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L’intensa giornata valutaria del 7 febbraio

Dal punto di vista valutario, la giornata del 7 febbraio, appare molto intesa con numerosi appuntamenti e quasi tutti importanti. Il mercato europeo sarà particolarmente sensibile ai meeting con la Banca Centrale Europea e con la Bank of England.

La BCE e la BoE sono chiamate a prendere delle decisioni importanti sui tassi d’interesse, in più, il governatore della Bank of England deve fare un discorso davanti alla Commissione del Tesoro, mentre a Bruxelles si discuterà delle prospettive finanziarie dell’Eurozona dal 2020 al 2020.

Le oscillazioni del mercato valutario, però, nella giornata di oggi inizieranno dall’Australia dove il governo pubblicherà i dati sul cambiamento dell’occupazione. Le prime indiscrezioni parlano di un aumento degli occupati nel paese e di un corrispondente calo del tasso di disoccupazione. Si dovrebbe avere quindi un effetto rialzista sulla moneta.

Poi si passa alla Svizzera, la cui banca centrale, deve pubblicare l’indice sulle riserve di valuta straniera illustrando un po’ meglio la volontà di gestione del tasso di cambio del franco sull’euro.

Arriviamo quindi al Regno Unito dove saranno definito dalla banca centrale il programma di acquisti del paese e le dinamiche di definizione dei tassi d’interesse. Appuntamento cruciale anche con la BCE. La conferenza stampa di Draghi illustrerà le decisioni sui tassi d’interesse e sulle guerre valutarie in atto. Il mercato potrebbe essere molto volatile.

Si concluderà la giornata con le notizie sui sussidi di disoccupazione USA.

Tag: market mover

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Opzioni binarie: le minute delle banche centrali e non solo

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L’intensa giornata valutaria del 7 febbraio

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L’intensa giornata valutaria del 7 febbraio

2020-02-01 – di Daniel Gros

Daniel Gros и direttore del Centre for European Policy Studies.

BRUXELLES – Varie forme di “bond europei”, piщ precisamente eurobond, sono state recentemente proposte come via d’uscita dall’attuale crisi dell’Eurozona, cosa che, a detta dei fautori, faciliterebbe una riduzione dei costi di indebitamento. Tuttavia, tale ambizione sembra pressochй destinata a fallire sul nascere.

Il perchй и presto detto, basta pensare ai benefici a lungo termine che ci si potrebbe aspettare da tali bond. La domanda и: i bond europei potrebbero offrire tassi di interesse piщ bassi rispetto ai tassi medi previsti per le obbligazioni nazionali?

Secondo i sostenitori degli eurobond, i tassi potrebbe creare un mercato piщ ampio e piщ liquido rispetto a quello delle obbligazioni nazionali. Probabilmente tale vantaggio и perт limitato a un risparmio potenziale di pochi decimi di punto percentuale, che non и altro che la differenza in tassi di interesse tra questi bond e bond sovrani di alta qualitа, come ad esempio quelli emessi dalla Germania e dall’Austria.

Un ulteriore vantaggio dei bond europei sarebbe il “risk pooling”, ossia la trasformazione di rischi individuali in frazioni di rischio collettivo: se i rischi a cui vanno incontro i singoli membri dell’Eurozona in difficoltа non fossero troppo dissimili – e non fossero troppo correlati tra loro – l’emissione condivisa di bond potrebbe, in teoria, ridurre il rischio di credito per gli eurobond rispetto al rischio medio previsto per le obbligazioni nazionali.

Questa perт non и un’argomentazione da avallare ora, in un momento in cui i rischi dell’Eurozona sono del tutto irregolari (zero per i paesi principali e considerevoli per la periferia) e vi sono persino forti correlazioni tra i paesi periferici (che sono vulnerabili agli stessi shock, quali ad esempio tassi di interesse elevati o crescita bassa).

Di conseguenza, i guadagni dell’Eurozona derivanti dai bond europei potrebbero risultare irrilevanti. La “scienza triste” non fa altro che ripetere: nessuno ti regala niente. Ciт che i paesi debitori guadagnano in termini di bassi costi di finanziamento sarebbe controbilanciato dalle perdite per i paesi creditori, sia in termini di elevati costi di indebitamento che di basso reddito da interessi.

Tuttavia, paesi come Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna devono affrontare un problema reale: ora che i boom dei consumi e dell’edilizia sono passati, dovranno inevitabilmente attraversare un lungo periodo di lenta crescita. Allo stesso tempo, dovranno pagare tassi di interesse nettamente superiori, facendo lievitare il proprio debito e riducendo la propria capacitа di estinguere tale debito. И quindi di vitale importanza per questi paesi una riduzione dei tassi di interesse.

Ciт nonostante, i bond europei non riusciranno a raggiungere neanche questo minimo obiettivo. Sono numerose le proposte avanzate, e tutte condividono due caratteristiche. La prima и quella di consentire ai membri dell’Eurozona di emettere bond garantiti “congiuntamente e individualmente” da tutti i membri fino a una certa soglia – ad esempio, sino al 40% del Pil, come hanno recentemente proposto il primo ministro del Lussemburgo Jean-Claude Juncker e il ministro italiano dell’economia, Giulio Tremonti. La seconda prevede che gli eurobond siano di tipo senior rispetto ai risarcimenti privati. Questa seconda componente и cruciale, perchй renderebbe tutti gli altri debiti governativi di tipo junior.

In pratica, ciт significa che se la Grecia dovesse ristrutturare il proprio debito una volta raggiunta la soglia per l’emissione di bond, presumibilmente estinguerebbe in toto tali bond (che rappresentano essenzialmente il debito multilaterale ufficiale), e tutte le perdite sarebbero a carico dei prestatori privati. Il valore dei risarcimenti privati di conseguenza crollerebbe.

L’emissione di eurobond non ridurrebbe il debito complessivo di un paese, ne cambierebbe solamente la sua composizione. Sappiamo che le societа non possono modificare il proprio valore totale di mercato cambiando la composizione delle passivitа (facendo in modo che alcuni risarcimenti siano di primo grado rispetto ad altri). Lo stesso vale per i paesi: fare in modo che alcuni risarcimenti siano di primo grado rispetto ad altri non porterebbe a una riduzione dei costi medi di indebitamento, a causa del costo elevato di finanziamento privato una volta trasformato in debito junior.

La sostituzione parziale del debito nazionale con eurobond potrebbe ridurre il costo marginale di estinzione del debito per i paesi in difficoltа durante la loro emissione. Sostanzialmente il loro costo medio non verrebbe tuttavia ridotto perchй, se i creditori ufficiali fossero di tipo senior rispetto ai prestatori privati, il finanziamento ufficiale su ampia scala – che viene utilizzato principalmente per ripagare il debito maturato – impedirebbe ai governi di accedere ai mercati privati del credito.

Inoltre, a fronte di un’ampia emissioni di eurobond, tale problema si acuisce, perchй l’esistente eccedenza di debito privato diventa sempre piщ rischiosa. Poichй i costi di indebitamento tendono a crescere proporzionalmente rispetto all’incremento del rischio, un paese con un ampio volume di bond europei circolanti potrebbe di fatto affrontare costi di indebitamento piщ onerosi. L’esperienza insegna altresм che i rischi negativi sono spesso esclusi dal mercato, e ciт implica che un paese con un elevato peso debitorio e numerosi bond europei circolanti potrebbe non essere in grado di emettere debito privato.

Naturalmente, se i paesi membri sono disposti a condividere i propri debiti, potrebbero ricavarne, in media, una piccola riduzione dei costi per l’estinzione del debito. Ma ciт richiederebbe l’europeizzazione della politica economica nel suo insieme, incluse, ad esempio, le aliquote fiscali e le regole pensionistiche. Dato che i membri dell’Eurozona hanno rifiutato persino l’idea di eventuali sanzioni automatiche per quei paesi con deficit eccessivi, certamente non approveranno una perdita di sovranitа di tale portata.

Questo implica che gli eurobond sono in generale una cattiva idea? No. Se tutti i paesi membri avessero un basso livello di debito pubblico, l’emissione di eurobond fino al 40% o al 60% del Pil coprirebbe tutte le necessitа di finanziamento, e i paesi potrebbero ricavare un modesto premio di liquiditа. I mercati non consentirebbero loro di creare un vasto debito, e non sussisterebbe alcun rischio di default. Una condizione necessaria per l’emissione di eurobond и quindi quella di ridurre, prima di tutto, il debito pubblico a un livello sostenibile. Ma questo non rientra nell’agenda ufficiale, almeno non per il momento.

Fonte – Project Syndicate, 2020
Traduzione – Simona Polverino

2020-02-01 – di Jim O’Neill

Jim O’Neill и presidente di Goldman Sachs Asset Management e membro del board di Bruegel, un think tank europeo.

LONDRA – Sono passati nove anni da quando ho coniato l’acronimo “BRIC”, che и diventato sinonimo dell’ascesa di Brasile, Russia, India e Cina. Sono trascorsi oltre sette anni da quando io e miei colleghi di Goldman Sachs abbiamo dato alle stampe per la prima volta un report relativo alle prospettive economiche fino al 2050 in cui suggerivamo che i quattro BRIC sarebbero cresciuti piщ rapidamente rispetto ai paesi del G7 e, insieme agli Stati Uniti, avrebbero costituito le cinque principali economie del mondo.

Sono passati oltre cinque anni da quando и apparsa per la prima volta l’espressione “N-11” (Next 11, Prossimi 11), etichetta che raggruppava le undici economie con le maggiori prospettive di crescita per popolazione e che intendeva affermarsi accanto ai BRIC per il proprio potenziale.

Questi 15 paesi fanno oggi da traino alla ripresa economica mondiale. La Cina ha sorpassato il Giappone come seconda potenza economica del mondo, con una produzione che и quasi pari a quella degli altri tre paesi BRIC messi insieme. Il loro Pil complessivo si attesta attorno agli 11.000 miliardi, ossia all’incirca l’80% di quello americano.

La domanda domestica nei paesi BRIC и persino impressionante. Il valore collettivo in dollari dei consumatori BRIC viene solitamente stimato attorno ai 4.000 miliardi di dollari, presumibilmente 4.500 miliardi di dollari. Il mercato al consumo americano vale oltre il doppio – all’incirca 10.500 miliardi di dollari – ma la forza dei consumatori BRIC sta attualmente crescendo a un tasso annuale, in termini di dollari, di circa 15%, ossia a un tasso annuale che si aggira sui 600 miliardi di dollari.

Di questo passo, entro la metа di questo decennio i paesi BRIC aggiungeranno altri 1.000 miliardi di dollari di consumi all’economia globale. Ed entro la fine del decennio, tali consumi avranno un valore superiore rispetto a quelli americani.

In effetti, a un certo punto di questa decade, le economie BRIC nel loro insieme saranno piщ grandi dell’economia americana, con il Pil cinese che da solo raggiunge i due terzi di quello americano. I quattro paesi saranno responsabili per almeno la metа della crescita del Pil reale mondiale, forse per il 70%.

Oltre ai BRIC, tra i probabili paesi presenti nella top ten che contribuiranno alla crescita del Pil globale rientreranno, in questo decennio, Corea del Sud, Messico e Turchia. Dal cosiddetto mondo sviluppato, solo gli Usa si sono garantiti un posto in classifica – e la top 20 potrebbe includere Iran, Nigeria, Filippine e Vietnam.

Allora come dovremmo considerare ora il termine “mercati emergenti”?

Alcuni settimane fa, ho deciso con alcuni colleghi di approfondire il termine “economie in crescita”, che Goldman Sachs ha adottato nel 2020 per descrivere numerosi mercati dinamici del mondo. In parole povere, un’economia in crescita dovrebbe essere considerata come un’economia che probabilmente vivrа una crescente produttivitа, che insieme a dati democratici favorevoli, и orientata a una crescita economica in grado di superare la media globale.

Un’economia necessita, perт, anche di dimensioni e forza sufficienti per consentire agli investitori non solo di investire, ma anche di chiudere e abbandonare l’investimento al momento giusto. Allora abbiamo optato per la soluzione seguente: qualsiasi economia all’esterno del cosiddetto mondo sviluppato che contribuisce almeno per l’1% all’attuale Pil globale dovrebbe essere definita un’economia in crescita.

Con una taglia di questo genere, attualmente attorno ai 600 miliardi di dollari, un’economia dovrebbe essere abbastanza ampia da consentire agli investitori e alle aziende di agire come nei paesi avanzati, e avere il potenziale per crescere ancora piщ rapidamente. Tutte le altre economie dovrebbero continuare ad essere denominate mercati emergenti. In base a tale definizione, attualmente sono otto i paesi qualificati: i BRIC, insieme a Corea del Sud, Indonesia, Messico e Turchia. Altri, invece – tra cui Arabia Saudita, Iran, Nigeria e Filippine – potrebbero essere inseriti nella lista nei prossimi vent’anni.

И anche tempo che nella scelta dei propri portafogli gli investitori inizino a valutare in modo adeguato i criteri di benchmark. Negli ultimi decenni, gli investitori azionari hanno comunemente basato le proprie decisioni su benchmark neutrali determinati dalla capitalizzazione di mercato di societа e indici. In questo modo perт si dа maggior peso all’economia americana e alle sue aziende rispetto ai cosiddetti mercati emergenti.

Un approccio alternativo sarebbe quello di utilizzare un benchmark ponderato in base al Pil. Per gli investitori coraggiosi e decisi, un benchmark che incorpora il Pil previsto per il futuro dа nettamente piщ peso ai mercati emergenti, soprattutto alle economie in crescita.

L’indice che Goldman Sachs calcola ogni anno per circa 180 paesi, denominato Growth Environment Score (GES), viene utilizzato per monitorare la produttivitа e la probabilitа di crescita sostenibile. L’indice si compone di 13 sottoindici che valutano la crescita e la produttivitа generale con un punteggio da 0 a 10. Attualmente, ad esempio, il GES della Corea и 7,5, rispetto al 6,9 degli Stati Uniti.

