo i prezzi al rialzo. Due settimane fa Chris Mahonley, il direttore della divisione agricola della multinazionale svizzera Glencore, (di cui si parla molto in questi giorni come possibile acquirente dello stabilimento Alcoa di Porto Vesme) ha descritto la crisi alimentare in atto e la corsa dei prezzi come una “buona occasione d’affari”. Un’altra conferma indiretta arriva dalle parole di Howard Shulz, amministratore delegato della catena Starbucks che ha recentemente affermato: “Il prezzo del caffè è ai massimi da 34 anni e su livelli da record si trovano anche altre commodities agricole senza che questo abbia niente a che fare con il meccanismo della domanda e dell’offerta”.

di Mauro Del Corno su Il fatto quotidiano

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