Le economie che restano piccole e che hanno bassi punteggi GES sono propriamente trattate come mercati emergenti con molti rischi. Anche se possono crescere in modo significativo e uscire dalla loro situazione attuale, sono vulnerabili agli sviluppi avversi che si verificano nei principali paesi sviluppati – soprattutto negli Usa – e nei mercati finanziari di questi paesi.

I paesi con bassi punteggi GES devono intraprendere politiche che consentano loro di crescere. Secondo le nostre previsioni, ad esempio, entro i prossimi 20 anni la Nigeria, che da sola rappresenta il 20% dell’intera popolazione del continente africano, potrebbe contribuire al Pil globale per l’1%. Da un lato il suo attuale punteggio GES pari a 3,9 и perт nettamente inferiore alla media dei BRIC e dei N-11, dall’altro l’economia di questo paese и quasi raddoppiata per dimensioni negli ultimi 13 anni. Se continua cosм, entro il 2030 non sarа piщ un’“economia emergente”.

Questo sarebbe un bel colpo per la Nigeria – e per l’Africa. Ma ancor piщ emozionante и pensare che la Nigeria con buona probabilitа non sarа l’unica a classificarsi tra le economie in crescita.

Fonte – Project Syndicate, 2020
Traduzione – Simona Polverino

01 febbraio 2020| Ora 12:35 – di WSI-ETF SECURITIES
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Alert commodities: anche in un’ottica di investimento. E non solo del petrolio. I due precedenti giorni di rally che hanno interessato il settore – i guadagni si sono confermati i piщ alti dallo scorso dicembre – hanno portato infatti le materie prime a sovraperformare il trend delle azioni, dei bond e del dollaro per il secondo mese consecutivo.
Numeri alla mano, Bloomberg fa notare che l’indice S&P GSCI Total Return Index – che rappresenta 24 materie prime – и salito del 3,1% a gennaio, registrando il quinto mese consecutivo di crescita: si tratta del periodo di rialzi piщ lungo dal 2004.
Il MSCI All-Country World Index che si riferisce all’azionario и aumentato invece dell’1,6% inclusi i dividendi. E lo US Dollar Index, che mostra la performance del dollaro rispetto alle sei principali valute a livello mondiale, и sceso sempre a gennaio dell’1,6%; infine, il Global Broad Market Index per i bond governativi e corporate и sceso dello 0,2%. I dati, stilati da Bank of America Merrill Lynch, si riferiscono al mese terminato il 28 gennaio.
In generale, le commodities hanno battuto il trend dei titoli azionari per il terzo mese consecutivo, il periodo piщ lungo dal giugno del 2008, dopo che la Fed ha confermato l’intenzione di proseguire nell’acquisto di treasury per 600 miliardi di dollari e dopo che la domanda di abiti e beni alimentari ha trainato al rialzo le quotazioni del cotone, del cacao e del rame. Altro fattore и stato il trend dell’indice MSCI che, sulla scia delle preoccupazioni relative al fattore Egitto, ha segnato il 28 gennaio il peggior calo da novembre, a fronte del rally del petrolio e dei carburanti.
“Ci sono problemi che riguardano il fronte dell’offerta che hanno sostenuto i prezzi di molte commodities”, ha spiegato a Bloomberg Walter “Bucky” Hellwig, che gestisce 17 miliardi di dollari presso la societа di BB&T Wealth Management di Birmingham, Alabama”. E, ovviamente, anche motivi di carattere speculativo, secondo altri analisti.
Le quotazioni del cotone sono balzate del 16% a gennaio, segnando il maggior rialzo tra le 24 commodities dell’indice S&P GSCI: il rally и stato il piщ sostenuto da almeno il 1960. E l’oro и salito dell’1,7% lo scorso 28 gennaio, mettendo a segno il guadagno maggiore in dodici settimane, e riducendo cosм il calo che aveva segnato a livello mensile.
Nel commentare la performance delle commodities, intervistato da Class Cnbc, Alessandro Milesi di finanze.net, ha affermato che, in un’ottica di investimento, и interessante in questo contesto guardare anche a quelle societа che fanno parte del settore delle energie rinnovabili e alternative.
Ancora, l’ultima analisi stilata dagli esperti di ETF Securities ha messo in evidenza che di fatto le commodities hanno sovraperformato la maggior parte degli asset nel 2020, mantenendo la loro posizione di asset class che ha riportato il miglior trend negli ultimi dieci anni.
Lo studio ha precisato in particolare che gli ETP delle commodities che replicano la performance del palladio, del cotone e dell’argento hanno garantito ritorni nell’anno rispettivamente del 103%, del 98% e dell’82%, e che l’anno scorso lo stesso indice generale sul settore DJ-UBSCI и salito del 19%.
Riflettendo la forte performance del comparto, gli asset delle commodity globali gestiti negli ETP sono balzati al record di 163 miliardi di dollari nel 2020, in crescita del 48%, dunque di 53 miliardi di dollari, rispetto al 2009: una performance che ha fatto delle commodities l’asset class degli ETP a maggior tasso di crescita nel 2020.

01 febbraio 2020| Ora 21:30 – di WSI
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Record storico per il rame, il cui futures con scadenza marzo ha chiuso in rialzo del 2% (8,45 centesimi di dollaro) a $4,543 per libra. Mai al Comex, divisione del New York Mercantile Exchange, il metallo industriale aveva chiuso a tale livello.
Tra i fattori che hanno spinto le quotazioni del rame figurano le aspettative per una solida domanda (merito dell’ISM manifatturiero Usa ai massimi di maggio 2004, ma anche del Pmi cinese ed europeo, quest’ultimo al top di aprile), scorte in calo e l’indebolimento del dollaro, sceso ai minimi di novembre. “La domanda sembra piu’ forte di quanto ci si aspettasse”, ha detto a MarketWatch Catherine Virga, analista di CPM Group, secondo cui il rame dovrebbe arrivare nel corso dell’anno a $4,75-5 per libbra.
Il deficit globale di scorte sul mercato del rame, hanno scritto gli analisti di Commerzbank ai propri clienti, “potrebbe ampliarsi significativamente” tanto che alcuni stimano un deficit di oltre 800.000 tonnellate per quest’anno. “Il rally e’ destinato a continuare”, ha aggiunto l’ufficio studi della banca tedesca. Bank of America-Merrill Lynch ha fatto notare che il rame ha viaggiato in un ristretto trading range nelle ultime settimane in parte anche per la carenza degli operatori cinesi in vista delle celebrazioni per il Nuovo Anno cinese. “Non appena le vacanza saranno finite in Cina vedremo prezzi ancora piu’ alti”, ha commentato a Dow Jones Jesus Villegas, analista di Harbor Intelligence. “I cinesi torneranno al lavoro e chiederanno rame da tutto il mondo”, ha aggiunto. Il ruolo della paese dei Dragoni e’ determinante, essendo il primo consumatore al mondo di questa materia prima.

Il trend al rialzo del rame appare particolarmente solido se si considera che il nuovo record e’ stato messo a segno mentre la posizione dominante (circa l’80-90%) presente nel mercato da novembre (e in mano interamente a JP Morgan, almeno per un certo periodo) e’ stata progressivamente chiusa. Stando al London Metal Exchange la vendita complessiva e’ avvenuta entro il 19 gennaio ed ora i trader detengono non piu’ del 30% del rame disponibile sul mercato, ha scritto il Financial Times.
Secondo il quotidiano finanziario inglese, i trader dell’LME a Londra sono d’accordo nell’ammettere che la tensione non e’ mancata quando e’ iniziata a circolare la voce che un solo operatore controllava di fatto il mercato del rame. Ma, hanno aggiunto, un’anticipata ed ampia carenza di scorte nel lungo termine unita al bisogno da parte delle controparti cinesi di comprare contratti sull’LME per ridurre il rischio dei loro investimenti, allungando le scadenze dei futures in loro possesso, ha fatto il resto.
D’altra parte non e’ la prima volta che l’LME si trova a dover gestire posizioni dominanti: l’anno scorso ci sono state 617 casi. Le autorita’ politiche di Parigi e Bruxelles, ma anche Usa, hanno piu’ volte fatto pressioni affinche’ venissero fissati dei limiti, ora inesistenti. Ma, sotto certi aspetti, LME sembra piu’ stringente di soluzioni ipotetiche avanzate da autorita’ Ue o Usa: si focalizza su controllo delle scorte piuttosto che sui futures. Ogni trader, banca o hedge fund che si ritrova ad avere oltre il 50% delle scorte disponibili per un determinato metallo e’ costretto a cederne in prestito una parte ad altri operatori a tassi stabiliti. Cosi’ facendo si impedisce che un operatore possa inflazionare i prezzi accumulando la specifica commodity.

mercoledм, 2 febbraio 2020 – 12:29 – di Marco Caprotti
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I dubbi sono iniziati a circolare nelle sale operative fra la fine del 2020 e l’inizio dell’anno: vista la partenza a razzo del mercato americano, non sarа che il gap di crescita fra i Paesi sviluppati e quelli emergenti si sta riducendo? E ancora: se questo succedesse, gli investimenti potrebbero spostarsi dalle aree in via di sviluppo per concentrarsi su quelle piщ conosciute? “Le previsioni per la crescita economica globale sono state riviste al rialzo nel mese di dicembre insieme alla pubblicazione di studi e dati ufficiali che, in linea di massima, hanno superato le attese degli operatori”, spiega uno studio di Andy Brunner, analista di Morningstar (NASDAQ: MORN – notizie) . “In generale si puт dire che la ripresa avrа due velocitа. Ma la differenza fra i mercati emergenti e quelli sviluppati si sta assottigliando. Gli Stati Uniti, in particolare, daranno un discreto contributo al Pil globale, in un momento in cui la crescita delle regioni emergenti inizia a dare segni di rallentamento”.
Ottimismo per i Paesi sviluppatiLe stime elaborate dalle principali case di investimento parlano di una crescita mondiale del 4,4% nel 2020. Un ritmo al di sotto del 4,8% circa segnato nel 2020, ma comunque decisamente forte. “Questo andamento correrа su due strade: da una parte quella delle aree sviluppate che porteranno un contributo modesto; dall’altra gli emergenti che, Asia in testa, continueranno a condurre la gara”. Dando un’occhiata alle prime previsioni che circolano sul 2020, si nota perт che la distanza fra sviluppati ed emergenti si assottiglia sempre di piщ. La media del consensus fra gli economisti che fino ad ora si sono esercitati in una previsione piщ lungo termine dice che gli Usa passeranno dal +3,3% di quest’anno al +3,5% nel 2020. La Cina, invece (che nel 2020 ha segnato +10,1%) nel 2020 crescerа del 9,3% per poi passare al +9,1% nell’esercizio seguente. Nel frattempo sono state migliorate le stime per l’Eurozona (+2% nel 2020 e poco sopra nel 2020, grazie soprattutto alla Germania).
“Per quanto riguarda gli Usa, una ventata di ottimismo и arrivata con la decisione di proseguire con i piani di stimolo all’economia, con gli sgravi fiscali e con gli aiuti all’occupazione”, continua lo studio. “Nel caso del Vecchio continente и difficile prevedere un peggioramento di tutta l’area euro a causa dei problemi di debito di alcuni Paesi dell’Ue che dovrebbero rimanere circoscritti agli stati coinvolti”. Questa crescente fiducia nella ripresa delle economie sviluppate и espressa bene dall’andamento dei mercati finanziari. Da inizio anno l’indice Msci World (NYSE: MCN – notizie) (calcolato in euro) и cresciuto piщ dell’1%. Il contributo maggiore и arrivato dal paniere North America (+1%) e dallo Europe (notizie) . Pesante, invece, l’Asia (Giappone escluso) che ha chiuso il periodo in calo del 3,7%.
Il tempo и dalla parte degli emergentiConsiderare indeboliti i Paesi emergenti, tuttavia, и decisamente prematuro. “I mercati stanno ragionando su prospettive di breve periodo per le aree in via di sviluppo che, in un orizzonte temporale ampio non possono competere con i nuovi mercati”, spiega Marc Rothfeld, Managing director di Selector. “I numeri parlano chiaro anche nel caso delle zone in via di sviluppo. In Brasile, ad esempio, negli ultimi sei anni и triplicato il numero delle persone che sono passate da una situazione di povertа a una di benessere. Si tratta di tassi che continueranno a migliorare nei prossimi anni. Questo vuol dire che, sia nel medio e lungo termine avremo, a che fare con soggetti interessati a comprare di piщ e a fare investimenti per far fruttare la propria ricchezza”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Stefan Angele, responsabile degli investimenti di Swiss&Global Asset Management. “I mercati emergenti attraggono una quota sempre maggiore degli investimenti globali”, spiega. “Ad oggi il tasso di crescita reale del Pil di questi Paesi и quasi il triplo di quello delle economie sviluppate, senza contare che la loro partecipazione alla ricchezza globale sta raggiungendo il livello dei Paesi del G7. I fattori a favore di un proseguimento di questo trend sono diversi. Tra i piщ importanti, sottolineiamo il livello di debito pubblico contenuto, i processi di urbanizzazione e industrializzazione, l’aumento del commercio con l’estero e la crescita della popolazione”.

Martedм 01 Febbraio 2020 . Mercoledм 02 Febbraio 2020 . Giovedм 03 Febbraio 2020
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02 febbraio 2020| Ora 17:30 – di WSI
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La scorsa estate era stata colpa dell’ondata di incendi in Russia. Sono seguite le forti piogge in Brasile. Ora bisogna fare i conti con le peggiori condizioni climatiche di sempre che stanno colpendo l’Australia e che spingono ulteriormente al rialzo le quotazioni del grano.
E’ Yasi a cui i trader guardano. Si tratta del piu’ catastrofico ciclone che abbia mai investito il Queensland e che vede coinvolta anche la costa nord-orientale australiana, gia’ messa in ginocchio dalle recenti alluvioni. Qui si possono osservare gli sconvolgimenti atmosferici in tempo reale.
E’ inevitabile che la comunita’ finanziaria segua attentamente la situazione metereologica del paese: il ciclone, che ha un fronte di 650 chilometri, e’ di categoria 5, la piu’ distruttiva. Sara’ accompagnato da venti a 280 km l’ora, piogge torrenziali e nuove alluvioni. Le conseguenze? Danni enormi per il raccolto di una delle materie prime piu’ importanti su scala globale.
Lo sa bene Dennis Gartman, il noto investitore che ogni mattina invia ai suoi clienti la The Gartman Letter . “Le persone in Australia non hanno bisogno di un’altra tempesta ma la stanno per ricevere e ad essa seguiranno pesanti alluvioni. Il suolo nell’est dell’Australia e’ ovviamente gia’ saturo (di acqua). Non puo’ trattenerne altra. I raccolti che ancora non sono stati distrutti nel Queensland e nel New South Wales potrebbero presto andare in fumo e quel che rimane del raccolto di grano invernale non puo’ probabilmente essere considerato perduto. I futures del grano viaggiano al rialzo sul CBOT (Chicago Board of Trade). E continueranno a farlo”, si legge nella nota di Gartman.
Gartman non manca di prendere in considerazione l’ondata di freddo e le tempeste di neve che stanno mettendo al tappeto gli Stati Uniti. Anche questa – ricorda – e’ una variabile che va condireta nel mercato delle commodities agricole. L’effetto “potrebbero essere esagerato” spingendo ancor piu’ su i prezzi.
Tornando alla Russia, si ricorda che due giorni fa il Cremlino ha comunicato che non intende estendere oltre la scadenza di luglio il divieto all’esportazione di grano, se i raccolti saranno buoni e supereranno gli 80 milioni di tonnellate.
Non vanno sottovalutate poi le tensioni in Medio Oriente. In Algeria, per scongiurare eventuali “rivolte del pane”, sulla falsariga di quelle scoppiate in Tunisia ed Egitto, il premier ha ordinato all’Office Algerien Interprofessionnel des Cereals di accelerare le importazioni di grano, tanto quello duro che tenero. In Egitto, primo importatore mondiale di grano, il governo ha assicurato nei giorni scorsi che le scorte sono sufficienti per almeno sei mesi.
Intanto i futures americani su mais e semi di soia hanno toccato i massimi di due anni. I trader sono preoccupati per gli scioperi che hanno bloccato le consegne di prodotti agricoli nei porti in Argentina, esportatore principe

giovedм, 3 febbraio 2020 – 08:16 – di Marco Caprotti
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Per qualcuno quella del Giappone и una pausa per tirare il fiato. Per altri si tratta dell’inizio di un nuovo periodo difficile. Di certo, per ora, c’и solo il dato dell’indice Msci del Sol (Milano: SOL.MI – notizie) levante che nell’ultimo mese (fino al primo febbraio e calcolato in euro) ha perso l’1,7% (nel 2020 ha segnato +21,2%). Che qualcosa nell’Arcipelago non stia funzionando и stato detto nelle settimane scorse dall’agenzia di rating Standard&Poor’s che ha abbassato il giudizio sul debito del Paese a AA-1 (comunque il quarto livello piщ alto) facendo riferimento alla continua crescita del debito, giа uno dei piщ alti fra i Paesi industrializzati.
Un Paese per vecchiSecondo i dati della Bank of Japan (NYSE: MCO – notizie) i costi per la sicurezza sociale, in un Paese che sta diventando sempre piщ vecchio, dal 2000 sono cresciuti del 60% e peseranno per il 53% sulle spese statali dell’anno fiscale che inizierа ad aprile. A cercare di buttare acqua sul fuoco ci ha provato la stessa BoJ, secondo cui “ci sono buone possibilitа che la frenata economica del Giappone finisca presto e la nazione ritorni sul sentiero di una crescita moderata”. Secondo il consensus degli economisti elaborato dagli analisti di Morningstar (NASDAQ: MORN – notizie) , il Pil del Sol levante, dopo il +4,3% fatto segnare nel 2020, quest’anno segnerа +1,4%, che diventerа un +2% nel 2020.
Segnali di vitaQualche segnale in realtа si vede. Le esportazioni a dicembre sono aumentate per il secondo mese consecutivo, mentre la produzione industriale ha fatto segnare quasi un anno di crescita consecutiva grazie alla domanda in arrivo da Stati Uniti e Cina. Proprio questi due mercati rappresentano la speranza per un Paese che vive essenzialmente di export. Gli Usa con i loro dati macroeconomici danno segnali di uscita dalla crisi economica. I dubbi, semmai, riguardano il Regno di mezzo. E non tanto per la forza della sua economia (che nel 2020 e 2020 dovrebbe rimanere al di sopra del 9%), quanto per i tentativi fatti da Pechino per cercare di frenare la corsa e raffreddare l’inflazione. Le manovre per sgonfiare soprattutto la bolla immobiliare potrebbero portare a una frenata delle costruzioni con conseguenti minori ordinativi di macchinari adatti ai cantieri (che, per la maggior parte, sono made in Japan).
I muscoli dello yenUn elemento importante per interpretare il futuro del Sol levante riguarda la forza dello yen e, di conseguenza, l’impatto che ha sul prezzo degli articoli giapponesi. La valuta nipponica a novembre dell’anno scorso ha raggiunto il record degli ultimi 15 anni toccando quota 80,22 contro dollaro. In questi giorni viene trattato attorno a 81,6 (sempre rispetto al biglietto verde). E secondo alcune analisi in un futuro prossimo potrebbe assestarsi sotto il livello di 80. Per evitare lo svantaggio competitivo di una divisa eccessivamente tonica la Honda ha deciso di spostare la produzione di alcuni veicoli negli Stati Uniti e in Messico. Una scelta che potrebbe essere seguita da altre aziende che hanno come principale mercato il nord America.

04 febbraio 2020| Ora 06:33 – di WSI
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L’irrituale presenza del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi al comitato esecutivo dell’Abi (l’associazione delle banche), lunedм pomeriggio, и stata vista negli ambienti finanziari come la spia che la situazione del credito и davvero delicata. Non soltanto per le nuove regole internazionali, che rischiano di costare agli istituti italiani 43,5 miliardi, visto che a tanto ammonta la ricapitalizzazione necessaria (secondo una stima del Boston Consulting Group) per uniformarsi agli standard noti come Basilea 3. Quelli sono problemi di domani e anche di dopodomani, visto che le nuove regole richiedono ancora undici anni per diventare definitive.
I problemi per le banche italiane, quelli che hanno spinto l’Abi a cercare un dialogo rafforzato con l’organismo di vigilanza, cioи la Banca d’Italia, sono molto piщ immediati. Il primo и l’andamento della cosiddetta economia reale: non c’и crescita. Il 2020 si chiuderа con un aumento del Pil di un misero 1 per cento, ormai tutte le stime concordano. Effetto pratico: le imprese che si sono indebitate per non licenziare o per non chiudere, nell’attesa che la ripresa facesse ripartire i profitti cosм da rimborsare la banca, devono continuare a trattenere il fiato. E non sono in grado di ripagare il debito, quindi la banca non puт sperare di riavere quanto prestato.
La prova che le cose stanno cosм и che, mentre l’Abi discuteva con Draghi, al tavolo tecnico presso il ministero dell’Economia si arrivava all’accordo per allungare la moratoria dei crediti alle piccole medie imprese. Le aziende in difficoltа avranno tempo fino a luglio per chiedere la sospensione di un anno dei rimborsi e quelle che l’hanno giа chiesta possono ottenere una proroga di tre anni. Cosм le imprese possono sperare di sopravvivere e le banche non dovranno svalutare i loro crediti.
Ovviamente non c’и solo questo. Tra dicembre e gennaio, come ha sottolineato la Banca centrale europea, ci sono state ondate di panico sui mercati finanziari intorno al debito pubblico italiano, e gli effetti si sono sentiti subito. Le banche sono imbottite di Btp e un allargamento degli spread (cioи un aumento della differenza di rendimento rispetto a un analogo titolo tedesco) determina una svalutazione di fatto di quei titoli del Tesoro italiano.
La crisi politica e l’insistenza con cui la Germania vuole costringere l’Europa a discriminare i Paesi con troppo debito (e quello dell’Italia и al 118 per cento del Pil) preoccupano non poco le banche. Anche perchй la ripresa dell’inflazione in Europa (a gennaio 2,4 per cento, sopra la soglia di guardia del 2 per cento) lascia presagire che presto la Bce aumenterа il costo del denaro. Con due conseguenze: i margini per le banche aumenteranno, facendo risalire i ricavi, ma molte imprese crolleranno sotto il peso del debito e la banca sarа costretta a svalutare il suo credito.
I grandi gruppi, poi, hanno problemi specifici: i destini di Unicredit sono legati a quelli della Germania e dell’Est, Intesa и la piщ esposta verso l’Egitto (impieghi per 2,3 miliardi di euro), MontePaschi ha storici problemi strutturali dovuti in parte alla costosa acquisizione di Antonveneta, come ha rilevato di recente l’economista Alessandro Penati su “Repubblica” (provocando una secca smentita della banca). Tanto che in ambienti finanziari circola da tempo l’ipotesi, per ora solo di fantafinanza, di una fusione dell’istituto senese con Intesa. Di cose di cui parlare con Draghi, i banchieri ne hanno quindi parecchie.

Fonte – Il Fatto Quotidiano

2020-02-07 – di Pietro Monsurrт

Si sente spesso dire che la crisi finanziaria и colpa del “libero mercato”, in quanto si ritiene che l’eccesso di liberalizzazioni abbia liberato gli “animal spirits” fino a portare alla crisi subprime nel 2007 e allo sfacelo che ne и seguito. Questa ricostruzione и erronea: la crisi и la naturale ed inevitabile conseguenza di anni e anni di interventi pubblici sul mercato.

Per spiegare il perchй in termini piщ semplici possibili partirт da tre assunti.
1. Il mercato и un sistema complesso in cui milioni di “agenti” si coordinano tra loro grazie al calcolo dei profitti e delle perdite: dove ci sono profitti arrivano piщ risorse, dove ci sono perdite le risorse fuggono alla ricerca di impieghi migliori. Il mercato и cosм complesso da non essere gestibile in maniera burocratica e “politica”, e non esistono alternative al sistema dei profitti e delle perdite per consentirne il funzionamento.
2. La complessitа del mercato и tale che eventuali problemi possano accumularsi nel tempo, ingigantirsi, e diventare evidenti solo dopo molti anni: ad esempio, se si assume troppo debito perchй si sottostima il rischio che gli investimenti vadano male, non si subiscono immediatamente perdite, perchй queste saranno evidenti solo dopo che gli investimenti si saranno rivelati erronei, e non mentre si accumulava debito, quando al contrario i nuovi investimenti stimolavano la domanda e tutti pensavano di essere piщ ricchi di quello che erano effettivamente.
3. Esistono numerose politiche che rimuovono temporaneamente le perdite e dunque falsano il meccanismo di mercato che ne consente il coordinamento, generando problemi che si accumulano nel tempo, e alla fine generano una crisi che, se le distorsioni accumulatesi sono gravi, puт essere lunga e profonda: nessuna di queste politiche puт essere considerata di “libero mercato”. Queste politiche sono: la politica monetaria discrezionale anticiclica, i bailout governativi, le garanzie governative sui debiti, e le garanzie governative sui depositi. Sfido chiunque a dire che non abbiano caratterizzato la storia macroeconomica degli ultimi due o tre decenni.

Considererт come esempio particolare la politica monetaria americana: a partire dal 1987 и intervenuta a sostegno dei mercati una mezza dozzina di volte: nel 1987, nel 1991, nel 1999, nel 2001, e nel 2007. Supponiamo che un’azienda si indebiti a tre mesi per finanziare un investimento della durata di dieci anni, e dopo due anni ci sia un’improvvisa scarsitа di capitali che impedisce all’azienda di rinegoziare il debito. Cosa succederebbe se lo Stato intervenisse per creare credito e aiutare l’impresa? L’impresa non avrebbe piщ motivo di preoccuparsi per i propri debiti, e anzi, aumenterebbe gli investimenti ulteriormente confidando che non ci saranno problemi con i debiti. Ma una volta che tutti ragionano cosм, il mercato crolla perchй tutti si ritroverebbero incredibilmente indebitati e non sarebbe piщ possibile soddisfare la domanda di credito tramite ulteriori interventi statali.

Un discorso simile si puт fare con Fannie Mae e Freddie Mac, che garantivano il 50% del debito immobiliare americano, ed erano (non ufficialmente, ma era un segreto di Pulcinella) protette dal Tesoro americano e dalla Fed in caso di crisi. Lo stesso si potrebbe dire di qualunque banca cosм grande da essere certa di essere salvata in caso di crisi: perchй temere per il suo fallimento se alla fine dietro si sa che c’и il contribuente? In sostanza, basta l’aspettativa di essere salvati per essere spinti ad agire in modo da creare la necessitа di essere salvati.
Il mercato и un sistema basato sui profitti e sulle perdite. Se si eliminano le seconde, non funziona piщ nulla, anche se nel breve termine sono tutti contenti. L’attuale crisi и la prova del disastro che puт causare lo Stato quando interviene sul mercato in maniera incompatibile con le leggi economiche, e col buonsenso.

Fonte – La Repubblica

2020-02-07 – di Carlo Stagnaro

19.17. Il liveblogging finisce qui a causa delle difficoltа di connessione che hanno rallentato, e ritardato, l’aggiornamento sul dibattito. L’intervento di Taylor и stato un richiamo potente sulla domanda di certezza che i mercati rivolgono ai decisori politici – siano essi i responsabili della politica fiscale o di quella monetaria. Ai politici – aggiungo io – non si chiede nulla di impossibile, se non di astenersi dal fare troppi danni e troppo pervasivi.

19.14. In risposta a un’altra domanda, Taylor sottolinea che con Lehamn Brothers la politica discrezionale entrт in cortocircuito. Dopo Bear Sterns, tutti si aspettavano un comportamento simile. Il problema quindi non fu la scelta di lasciar fallire Lehman, ma il fatto che tutti furono spiazzati da quella scelta. E poi ci fu Aig e poi si cambiт ancora strada, generando una progressiva confusione sul mercato.

19.10. Risponde Taylor: la mia narrazione della crisi enfatizza il ruolo delle politiche, mentre altre narrazioni dicono il contrario, che le cose sarebbero peggio se queste politiche non fossero state implementate. И molto difficile vincere un dibattito ma credo, almeno negli Usa, abbiamo avuto una sorta di movimento dal basso di critica di queste politiche, o almeno cosм sembrano suggerire le ultime elezioni di mid term.

19.06. Per riassumere: c’и una indiscutibile correlazione tra le politiche e la performance economica. Secondo Taylor questa correlazione nasconde un nesso di causalitа, e ci sono strumenti teorici per interpretare, e prevenire, le ragioni di tale ciclo tra discrezionalitа e approcci basati sulle regole. И il momento per avviare un percorso di ritorno verso le regole, e via dalla discrezionalitа.

19.09. Inizia il dibattito con Alessandro Penati. La seconda oscillazione del pendolo, dopo gli anni 90, dalle regole alla discrezionalitа, potrebbe essere dovuta alla percezione popolare di un “fallimento del capitalismo e delle borse”. Questo lascia molto pessimismo riguardo all’uscita dalla crisi in corso. Cosa ne pensa Taylor?

19.03. Ci vollero 12 anni perchй l’appello di Milton Friedman contro le politiche monetarie discrezionali fosse raccolto. C’и oggi nel Congresso americano una nuova attenzione al bisogno di tornare a un approccio basato sulle regole, nella politica monetaria. Guardando alle aspettative sul debito pubblico americano non si puт non sperare in un simile atteggiamento nella politica fiscale.

19.01 Quindi sappiamo che le politiche hanno conseguenze. И la comprensione di questo fatto che ci ha spinto verso politiche migliori negli anni 80 e 90. Forse и stato proprio il successo di quegli anni a creare l’illusione che avremmo potuto abbandonarci alla tendenza opposta.

18.57. C’и evidenza che le riforme fiscali transitorie non ebbero risultati, che i controlli dei prezzi furono una follia e che i sussidi non funzionarono. Invece и dimostrato che la politica monetaria ha avuto impatti enormi, sia nel bene che nel male.

18.54. E che dire della politica fiscale? Anche qui abbiamo osservato il ritorno dei pacchetti fiscali discrezionali. Senza peraltro che questo abbia davvero avuto risultati in termini di stimolo dell’economia, come per esempio nel caso del fallimento della “rottamazione” delle auto. L’unica cosa che и stata stimolata и la spesa pubblica, statale e locale anzitutto. Il risultato и che il debito pubblico ha subito un’escalation senza precedenti in periodo di pace. И difficile non accorgersi che i periodi di maggior discrezionalitа corrispondono a maggiore turbolenza economica, mentre la performance dell’economia и assai migliore quando si applicano politiche rules-based. Una correlazione non и necessariamente una causa, quindi bisogna chiedersi se sussista un nesso causale.

18.47. All’interno della Fed abbiamo avuto una serie di interventi. Prima si и deciso di aiutare i creditori di Bear Sterns, poi si и cambiato idea e non si и scesi in soccorso di Lehman Brothers, e poi ancora si и piщ volte cambiato idea. Abbiamo addirittura avuto politiche di “quantitative easing” che hanno ulteriormente aumentato il carattere discrezionale della nostra politica monetaria. Cosм i bilanci della Fed sono letteralmente esplosi.

18.36. Negli anni ’80 e ’90 si verificт un cambiamento totale. Gli stimoli keynesiani finirono sostanzialmente di informare la politica fiscale, al punto che nel 1992 il Congresso rifiutт una proposta di stimolo di appena 10 miliardi di dollari avanzata dal presidente Bush, e l’anno successivo fece lo stesso con un suggerimento analogo di Clinton. La stessa politica monetaria si concentrт sulla stabilitа monetaria in modo da creare un ambiente prevedibile e dove le decisioni erano prese su base sistematica.

18.35. La “rivoluzione keynesiana” che negli Usa ha preso forza soprattutto negli anni 60 ha segnato un’evoluzione verso una politica discrezionale. Queste misure venneri razionalizzate in una serie di argomenti apparentemente molto persuasivi. Contemporaneamente emersero controargomenti, tra cui si distinse il contributo di Milton Friedman sui danni di una politica monetaria incontrollata. Quegli ammonimenti perт caddero perlopiщ nel vuoto.

18.32. Questi trend non riguardano solo la politica monetaria e la politica fiscale. I termini “rules-based” e “discretionary” policy si riferiscono al grado di prevedibilitа, o orientamento al breve termine, delle politiche. Taylor spiega che cercherа di illustrare le variazioni in una serie di variabili da questo punto di vista, e di capire le cause di tali variazioni.

18.29. (Tenterт di seguire il discorso a dispetto della qualitа della connessione che rallenterа la frequenza degli aggiornamenti). Taylor ringrazia per l’invito ed entra subito nel tema: la exit strategy dalla crisi, e la contrapposizione tra un’uscita “regolata” e una basata sulla discrezionalitа. Per partire, puт essere utile guardare agli insegnamenti della storia. Negli ultimi 50 anni si sono osservati vari trend, verso la crescita del governo, poi il riflusso, e poi ancora verso una crescita.

Ore 18.24. E’ appena iniziato il Discorso Bruno Leoni 2020. Alberto Mingardi (Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni) e Andrea Battista (Ceo di Aviva) introducono l’ospite di questa serata, John B. Taylor, autore per IBL Libri di Fuori strada.

Fonte – ChicagoBlog

07/02/2020 08.49 – di FTA Online News
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L’ultima stagione delle trimestrali Usa ha confermato l’impressione che, almeno a livello microeconomico, la crisi sia ormai alle spalle. Piщ dei due terzi delle societа che compongono il paniere S&P500, tra quelle che hanno presentato i conti, ha battuto le stime sugli utili che per una buona percentuale di queste sono cresciuti nell’ultimo trimestre del 2020 di un 30% o piщ.
Il quadro che и possibile comporre a questo punto per l’intero 2020 и decisamente positivo, forse addirittura troppo: gli utili delle societа quotate che entrano a far parte dello S&P500 sono aumentati nell’anno appena concluso del 30% circa archiviando cosм il miglior risultato dal 1995. Il problema и che sarа probabilmente difficile ripetere questa performance nel 2020, per il quale gli osservatori ipotizzano infatti una crescita dimezzata sull’anno precedente.

Se queste stime verranno rispettate gli utili per azione del principale indice della borsa Usa dovrebbero crescere quindi dagli 84 attuali ai 96 dollari, per poi superare la barriera dei 100 dollari nel 2020, quando l’eps potrebbe salire fino a quota 105 circa. Le aspettative sono dunque in favore di un proseguimento anche nel medio periodo della crescita degli utili aziendali ma ad un passo decisamente piщ rallentato rispetto a quello, eccezionale, del 2020.
Il rapporto tra prezzo ed utili al termine dello scorso anno era intorno a 15, ovvero lo S&P500 quotava idealmente 15 volte circa gli utili al 31 dicembre. Ipotizzando di vedere mantenuto questo rapporto anche nel prossimo futuro, utilizzando le stime sui guadagni previsti per il biennio che verrа, le quotazioni dell’indice dovrebbero mantenersi in un intervallo tra i 1440 punti ed i 1575 punti, fatti salvi i sempre possibili temporanei scostamenti da un valore congruo con gli utili aziendali attesi.

Che la salita dell’indice non sia terminata sui massimi di gennaio del resto lo suggerisce anche il contesto macro, non solo quello statunitense ma anche quello globale. La crescita dell’economia mondiale sembra infatti ormai avviata su di un sentiero al rialzo, con i paesi emergenti impegnati a fare da traino e con l’area dell’Euro che, grazie soprattutto alla Germania ma con il contributo non trascurabile anche di alcuni paesi dell’Europa centrale sembra poter ben figurare.
Lo stabilizzarsi della crescita dovrebbe fare avanzare il ciclo economico su posizioni di portafoglio di investimento consone con una riduzione delle attivitа in bond ed in liquiditа, meno rischiose ma poco redditizie, e con un aumento di quelle piщ rischiose, dove le azioni rivestono un ruolo chiave. L’ipotesi di vedere tornare entro due anni l’indice piщ rappresentativo dell’azienda America in prossimitа dei massimi storici dell’ottobre 2007, toccati a 1576 punti, non sembra quindi particolarmente azzardata.

Fonte – La Stampa

07 febbraio 2020| Ora 12:00 – di WSI

Intervista di Wall Street Italia a Massimo Siano, Head Italian Market at ETF Securities
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Domanda:Gli ETP legati alle commodities e gli ETP in generale hanno registrato una performance di crescita molto buona negli ultimi anni e, come risulta dal vostro studio, il patrimonio globale degli ETC й cresciuto mediamente del 103% all’anno negli ultimi cinque anni. Eppure spesso nelle trasmissioni televisive rivolte agli investitori, si continuano a sentire le solite domande: investire in bond o in azioni? Qual и la spinta che a vostro avviso dovrebbe portare gli investitori a puntare invece piщ sugli ETP che su altri investimenti in asset?

Risposta. Il mercato si e’ evoluto, la dicotomia azioni contro obbligazioni non ha piu’ senso visto che l’andamento dei valori azionari con quelli obbligazionari sembra essere molto piu’ correlato rispetto al passato. Credo che il mercato invece stia selezionando gli attivi di investimento secondo le seguenti categorie: crescita (azioni, bond high yeld), rendita fissa (azioni con forti dividendi e bond governativi) e “Real assets” (materie prime ed immobili).

Il segmento degli Etc in Italia nel 2020 e’ cresciuto di oltre il 100% ed e’ dominato al 96% da Etf Securities, il segmento degli ETF principalmente azionari ed obbligazionari con 10 emittenti e’ cresciuto del 40%. Le materie prime quindi sono gia’ una realta’ nel portafoglio degli italiani e l’interesse per questa nuova classe d’attivo e’ crescente e tangibile ogni volta che incontro gli investitori istituzionali.

Domanda: Nel rapporto appena pubblicato, nella parte Outlook per il 2020, si afferma che “i principali fattori che condizioneranno i ritorni degli ETP sulle commodity, saranno probabilmente gli stessi che hanno condizionato la performance nel 2020.” Vengono citati tra questi il problema dei debiti sovrani, le misure di quantitative easing e le implicazioni sulle valute dei paesi industrializzati, l’inflazione e i prezzi globali degli asset. Insieme ad altri elementi. Ora, in modo specifico, guardando alla performance dell’oro, il cui ETP di riferimento potrebbe riportare una buona performance anche quest’anno, complici anche le attese di un rialzo dell’inflazione, non la preoccupa il recente ribasso delle quotazioni sul Comex? Nelle ultime sedute, infatti, nonostante il perdurare delle tensioni sui mercati dei debiti sovrani, i prezzi dell’oro si sono allontanati in modo deciso dai record oltre i 1.400 testati poco tempo prima. Ha qualche target sui prezzi dell’oro quotati sul Comex nel breve, medio e lungo termine, considerando che ora c’и anche la possibilitа che la Bce alzi i tassi prima del previsto? (e dunque ci sarа meno bisogno in quel caso di un hedge contro l’inflazione?).

Risposta.Io non ho target precisi, dico solo che i 2 acquisti piu’ importanti di oro negli ultimi 2 anni sono stati fatti da Cina ed India attorno rispettivamente a 870 dollari l’oncia e 1050 dollari l’oncia. Da allora i prezzi del metallo giallo non sono piu’ scesi sotto quel livello. Per me questi due livelli sono dei punti veramente significativi, non vedo al contrario punti di limite al rialzo. Non credo infine che la BCE alzera’ i tassi nel 2020

Domanda.Potrebbe dare indicazioni sui fondamentali del mercato dell’oro, a livello proprio di offerta e domanda? E anche dell’argento, altro metallo prezioso che ha segnato un rally di tutto rispetto nell’ultimo periodo del 2020? Ma quanto contano la domanda e l’offerta in questi mercati e quanto invece l’aspetto speculativo?

Risposta. La differenza principale tra l’oro e le altre commodity e’ che l’oro non e’ usato soltanto come bene industriale ma e’ considerato storicamente come un bene rifugio dalle incertezze economiche e dal rischio dei bond governativi. La differenza principale infatti tra l’oro e la moneta e’ che solo quest’ultima puo’ essere stampata. Quanto piu’ si stampa moneta cartacea, quanto piu’ cresce il valore dell’oro e viceversa. E’ quindi Il principio domanda ed offerta di moneta che causa il valore dell’oro e non la domanda e offerta da parte industriale. Per alcuni economisti la relazione e’ molto semplice, il governo Americano possiede 263 milioni di once d’oro ed e’ il piu’ grande detentore d’oro al mondo mentre la base monetaria della federal reserve corrisponderebbe a 1,7 mila miliardi di dollari.

Nel caso vi fosse una piena conversione tra dollari e oro, l’oro dovrebbe valere attorno ai 6300 dollari, molto di piu’ quindi dei valori attuali. Piu’ aumenta l’offerta di moneta piu’ aumenta la probabilita’ di rifugiarsi in oro e quindi convertire dollari in oro ed arrivare alla piena conversione. Altri economisti piu’ semplicemente comparano l’oro al potere d’acquisto dei beni alimentari o di largo consumo ed i valori si aggirerebbero attualmente sopra i 2000 dollari l’oncia quindi ancora molto al di sopra dei valori attuali.

L’argento in America era definito come l’oro dell’uomo povero e storicamente era anche valutato come bene rifugio. In fondo in molti paesi e’ stato considerate anch’esso una divisa, basta pensare che in francese moneta si dice “Argent” o alla Cina dove l’argento veniva scambiato come metallo prezioso con valore di moneta primaria al posto dell’oro. Se dovessimo intendere l’argento come metallo prezioso e bene rifugio allora dovremmo consideralo al pari dell’oro in rapporto alla quantita’ di moneta in circolazione. Poiche’ la quantitа di moneta in circolazione e’ identica sia per l’oro che per l’argento basta misurare il rapporto tra i due metalli in base alla media storica per capire se l’argento sia sopravvalutato o meno nel mercato. Il rapporto attuale e’ 45 dunque inferiore alla media storica dagli anni 70 ad oggi che e’ di 54.

Domanda. Le varie strette sul credito che la Cina sta mettendo in atto e la possibilitа di nuovi rialzi di tassi di interesse nel corso del 2020, unite al fatto che gli ultimi dati di dicembre hanno effettivamente dimostrato come l’inflazione cinese abbia fatto una piccola marcia indietro, non costituiscono un rischio per la performance dell’oro? Alcuni analisti parlano in effetti di nuove discese per il metallo giallo. Lei cosa ne pensa?

Risposta. Non credo che i tassi di interesse si alzeranno sia in Europa sia negli USA e probabilmente neanche in Cina nel 2020. Le banche centrali in occidente hanno in questo momento l’obiettivo di stimolare la crescita interna anche a costo di creare troppa inflazione. L’unico vero segnale di contrasto all’inflazione da parte della Cina sarebbe la rivalutazione della propria moneta. Potrebberlo rivalutarla anche domani mattina ma credo sia l’ultima cosa cha vogliano.

Domanda. In che modo si evolverа in futuro a suo avviso il mercato degli ETP? Il trend al momento appare di continua crescita. Ma quali sono i rischi se paragoniamo questi strumenti ad altri di investimento?

Risposta. Nel 2020 il segmento ETF in Borsa italiana e’ cresciuto poco piu’ del 40% ma con 10 ETF provider, il segmento ETC dominato al 96% da ETF Securities e’ cresciuto di oltre il 100%. Il numero degli ETF quotati in Borsa Italiana e’ raddoppiato in poco tempo. Solo 4 emittenti a mio giudizio realizzano profitti in Europa e noi siamo tra quelli, quindi il mercato non potra’ non consolidarsi nei prossimi 5 anni. Sono sicuro che i pesci grandi mangeranno inevitabilmente quelli piu’ piccoli.

Domanda. E’ possibile ricevere indicazioni su quale potrebbe essere la migliore commodity dell’anno?

Risposta . Osservando i flussi dei nostri ETC sembra che il rame sia il favorito tra i nostri investitori europei.

Domanda. Non preoccupa per il 2020 il fatto che i tentativi della Cina di mettere un freno al surriscaldamento della propria economia si traducano in una domanda minore di metalli industriali?

Risposta . Certamente si ma bisogna vedere se in Asia siano insoddisfatti dell’inflazione e questo e’ tutto da dimostrare visto che fino adesso questi paesi ed in particolare la Cina hanno fatto di tutto per non rivalutare la propria moneta

Domanda.Infine, riguardo all’apporto positivo che le economie di paesi emergenti hanno dato alle commodities grazie all’appetito di metalli e materie prime, non preoccupa il fatto che non solo in Cina, ma anche in altre aree asiatiche si inizia a parlare dell’allarme bolla?

Risposta. Certamente si ma se si parla di bolla nel mercato azionario ed obligazionario nei paesi emergenti allora l’asset class che dovrebbe trarne piu’ vantaggio in base ai dati storici dovrebbe essere ancora una volta l’oro. Io invece credo che se i tassi di interesse rimarrano bassi la stagnazione potrebbe rimanere solo in occidente ed in Giappone a causa della cosi’ detta “trappola di liquidita’”.

lunedм, 7 febbraio 2020 – 15:04 – di Valerio Baselli
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Il 2020 comincia come era finito il 2020. Nonostante nel corso del mese di gennaio i prodotti azionari, bilanciati e flessibili abbiano raccolto complessivamente oltre 1,2 miliardi di euro, sul dato d’insieme pesano fortemente la fuga dai fondi obbligazionari e di liquiditа. La raccolta netta totale и negativa per 3,7 miliardi di euro. Gli asset complessivi del settore sono pari a oltre 446 miliardi. Sono questi i risultati delle consuete anticipazioni mensili di Assogestioni.
I fondi flessibili hanno messo a segno la raccolta piщ consistente pari a 745 milioni. Il loro patrimonio pesa per il 15% degli asset totali e vale 67,6 miliardi. I prodotti bilanciati hanno chiuso il mese con una raccolta di 304 milioni e un patrimonio di 21,5 miliardi, equivalenti al 5% degli asset investiti in fondi comuni. I prodotti azionari, invece, hanno ottenuto 171 milioni e hanno chiuso provvisoriamente il periodo di rilevazione con un patrimonio di 103 miliardi, il 23% degli asset del settore.
Per i fondi hedge il mese si и chiuso con 514 milioni di deflussi e con asset pari a 12 miliardi, equivalenti a poco meno del 3% del patrimonio complessivo gestito in fondi comuni di investimento. Oltre due i miliardi di deflussi censiti per i fondi obbligazionari. Di uguale valore i riscatti per i prodotti di liquiditа. Il patrimonio dei primi corrisponde al 41% del valore complessivo (182,6 miliardi) mentre quello dei fondi di liquiditа и di poco superiore al 13%, 60 miliardi.
I fondi di diritto estero hanno chiuso il mese con una raccolta sbilanciata sul lato dei riscatti che vale 444 milioni: dai prodotti round-trip sono defluiti 2 milioni e circa 442 sono quelli provvisoriamente in uscita dai prodotti cross-border (ricordiamo che la segnalazione mensile non include buona parte dei fondi esteri gestiti da intermediari appartenenti a gruppi esteri. I dati che includono l’effetto di questi fondi e che influenzano significativamente i risultati di raccolta e di patrimonio, sono disponibili solo trimestralmente). I fondi esteri archiviano il periodo di rilevazione con un patrimonio che vale il 57% degli asset impiegati in fondi comuni, pari a 256 miliardi.
Al 31 gennaio il 77% del patrimonio и gestito dai gruppi italiani, mentre il restante 23% fa capo ai gruppi esteri.

Venerdм 04 Febbraio 2020 . Sabato 05 Febbraio 2020 . Mercoledм 09 Febbraio 2020
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Tuesday, 8 February, 2020 – di Phastidio.net
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Un grafico dedicato a tutti noi, che siamo cresciuti con la certezza che, nel lungo periodo, l’investimento azionario rende di gran lunga piщ di quello obbligazionario. Aggiornato alla chiusura di mercato di lunedм 6 febbraio, chi negli ultimi dieci anni avesse investito 100 dollari in un Treasury Bond di scadenza 7-10 anni (constant maturity), oggi se ne ritroverebbe in tasca 176.

2000/2020 – TRESURY 7-10Y + S&P500 + RECESSION
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Chi avesse investito lo stesso importo sull’indice azionario S&P 500, oggi avrebbe poco meno di 118 dollari, oltre a molti capelli grigi in piщ, causati dalla volatilitа di mercato.

martedм, 8 febbraio 2020 – 16:19 – di ASCA
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Roma, 8 feb – ”Co-Co a go go” e’ questo il titolo dello studio degli analisti di Barclays (Londra: BARC.L – notizie) sulle necessita’ di Capitale Contingente Convertibile in azioni ordinarie che le banche europee dovranno trovare nei prossimi anni per essere in linea con i dettami di Basilea 3. Una necessita’ che nasce dalle nuove regole sull’adeguatezza del capitale bancario (Basilea 3) dove il Capitale Contingente Convertibile rappresentera’ il ”cuscinetto di sicurezza” che dovra’ rimpiazzare gli strumenti ibridi non piu’ idonei ad essere conteggiati nel patrimonio di vigilanza. Ma quanto capitale dovra’ essere raccolto? Dipende dalle ipotesi, spiegano gli analisti. ”Le banche europee potrebbero avere bisogno di un Capitale Contingente pari al 50% del Core Tier 1 (Capitale azionario puro + utili non distribuiti): in questo caso dovranno essere emessi titoli pari a 500 miliardi di euro, dal 2020 si potrebbe salire fino a 700 miliardi”. Nell’ipotesi invece piu’ benevola di un Capitale Contingente al 30% del Core Tier 1, le necessita’ di raccolta scenderebbero a 242 miliardi. La somma tra Core Tier 1 e Capitale Contingente Convertibile rappresenta il Capitale Totale Obbligatorio. L’entita’ del Capitale Contingente non e’ un concetto statico ma dipende da alcuni fattori. In primis c’e’ la dimensione dell’attivo ponderato per il rischio, grandezza su cui si misura la percentuale di patrimonio necessaria. Conseguentemente l’entita’ del Capitale Contingente sale in relazione alla crescita dell’attivo. Inversamente una riduzione dell’attivo, magari attraverso operazioni di de-levereging, tende a ridurre le necessita’ di patrimonializzazione. Oltre alla dimensione dell’attivo va considerata la capacita’ della banca di poter disporre di un Total Capital completamente costituito da Core Tier 1, in questo caso non c’e’ bisogno di raccogliere Capitale Contingente. Secondo l’analisi di Barclays, considerando l’ipotesi di un Capitale Contingente pari al 50% del Core Tier 1, il Banco Santander (Madrid: SAN.MC – notizie) avra’ le maggiori necessita’ di raccolta pari dovendo raccogliere entro il 2020 ben 32,7 miliardi di Capitale Contingente. Segue Royal Bank of Scotland (27,1 miliardi), Hsbc (Londra: HSBA.L – notizie) (24,6 miliardi), Lloyds (20,5 miliardi), Credit Agricole (Milano: ACA.MI – notizie) (16,4 miliardi). Molto piu’ modeste le necessita’ per le banche italiane esaminate nel rapporto: Intesa SanPaolo (Dusseldorf: 575913.DU – notizie) (7,9 miliardi), Unicredit (UCG.MDD – notizie) (7,4 miliardi), Mps (4,8 miliardi), Ubi (3,5 miliardi). Senza necessita’ di Capitale Contingente le scandinave Seb (Francoforte: 862948 – notizie) e SwedBank. La Seb, al momento dispone di un Core Tier 1 pari al 7%, avrebbe dunque bisogno di un ulteriore 3,5% di Contingent Capital: Total Capitalal 10,5% dell’attivo ponderato per il rischio. Nel 2020, secondo le stime di Barclays, la Seb dovrebbe pero’ raggiungere un Core Tier 1 al 10,9% e dunque non avra’ necessita’ di raccogliere Capitale Contingente. Stesso copione per SwedBank.

09 febbraio 2020| Ora 14:30 – di WSI
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Alex Weber si chiama fuori dalla corsa per la successione di Jean-Claude Trichet alla guida della Banca Centrale Europea. Il numero uno della Bundesbank era considerato da molti in pole position per prendere il comando del consiglio governativo composto da 23 membri quando scadra’ il mandato di otto anni del banchiere francese.
Sulla scia del lancio di agenzia diffuso da Reuters, secondo cui Weber tra l’altro non si candidera’ per un secondo mandato alla guida della Bundesbank, l’euro ha bruciato parte dei guadagni accumulati nella mattinata italiana e al momento scambia in rialzo di quasi lo 0,2% nei confronti del dollaro a quota $1,3648.
Ora pare che il favorito sia Klaus Regling, uomo a capo dell’European Financial Stability Facility, il fondo da 440 miliardi di euro istituito la scorsa primavera dopo il piano di aiuti concessi alla Grecia. Nonostante l’autorevolezza e capacita’ indubbie, difficile che possa toccare a Mario Draghi, soluzione che non soddisfa la Germania.
Regling sicuramente ha tutte le carte in regola, potendo contare su un curriculum di tutto rispetto, con un passato al Fondo Monetario Internazionale, al ministero delle Finanze tedesco e alla Commissione Europea. Regling, inoltre, e’ stato uno degli architetti del patto di crescita e di stabilita’ dell’Unione Europea. Tra gli altri candidati figurano il capo della banca centrale del Lussemburgo Yves Mersch e il banchiere centrale finlandese Erkki Liikanen.
Circa Weber, BusinessWeek scrive che il banchiere Axel Weber dalla Bundesbank vuole passare alla Deutsche Bank, stando a un rumor citato da DPA (Deutsche Presse-Agentur).

(ASCA) – La cancelliera tedesca Angela Merkel ha avuto oggi un colloquio telefonico con Axel Weber, presidente della Bundesbank e potenziale candidato al presidenza della Bce dove potrebbe succedere, nel prossimo novembre, a Jean-Claude Trichet giunto la termine del suo mandato di otto anni. L’oggetto della conversazione e’ ”stato confidenziale” ha detto Steffen Siebert, portavoce della Merkel, ribadendo il desiderio di Berlino per un candidato forte alla presidenza dell’Eurotower.
Il colloquio Merkel-Weber arriva in una giornata segnata da un certo nervosismo. Questa mattina le voci di un imminente comunicato della Bundesbank sull’avvenire professionale del proprio presidente Axel Weber. Poi la nota ufficiale : ”Smentiamo le voci di un imminente comunicato sul futuro di Axel Weber”. Un giallo che corre parallelo con quanto pubblicato dai media tedeschi, secondo cui il presidente della Bundesbank non e’ piu’ il candidato alla successione di Jean-Claude Trichet sullo scranno piu’ alto della Bce.
Weber si sarebbe ”bruciato” per la sua scarsa diplomazia. In particolare la sua opposizione alla decisione della Bce di comprare i titoli di Stato dei paesi dell’Eurozona sotto l’attacco della speculazione (Grecia, Irlanda, Portogallo) avrebbe fatto infuriare le cancellerie di mezza Europa. Per la stampa tedesca, in assenza di un candidato ”made in Buba (e’ questo il diminutivo della Bundesbank)”, Berlino potrebbe ripiegare sul presidente della banca del Lussemburgo Yves Mersch.
Per alcuni media Weber avrebbe deciso di tornare a lavorare nella direzione della Deutsche Bank. Una ipotesi nata dopo che lo stesso Weber, in una conversazione tenuta in un circolo privato, avrebbe confessato che non intendeva candidarsi per un secondo mandato alla Bundesbank. Il Consiglio europeo potrebbe decidere sulla candidatura del nuovo presidente della Bce anche nel vertice di fine marzo, il mandato di Trichet scade a ottobre. La candidatura, formalmente si tratta di ”una raccomandazione” del Consiglio Europeo, deve poi ricevere il parere del Parlamento Europeo e del Consiglio direttivo della Bce.
Al momento, il toto-Bce vede, secondo gli osservatori, diversi candididati, se Weber si chiamasse fuori la Germania potrebbe proporre Klaus Regling, presidente del fondo europeo salva-Stati. Tra i papabili anche Mario Draghi, governatore della Banca di Italia e presidente del Financial Stability Board; Yves Mersch, governatore della Banca del Lussemburgo e Erkki Likkanen, governatore della Banca di Finlandia. Si era fatto anche il nome di Juergen Stark, tedesco e membro del Consiglio esecutivo della Bce, ma ha gia’ fatto otto anni di mandato e quindi non dovrebbe, secondo lo Statuto dell’Eurotower, essere candidabile.
Molti vedono Juergen Stark a capo della Bundesbank se Weber dovesse lasciare per nuovi incarichi. Sempre nell’area del ‘Made in Germany”, la candidatura di Klaus Regling, che ha avuto anche una esperienza come Dg della commissione Ue (settore economia), rappresenterebbe, in caso di successo, una novita’. Finora nella breve storia della Bce, iniziata nel 1998, la poltrona di presidente e’ sempre stata assegnata a un candidato con una precedente esperienza di banchiere centrale. E’ il caso dell’attuale presidente Trichet, ex governatore della Banca di Francia, e del suo predecessore Willem Frederik Duisenberg, olandese ed ex governatore della Banca d’Olanda.

(TMNews) – L’eventuale uscita di scena di Axel Weber, candidato tedesco alla presidenza della Bce, potrebbe aprire la strada a Mario Draghi che siede alla guida della Banca d’Italia dalla fine del 2005 ed il cui mandato, rinnovabile per una sola volta, scade a fine 2020.
Weber e Draghi sono infatti entrambi considerati come candidati ideali alla successione a Jean-Claude Trichet quando, a fine ottobre dovrа lasciare l’istituto di Francoforte dove siede dal novembre del 2003. Sul nome di Draghi convergono, ormai da mesi, numerosi analisti internazionali. Non per nulla il numero uno di via Nazionale и stato chiamato a guidare il Financial Stability Board (incarico che ricopre dall’aprile del 2006) in un momento di grossa crisi finanziaria quale quella attuale, proprio perchй a lui и riconosciuta esperienza e standing di livello internazionale.
L’eventuale rinuncia di Weber a candidarsi alla guida della Bce, ipotizzata da alcune indiscrezioni sin da questa mattina e non ancora ufficializzata (secondo alcune fonti interne, Weber avrebbe confidato ai suoi di non essere disponibile ad un nuovo mandato alla Bundesbank), и arrivata totalmente inattesa. Una vera e propria sorpresa, a cui i mercati hanno immediatamente reagito con un calo dell’euro nei confronti del dollaro (immediatamente risalito) proprio perchй Weber, appoggiato dal governo tedesco, era considerato come il banchiere centrale che vanta maggiori chances per la corsa per la poltrona piщ importante dell’istituto di Francoforte.
Da un punto di vista tecnico, sottolineano alcuni analisti, Draghi и probabilmente uno dei candidati piщ autorevoli non solo per l’esperienza maturata come banchiere centrale ma soprattutto nel ruolo svolto all’interno del Fsb, dove ha potuto maturare una profonda conoscenza del settore bancario, cruciale nel momento di passaggio a Basilea 3. Da un punto di vista di politica monetaria poi, и l’opinione di Marco Valli, chief economist del gruppo Unicredit per l’Eurozona, Draghi puт essere considerato un ‘moderato’.
Il maggior problema di Draghi, paradossalmente, potrebbe risiedere proprio nella sua nazionalitа italiana: con la crisi del debito ancora lontana dall’essere risolta, non и facile infatti immaginare il Consiglio Bce espressione quasi totalmente dei cosidetti periferici (il vice presidente Constancio viene dal Portogallo). L’alternativa potrebbe essere quella di un candidato proveniente dai paesi piщ piccoli, e piщ virtuosi: il lussemburghese Yves Mersch, ma anche il presidente della Banca centrale finlandese Erkki Liikanen sembrano alternative plausibili. Senza escludere la possibilitа dell’emergere di un nuovo candidato tedesco. Il piщ accreditato in questo contesto и Klaus Regling, capo dell’Efsf (Fondo di soccorso per gli Stati dell’Eurozona in difficoltа), un nome tuttavia molto poco conosciuto dai mercati.

11 feb 2020 05:00 – di Lini Terlizzi

L’annuncio in questi giorni dei risultati 2020 delle principali banche elvetiche da una parte, la diffusione di dati e valutazioni dell’ABT sulla piazza ticinese dall’altra, sono elementi che possono consentire di fare meglio il punto sulla situazione, sia a livello nazionale, sia cantonale. In sintesi, si puт dire che siamo in una fase di transizione, con molti problemi certamente ancora da affrontare, ma anche con passi avanti da registrare.
Per capire dove si и e dove si sta andando, servono le cifre ma serve anzitutto anche un raffronto con la fase precedente. La memoria и spesso corta, ma occorre rammentare che solo due anni fa la piazza bancaria e finanziaria era in una situazione molto difficile, per usare un eufemismo. UBS era stata coinvolta in pieno dalla crisi finanziaria e le sue prospettive erano quanto mai incerte; Credit Suisse era stato colpito dalla crisi in modo minore, ma portava segni non secondari delle turbolenze; le altre banche svizzere andavano certamente meglio delle due grandi, ma dovevano ridefinire le strategie; a livello internazionale vi era un attacco molto forte al segreto bancario; il Ticino in particolare doveva confrontarsi con una nuova ondata di scudi fiscali italiani.

Ora, a due anni di distanza, non si puт certo dire che tutto sia risolto, ma non si puт nemmeno non vedere i miglioramenti oggettivi. Nel quadro attuale vi и una UBS che ha chiuso il 2020 con un utile netto di oltre 7 miliardi, dopo tre esercizi in rosso; vi и un Credit Suisse che registra un profitto netto di oltre 5 miliardi, in diminuzione, и vero, rispetto al 2009, anno in cui perт aveva giа attuato una ripresa; vi и il resto del tessuto bancario che, per quel che si vede sin qui, non vive il suo momento migliore ma sta registrando una buona resistenza; gli attacchi al segreto bancario ci sono ancora, ma ci sono anche spiragli per una via d’uscita, grazie soprattutto al piano Rubik ed ai negoziati con Germania e Gran Bretagna; la piazza ticinese ha sofferto e soffre, ma ha saputo evitare quella catastrofe che pure molti avevano ipotizzato.
Ad un oggettivo miglioramento, rispetto alla fase precedente, non si и arrivati solo perchй il grosso del ciclone della crisi finanziaria globale и passato, ma anche perchй lo stesso sistema bancario e finanziario svizzero и riuscito a trovare la forza per riorganizzarsi ed inoltre perchй la politica, dopo alcune indubbie incertezze iniziali, ha poi accompagnato questa riorganizzazione. Certo, bisogna anche ricordare i sacrifici, in termini di soldi pubblici e privati, cosм come di posti di lavoro. Per non essere inutili, questi sacrifici devono servire a qualcosa. Ed a qualcosa in effetti sinora sono serviti, ma ovviamente non basta. E qui veniamo agli obiettivi ed alle prospettive.

Per UBS e Credit Suisse, la sfida ora и tenere la barra dritta e non ricadere negli errori del passato. Le due grandi banche, soprattutto la prima, devono ampliare l’afflusso di capitali, in particolare ora dai mercati emergenti; devono mantenere come business principale la gestione di patrimoni, affiancata dal credito tradizionale in Svizzera; devono conservare un ramo di investment banking, limitando perт i rischi che proprio queste attivitа spesso portano; devono impegnare risorse per avere elevati mezzi propri, come impongono le nuove norme antirischi. Riusciranno a fare tutto ciт? Vedremo, ma ora almeno ci sono alcuni presupposti. Il resto del sistema bancario elvetico, si tratti di private banking o di retail banking, ha subito meno la crisi e sta facendo in genere la sua parte. Probabilmente alcune fusioni e acquisizioni si renderanno peraltro necessarie, anche perchй i margini operativi restano inevitabilmente sotto pressione, in questo quadro di concorrenza nazionale e internazionale. Ma questo non и il peggio.

L’occupazione, e questa и un’altra sfida, anche in questo settore tende a crescere meno che in passato. Ed in alcune situazioni, e questo riguarda il Ticino, tende anzi a diminuire. Il –4,5% di occupati a tempo pieno nel 2020, reso noto dall’Associazione bancaria ticinese, conferma la tendenza. Considerando le bufere degli ultimi anni, i danni sono ancora limitati. Ma non si puт nascondere che occorrerа trovare direzioni di marcia nuove, che si affianchino al core business ticinese della gestione di patrimoni, che certamente non va buttata e che al contrario va ancora difesa nei limiti del possibile. Si sa da tempo che la dipendenza dal mercato italiano и forte, si sa che bisogna diversificare i mercati, ma l’operazione non и semplice. Sono interessanti le proposte che cercano di rafforzare la presenza di segmenti diversi, come quello del trading di materie prime o come quello di attivitа legate ai fondi di investimento. Certamente andrа prestata grande attenzione ad alcune attivitа a lato del centro del settore, come quelle dell’informatica applicata ai servizi bancari. Ci saranno certo ostacoli, ma va detto che la strada ora non и totalmente bloccata, come piщ d’uno aveva invece pronosticato.

Fonte – Corriere del Ticino

14 febbraio 2020 – di Wolfgang Mьnchau

И buona norma, in generale, che un editorialista non si pronunci in favore di un candidato a una carica importante. Ma nella successione a Jean-Claude Trichet a capo della Banca centrale europea gli aspetti politici sono ormai parte della crisi stessa. La decisione di Axel Weber, il presidente della Bundesbank, di ritirarsi dalla corsa complica il percorso verso un accordo tra i paesi della Ue, a marzo, su un pacchetto di misure per la soluzione della crisi. Senza un tedesco a capo della Bce, Angela Merkel avrа bisogno di un altro trofeo da riportare in patria dai negoziati, e l’impresa potrebbe rivelarsi difficile.

Una settimana fa scrivevo che l’esito piщ probabile di queste trattative era un accordo raffazzonato. Negli ultimi sette giorni le probabilitа di un fallimento puro e semplice sono cresciute. I negoziati per rimpinguare ed estendere il Fondo europeo per la stabilitа finanziaria sono in stallo. E sono in stallo anche le trattative su un patto per la competitivitа in salsa tedesca. Nel frattempo, gli spread sui titoli di stato portoghesi hanno raggiunto nuovi record, ed и evidente che il settore bancario irlandese necessita di iniezioni di capitale piщ cospicue rispetto a quanto precedentemente stimato. Alla data del 28 gennaio, l’assistenza di emergenza della banca centrale di Dublino in favore delle banche irlandesi (un programma di liquiditа al di fuori dell’attivitа ordinaria della Bce) ha raggiunto l’incredibile cifra di 51,1 miliardi di euro. И un dato che dа la misura della quantitа aggiuntiva di capitale che potrebbe essere necessario.

In altre parole, la crisi finanziaria europea ora si и aggravata. Una sfida per la successione malgestita potrebbe accrescere la frattura fra il nocciolo duro e la periferia dell’euro. Se i problemi resteranno irrisolti troppo a lungo o, peggio ancora, se verranno risolti male, a uscirne penalizzata potrebbe essere ancora una volta la fiducia. La scelta del nuovo presidente della Bce и la nomina piщ importante negli ultimi decenni di vita delle istituzioni europee, perchй и una dichiarazione politica sulla volontа e la capacitа dei paesi di Eurolandia di risolvere la crisi.
Che caratteristiche deve avere il candidato ideale? Un mix di qualitа difficile da trovare: deve avere esperienza nella gestione di una banca centrale, una profonda conoscenza dell’economia monetaria e finanziaria e del sistema finanziario, la capacitа di coagulare un consenso all’interno di un consiglio direttivo problematico e spesso diviso, la capacitа di “vendere” questo consenso al mondo esterno, la capacitа di tenere testa a leader politici di peso come il presidente francese e il cancelliere tedesco e credibilitа agli occhi del mondo esterno, investitori globali inclusi.

Eurolandia и stata fortunata ad avere Trichet come presidente durante la crisi, perchй и un uomo che possiede molte delle qualitа elencate. Weber ne possiede alcune, ma si и dimostrato cronicamente incapace di presentare in modo positivo compromessi in cui non credeva. E il modo in cui ha gestito la sua stessa uscita dall’amministrazione pubblica rivela una sbalorditiva mancanza di acume politico.
Fra i candidati sul terreno, e disposti ad assumere l’incarico, ce n’и uno, e sfortunatamente uno soltanto, che possiede una quantitа sufficiente dei requisiti summenzionati. Si tratta di Mario Draghi, il presidente della Banca d’Italia. И un economista esperto e che conosce bene il sistema finanziario globale, essendo alla guida del Comitato per la stabilitа finanziaria. Ed и abituato ad avere a che fare con politici problematici. La cosa che mi sconvolge di molti degli altri contendenti alla carica non и che manchino di uno o piщ dei requisiti citati, и che non ne possiedono neanche uno. Se ci si limitasse al curriculum, l’esito della gara dovrebbe essere scontato.

Naturalmente i requisiti possono essere diversi. Magari c’и qualcuno che vuole un falco anti-inflazione alla guida della Bce. Ma che cosa significa? Un banchiere centrale con propensione a raggiungere risultati ancora piщ bassi di quelli fissati? Non sarebbe in contraddizione con il mandato della Bce di garantire la stabilitа dei prezzi, che si и tradotto in un range di target di inflazione piuttosto limitato? In ogni caso, Draghi и sensibile al target come chiunque altro nel consiglio direttivo.
Rimane l’argomento settario dell’italianitа di Draghi, e che la Merkel non potrebbe mai far digerire ai tedeschi un presidente della Bce italiano. Ma una tesi del genere non и in contraddizione con l’auspicio della cancelliera tedesca e dei suoi colleghi della Ue di inviare un segnale forte di unitа, senza distinzioni tra nord e sud o tra centro e periferia? Sento ancora l’eco dell’impegno a fare «tutto quello che sarа necessario».

Parole che perdono la loro magia se se ne aggiungono altre. «Tutto quello che sarа necessario» a patto che non ci costi nulla. «Tutto quello che sarа necessario» a patto che il coordinamento delle politiche non abbia conseguenze per noi ma solo per gli altri. «Tutto quello che sarа necessario» a patto che il capo della Bce non sia italiano.
Bisognerа lavorare sodo per aggiungere vera sostanza a «tutto quello che sarа necessario»: sul fronte dei meccanismi di liquidazione degli istituti di credito, sul fronte del miglioramento e potenziamento del Fondo europeo per la stabilitа finanziaria e sul fronte del coordinamento delle politiche. E in questo lavorare sodo rientra anche la scelta di un candidato serio.
L’esito migliore immaginabile sarebbe che la Merkel nominasse Draghi come suo candidato. In questo caso, perfino io comincerei a prendere sul serio quell’impegno a fare «tutto quello che sarа necessario».
L’esito peggiore sarebbe un braccio di ferro lungo e serrato, seguito dalla nomina di un candidato di terza fascia. Per l’euro, sarebbe una tragedia.

Fonte – Financial Times
Traduzione – Fabio Galimberti

14 febbraio 2020 09:26 LONDRA – di ASCA
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Roma, 14 feb – ”Draghi e’ l’uomo giusto per guidare la Bce (Berlino: BCE1.BE – notizie) ”. Il Financial Times si schiera con il governatore della Banca (Valencia: 51.VA – notizie) d’Italia per la corsa alla Banca Centrale Europea e chiede alla Merkel di supportare il candidato italiano. In un editoriale firmato da Wolfgang Munchau, il Ft precisa che ”in generale non e’ una buona abitudine per un editorialista supportare i candidati per alti incarichi” ma, aggiunge, ”la politica per la successione di Jean-Claude Trichet e’ diventata parte della crisi stessa” e ”la decisione del presidente della Bundesbank Axel Weber di laciare la corsa rendera’ piu’ difficile per l’Unione europea trovare un pacchetto di soluzioni per la crisi in marzo. Senza un candidato tedesco per la Bce, Angela Merkel avra’ bisogno di un altro trofeo da portare a casa dai negoziati”. ”La crisi finanziaria europea – sottolinea il Financial Times – ha preso una brutta piega” e ”una corsa alla successione gestita male” potrebbe ”intensificare il divario tra il cuore dell’Eurozona e la sua periferia” alimentando inoltre il clima di sfiducia. Quello di cui c’e’ bisogno, dunque, e’ un candidato che sia ”un banchiere centrale di esperienza e con una profonda conoscenza dell’economia finanziaria e monetaria e del sistema finanziario”, che sia ”capace di forgiare il consenso in un consiglio difficile e spesso diviso” e che riesca a ”presentare questo consenso al mondo esterno”. Inoltre, il candidato ideale dovrebbe essere ”in grado di tenere testa a leader politici di peso come il presidente francese e il cancelliere tedesco” e che, al contempo, ”sia credibile al mondo esterno, compresi gli investitori globali”. Caratteristiche che corrispondono al profilo di Mario Draghi: ”ce n’e’ uno, e purtroppo solo uno, che soddisfa una serie minimamente sufficiente di questi criteri. E’ Mario Draghi”, dice il Ft. Il governatore di Bankitalia, aggiunge l’editoriale, e’ ”un esperto economista, con una conoscenza del sistema finanziario globale”, grazie al suo ruolo nel Financial Stability Board, ed ”e’ abituato a trattare con politici difficili”. L’unico ostacolo potrebbe essere ”l’italianita’ di Draghi”, dato che la ”Merkel non puo’ vendere un banchiere centrale italiano ai tedeschi. Ma questo – sottolinea il Ft – non contraddice il desiderio di Merkel e degli altri colleghi europei di mandare un potente segnale che sono uniti, nord e sud, centro e periferia?”. Dunque, per il Ft, la cosa migliore ”sarebbe che la Merkel facesse di Draghi il proprio candidato”, o l’alternativa ”sarebbe una lotta lunga e dura, conclusa con la nomina di un terzo candidato”, una vera e propria ”calamita’ per l’Eurozona”.

15 febbraio 2020| Ora 13:00 – di WSI
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Fuga degli investitori dall’azionario dei paesi emergenti? La parola и troppo forte, ma una cosa и certa: a fronte dei guadagni che i mercati dei paesi avanzati hanno inanellato dagli inizi dell’anno, sia in Europa che in America – e anche in Giappone – i BRIC e non solo hanno fatto piuttosto male.
Basti pensare che l’MSCI emerging-market index, l’indice che misura appunto la performance di questi mercati azionari – и sceso del 4% dagli inizi dell’anno. Motivo: la decisione delle banche centrali cinese, brasiliana e indiana di alzare i tassi di interesse di riferimento, al fine di evitare il surriscaldamento della loro economia e di frenare dunque l’inflazione, alimentata soprattutto dal balzo a livelli record dei prezzi alimentari.
Il 2020 non и insomma iniziato all’insegna dei buy per quei mercati che negli anni precedenti venivano considerati una sorta di Eldorado dalla comunitа finanziaria internazionale.
Le previsioni non sono poi affatto rosee, dal momento che gli stessi strategist di JP Morgan guidati da Adrian Mowat a Hong Kong hanno -secondo quanto riporta Bloomber – ridotto il target di fine anno per l’MSCI da 1.500 a 1.300 punti.
Jonathan Ravelas, strategist di Unibank a Manila, ribadisce infine che “i portafogli degli investitori attraversano una fase di ribilanciamento che favorisce ora i mercati dei paesi avanzati. Questi mercati stanno diventando infatti piщ appetibili, beneficiando delle preoccupazioni secondo cui l’aumento dell’inflazione e dei tassi di interesse potrebbero danneggiare la crescita delle economie emergenti”.

martedм, 15 febbraio 2020 – 14:50 – di Marco Caprotti
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I mercati mondiali sono in salute. Ma, aggiungono gli analisti, il pericolo di una frenata и sempre dietro l’angolo. L’indice Msci World (NYSE: MCN – notizie) nell’ultimo mese (fino al 14 febbraio e calcolato in euro) ha guadagnato quasi il 2% portando a +4,7% la performance da inizio gennaio (nel 2020 ha segnato +17,1%).
“Si tratta di andamenti che riflettono le prospettive positive della congiuntura globale”, spiega uno studio di Morningstar (NASDAQ: MORN – notizie) . “Alcuni mercati sviluppati sembrano essere tornati in forma prima delle attese. Mentre i Paesi in via di sviluppo piщ grandi continueranno probabilmente a guidare la crescita del pianeta, le migliori prospettive degli stati sviluppati sono confermate dalle stime sempre piщ ottimistiche da parte degli operatori”. Il Fondo monetario internazionale si aspetta che l’economia mondiale cresca del 4,4% quest’anno (gli studi precedenti parlavano di un +4,2%) per passare a +4,5% nel 2020.
Sviluppati contro emergenti“Il dato piщ rilevante delle ultime settimane, sul fronte dei prezzi azionari, и la corsa dei Paesi sviluppati che in questo momento sono piщ veloci di quelli in crescita”, continua lo studio. Dal punto di vista del Pil, invece, non c’и gara. Nel quarto trimestre del 2020, ad esempio, la Cina ha segnato +10%. Nello stesso periodo gli Stati Uniti hanno segnato un +3,4% che, tuttavia, gli analisti definiscono “salutare”. L’attivitа produttiva continua ad essere buona a livello mondiale con l’eccezione di Australia e Grecia. A rovinare questo quadro potrebbero essere le materie prime.
Il pericolo commodityI prezzi del petrolio sono arrivati a 100 dollari al barile a causa delle preoccupazioni di un inasprimento delle tensioni in nord Africa e nel Medio oriente che potrebbero tradursi in forniture di oro nero piщ scarse. “Se i prezzi dell’energia dovessero alzarsi ulteriormente, le economie sviluppate potrebbero trovarsi di fronte a un calo dei consumi privati, mentre quelle emergenti avrebbero a che fare con un aumento delle pressioni inflazionistiche”, dice il report. “Negli Stati Uniti, ad esempio, una parte dei soldi che le famiglie si trovano in tasca grazie agli incentivi fiscali, potrebbe evaporare con la crescita del prezzo della benzina”.
Paesi come il Brasile e l’India, giа alle prese con una forte inflazione, potrebbero decidere di adottare politiche monetarie piщ restrittive. “Mosse del genere potrebbero causare un aumento delle valute rendendo piщ difficili le esportazioni”, conclude lo studio di Morningstar. “Ma farebbero diminuire anche la richiesta di prestiti limitando, di fatto, la crescita totale delle aree in via di sviluppo”.

Giovedм 10 Febbraio 2020 . Sabato 12 Febbraio 2020 . Martedм 15 Febbraio 2020
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15 febbraio 2020 – di La Repubblica
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I consigli di amministrazione hanno dato il via libera: Deutsche Boerse avrа il 60% delle quote. La holding riunirа con quella tedesca le piazze finanziarie di New York, Parigi, Bruxelles, Lisbona e Amsterdam
Nyse-Francoforte, approvata la fusione nasce la Borsa piщ grande del mondo Un operatore alla Borsa di Francoforte
MILANO – Via libera alla nascita della piщ grande piazza finanziaria mondiale: i consigli di amministrazione di Deutsche Borse e Nyse (New York stock exchange) Euronext hanno raggiunto l’accordo per la loro fusione. Nella nuova holding, Deutsche Boerse avrа il 60% delle azioni contro il 40% di Nyse Euronext, gruppo nato nel 2007 dalla fusione tra la Borsa di New York ed Euronext, titolare dei listini di Parigi, Amsterdam, Bruxelles e Lisbona. L’annuncio dell’intesa da 9,53 miliardi di dollari, che dovrebbe comportare sinergie per 300 milioni di euro, chiude le porte alle altre possibili contro-offerte come quella, oggetto di voci, da parte del Chicago mercantile exchange.
La fusione – che rappresenta una risposta all’altra intesa fra le Borse di Londra, Milano e Toronto 1 siglata pochi giorni fra Lse Group e Tmx – dovrа essere completata entro la fine dell’anno e andrа ora all’esame dei rispettivi azionisti. Per la “transizione”, ogni azione di Deutsche Borse sarа scambiata per un titolo della nuova societа, mentre ogni azione Nyse Euronext sarа scambiata per 0,4700 titoli della nuova societа. Il nome della holding non и stato scelto, ma gli americani insisterebbero per una denominazione che conservi il nome ‘simbolico’ di New York.
Il consiglio di amministrazione in compenso и giа definito e sarа composto da 17 membri: 15 direttori, il chairman e il ceo.
Dei 15 direttori, 9 saranno designati dalla Deutsche Boerse e 6 da Nyse Euronext. L’amministratore delegato sarа Duncan Niederaurer, numero uno del Nyse, e il presidente sarа Reto Francioni che avrа anche la delega alle strategie di gruppo ed al global relationship management. “L’unione ha senso per tutti e porterа valore agli azionisti – ha detto Francioni – . La transazione unisce due delle piщ rispettose e di successo piazze finanziarie e fissa standard per la crescita”.
Il nuovo gruppo avrа una doppia sede, a New York (Wall Street) e Francoforte (Green Tower), e ricavi pro forma 2020 pari a 4,1 miliardi di euro, con ebitda a 2,1 miliardi. Il totale quotato stimato и di 15mila miliardi di dollari e secondo le previsioni il 37% delle entrate delle due societа arriveranno dal trading e dal clearing sui derivati
La nota ufficiale afferma che l’accordo approvato dai board delle due societа permetterа di dar vita al “primo gruppo borsistico del mondo”, leader mondiale “nel commercio di derivati e gestione del rischio”, nonchй “la piazza piщ grande per la raccolta di capitali e lo scambio di azioni”. Il gruppo, и detto inoltre, si propone di “offrire ai clienti su scala globale l’innovazione di prodotto, l’efficienza operativa e il capitale” oltre a “una gamma avanzata di soluzioni informatiche e di mercato”. L’operazione “rafforzerа Francoforte e New York come principali centri finanziari”.
Quanto alle Borse nazionali del gruppo, ognuna manterrа il suo nome nel proprio mercato locale, mentre “il gruppo sarа in stretta collaborazione con le autoritа di regolamentazione in tutti i mercati per facilitare la trasparenza e la standardizzazione dei mercati dei capitali a livello globale”.
In Borsa l’annuncio della fusione и stato accolto da un deciso calo dei rispettivi titoli, piщ forte per NYSE Euronext, tanto da che Niederaurer ha sentito il bisogno di intervenire per precisare che il nome della societа non sarа DbNyse: “Non capisco tutto il nervosismo intorno all’operazione – Nyse и giа un marchio globale. Questa non и una vendita”.

Fonte – La Repubblica

16 febbraio 2020| Ora 22:45 – di Daniele Chicca
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Gli Stati Uniti sono il paese dove investire nel 2020, ma bisognera’ fare attenzione al rincaro dei prezzi del petrolio. Sul breve termine rappresenta la maggiore minaccia per la ripresa della maggiore economia mondiale. Non e’ una buona notizia, quella che offre Nicholas Colas, chief marketing strategist del broker americano ConvergEx, perche’ le tensioni in Medioriente rischiano di surriscaldarsi ulteriormente e spedire i prezzi del greggio al rialzo. Si spera non dove si trovavano nel 2008, all’apice della recessione piu’ grave degli ultimi 70 anni.

Se cio’ dovesse accadere – a questo proposito fondamentale sara’ monitorare le mosse di Israele – allora le speculazioni nei mercati emergenti rischiano di far schizzare il valore del greggio e l’impatto si sentira’ nelle tasche degli americani, compromettendo la ripresa.
Notizia fresca di oggi, mercoledi’, e’ che l’Agenzia Internazionale dell’Energia non ha esortato l’Opec a pompare altro petrolio per alimentare l’economia mondiale che ora consuma la cifra record di 87 milioni di barili al giorno. Lo si e’ appreso grazie alle rivelazioni di WikiLeaks (qui si possono leggere tutti i dettagli dei documenti diplomatici).

Quanto ai paesi in via di sviluppo, “non si puo’ piu’ parlare di scommessa vincente”, anche perche’ stanno per essere travolti da un’inflazione preoccupante, che e’ anche la minaccia numero uno per l’economia mondiale. “Non e’ che la festa sia finita per sempre, ma sicuramente non abbiamo piu’ quei guadagni a cui eravamo abituati anni fa”, ha osservato Colas in un’intervista concessa a Wall Street Italia nel suo ufficio a Paramount Plaza, New York.
Il principale motivo che sta strozzando la crescita si chiama inflazione. “Bisognera’ fare estrema attenzione perche’ un rincaro dei prezzi dei beni principali in quei paesi avra’ un impatto anche sulle economie industrializzate”. L’unico modo per mettersi al riparo? Colas non ha dubbi “comprare oro e sopratutto argento il cui valore ha visto un incremento di 7 volte negli ultimi due anni. Rialzi che sono destinati a continuare.

Per lo stock analyst e’ difficile dire quale sara’ il prossimo capo di governo a saltare nella regione araba – al momento Bahrein, Yemen, Giordania, Algeria e Arabia Saudita sembrano le principali candidate a fare la fine di Tunisia ed Egitto, ma Algeri e Riad hanno i mezzi (risorse energetiche e possibiltta’ di offrire sussidi alimentari) per contenere il malcontento della popolazione e scongiurare eventuali rivolte. Bisognera’ tuttavia vedere come reagira’ Israele all’instabilita’ andatasi improvvisamente a creare in Egitto dopo 30 anni di dominio del rais Hosni Mubarak. Tel Aviv ha infatti stretto un accordo di pace con Il Cairo, che insieme alla Giordania e’ il suo principale alleato nella regione. “Sara’ fondamentale seguire gli sviluppi in Siria e in Iran”, che sono state al centro delle critiche israeliane dopo che si e’ saputo che due navi militari iraniane sono dirette verso la Siria, attraverso il Canale di Suez.

Una nuova “provocazione” – come l’ha definita il ministro degli Esteri isrealiano – che Tel Aviv non e’ disposta ad accettare. La paura di un intervento israeliano e di un potenziale conflitto ha spinto in rialzo i prezzi del petrolio, con i contratti sul Brent londinese che sono saliti fino a quota 104 dollari il barile e quelli sul WTI newyorchese che hanno superato gli 85 dollari.
E proprio i prezzi dell’oro nero rappresentano la principale minaccia per l’economia americana: “Il maggiore rischio e’ rappresentato dal greggio. Basti tornare indietro con la mente alla crisi finanziaria, quando i prezzi del petrolio erano su livelli ingestibili di quasi 150 dollari al barile, per rendersi conto di quanto un eventuale rincaro del greggio minacci la crescita economica americana. Un rialzo del valore del greggio si riverserebbe infatti sulle bollette delle famiglie e sui rifornimenti di benzina. E si sa quanto il popolo americano sia ancora dipendente dalle auto. Il suggerimento e’ quello di stare attenti alle speculazioni in atto nei mercati energetici e agire per tempo”, ha aggiunto Colas.

E cosa succedera’ una volta che verranno a mancare le misure di allentamento monetario straordinarie, meglio note come Quantitative Easing 2? “Se stiamo vivendo una crescita ciclica, allora si riprendera,’ ma dall’ultimo andamento di manifattura (citata in particolare la crisi ancora non del tutto superata dal settore auto) e lavoro (di questo passo per recuperare i posti di lavoro perduti nel settore non agricolo bisognera’ attendere il 2020, NdR) sembra che l’andamento sia piuttosto secolare. Sara’ dunque interessante vedere come la Fed agira’.
“Sicuramente e’ da escludere un rialzo dei tassi quest’anno, ma dalla prima parte del 2020 vedremo una stretta monetaria, probabilimente moderata, di 25 punti base”. La banca centrale Usa non ha quella politica aggressiva che caratterizza invece “i falchi della Bundesbank”. Hanno spiegato chiaramente che finche’ la ripresa economica non sara’ piu’ solida e duratura, ancora “per un periodo prolungato di tempo” non ci saranno nuove misure.

Da escludere anche una nuova tornata di acquisto di Treasury a giugno, ovvero quando il Quantitative Easing 2 – l’insieme di misure di acquisto di titoli a lungo termine per $600 miliardi – volgera’ al termine. “Sara’ dunque estremamente interessante vedere la reazione del mercato a quel punto, con tutta quella liquidita’ iniettata nel sistema”, e capire se l’economia sara’ in grado di reggere senza aiuti esterni.
Si parla tanto di nuove bolle che si stanno gonfiando di nascosto nel mondo, ma “l’unica da temere veramente al momento e’ quella dei prezzi delle materie prime nei paesi emergenti”. Basta guardare alla crescita esponenziale del cibo in Cina (+30%) e India (addirittura +40-50%) per capire che il rischio sistemico e’ enorme.
E’ da escludere invece un collasso dell’area euro, perche’ “l’intero sistema finanziario mondiale trae beneficio dalla stabilita’ della moneta unica. Nessuno vuole un crack dell’euro. Tutti parlano dell’euro in crisi, ma se si analizza la situazione del dollaro, essa e’ altrettanto critica”, dice Colas, facendo riferimento in particolare al deficit di tanti stati americani, California in primis. Il Golden State equivale un po’ a quello che e’ la Spagna per l’Unione Europea. E comunque, anche se “non esiste piu’ valuta che possa meritare ‘un atto di fede’ da parte degli invesitori, l’unico valore veramente alto lo si trova in dollaro ed euro”.
Colas ha espresso anche un parere sull’outlook italiano, precisando che solo se ci sara’ una crisi politica l’economia ne risentira’ veramente. Tuttavia rimane il fatto che la crescita restera’ troppo fiacca rispetto alla media europea. “Se l’Europa crescera’ come sembra del 2-3% sicuramente l’Italia e gli altri paesi periferici registreranno un aumento inferiore intorno all’1,5%, massimo 2%”.

Infine un suggerimento per gli investitori pazienti che non amano il rischio. Se si volesse creare un portafoglio per i prossimi 30 anni, adesso come adesso “la parola d’ordine deve essere assolutamente la diversificazione”. “L’ideale sarebbe essere esposti per un terzo nell’immobiliare, che e’ tornato a essere un investimento sicuro, un terzo nei metalli preziosi e un terzo nei mercati azionari”. Anche qui pero’ puntando sulla tecnica di ‘stock picking’ perche’ “non si puo’ piu’ fare affidamento su strategie settoriali, in quanto i comparti non si muovono piu’ all’unisono”.

17 febbraio 2020| Ora 14:14 – di WSI
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Schizza ai massimi da 20 mesi la richiesta di prestiti overnight alla Bce da parte degli istituti di credito. Ieri le banche hanno chiesto 15,8 miliardi di euro in finanziamenti attraverso il programma dei prestiti overnight della Bce con un tasso dell’1,75%, 75 punti base in piu’ rispetto al tasso di riferimento dell’Istituto centrale europeo.
Si tratta della somma piu’ alta da giugno 2009 ed e’ paragonabile ai livelli visti subito dopo il fallimento di Lehman Brothers.
Stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, “la Bce si e’ rifiutata di fornire spiegazioni a questo dato, che generalmente riflette l’estremo e imminente bisogno di liquidita’ delle banche. L’uso di questo tipo di facilitazioni e’ stato minimo a inizio anno ma e’ aumentato quotidianamente al ritmo medio di $700 milioni nelle scorse settimane”. Il quotidiano finanziario ricorda che l’aumento della richiesta di questo tipo di prestiti arriva un po’ a sorpresa dal momento che ieri non erano emersi segni di stress nel mercato monetario: “il tasso overnight di riferimento, l’Eonia, si e’ sgonfiato allo 0,7% dallo 0,749 giovedi’, minimi di oltre una settimana”.
Stando ad alcuni trader il balzo ha a che fare con errori tecnici ma resta il fatto che la cifra superiore ai 15 miliardi di euro e’ notevole. Che sia colpa del record registrato dal rendimento offerto dai titoli di stato decennali in Portogallo?

17 febbraio 2020 – prestiti overnight Bce
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Si ricordano inoltre le voci che sono circolate ieri sera secondo cui l’istituto tedesco in difficolta’ WestLB avrebbe presentato alla Commiasione Ue il suo piano di ristrutturazione. Le fonti anonime che lo hanno riferito credono che il piano stesso preveda l’acquisizione da parte di altre banche locali e il trasferimento di parte degli asset tossici in una “bad bank”. Quest’ultima verrebbe venduta in un secondo momento e in un contesto piu’ favorevole. Il commissario Joaquin Almunia avviera’ le negoziazioni con le autorita’ tedesche a proposito del futuro del gruppo.
Proprio la salute delle banche tedesche e’ oggetto di un articolo del New York Times secondo cui almeno altri due istituti sarebbero sotto i riflettori delle autorita’ Ue. “La fragilita’ del sistema bancario tedesco rappresenta una minaccia sostanizale alla ripresa economica della Germania”, ha dichiarato al quotidiano Usa Jorg Rocholl, professore alla European School of Management and Technology di Berlino.

17 February, 2020 – di Hans-Werner Sinn

Hans-Werner Sinn и professore di economia e finanza pubblica all’Universitа di Monaco e presidente dell’Istituto tedesco Ifo

MONACO – Dopo aver deciso di raddoppiare la capacitа di prestito a tripla A del Fondo salva-stati (European Financial Stability Facility, Efsf), nato per soccorrere i paesi membri in difficoltа, i paesi dell’Unione europea stanno ora discutendo le condizioni tramite le quali mettere a disposizione tali fondi. La questione cruciale verte sui margini entro cui i creditori dovranno partecipare alle misure di salvataggio, rinunciando a parte delle pretese finanziarie sottoforma di “haircut”.

I rappresentanti dei paesi iper-indebitati e dei paesi le cui banche sono fortemente esposte come creditori, sostengono che gli “haircut” destabilizzerebbero il sistema finanziario europeo, generando un effetto contagio pari a una seconda crisi Lehman Brothers. Tuttavia, l’Eeag (European Economic Advisory Group), un gruppo di economisti coordinato dal CESifo di Monaco, provenienti da sette paesi europei, ha respinto tale visione nel suo ultimo rapporto, appena pubblicato a Bruxelles.

Il gruppo sostiene che un’altra crisi del tipo “Lehman” non potrа avvenire per il semplice fatto che и giа avvenuta. Nell’ottobre del 2008, un mese dopo il crack Lehman, i paesi del G8 si sono accordati per salvare tutte le banche importanti a livello sistemico, mentre venivano istituiti in tutto il mondo fondi di salvataggio per 4,9 trilioni di euro (6,7 trilioni di dollari) – tuttora ampiamente intatti. Qualora una di queste banche dovesse trovarsi nei guai a causa di un default per debito sovrano, i necessari fondi di salvataggio sarebbero prontamente messi a disposizione. И quindi altamente improbabile che si verifichi un altro collasso del mercato interbancario.

Il report del gruppo evidenzia perт il vero rischio dell’Europa: un ritorno a morbide restrizioni di bilancio – sia nel settore privato che pubblico – e un eccessivo indebitamento che ha surriscaldato la periferia meridionale e occidentale e ha innescato la destabilizzazione degli equilibri commerciali. Gli “haircut” potrebbero contenere tale rischio allineando lo spread di ogni paese alla propria affidabilitа creditizia – lo strumento essenziale con cui i mercati impongono la disciplina ai debitori.

Il report riconosce che gli “haircut” sarebbero utili in una crisi di mera liquiditа derivante da mercati disfunzionali, mentre sarebbero indispensabili in una situazione di crisi di solvibilitа ai fini della stabilitа del sistema finanziario europeo nel suo complesso. Costituiscono quindi una parte fondamentale della dettagliata proposta per un meccanismo di salvataggio che и stata presentata dal gruppo e che potrebbe fungere da progetto per un nuovo sistema europeo di governance finanziaria (http://www.cesifo-group.de/DocDL/eeag_report_chap2_2020.pdf).

Il meccanismo proposto fa una distinzione tra illiquiditа, insolvenza incombente e insolvenza conclamata. Se un paese deve affrontare problemi di pagamento, и probabile che incorra in una crisi di mera liquiditа per i primi due anni, durante i quali sarebbe offerto un generoso aiuto finanziario. Qualora la crisi persistesse, il paese accederebbe automaticamente a una procedura di insolvenza incombente, in cui l’aiuto sarebbe vincolato agli “haircut” del 20-50% sul debito maturato. I vecchi bond governativi in questo caso sarebbero convertiti a un tasso ridotto in nuovi bond parzialmente garantiti (all’80%) dagli stati partecipanti.

Solo nel momento in cui vengono ritirate le garanzie, scatta l’insolvenza conclamata, che implica un riscadenziamento dell’intero debito pubblico. Secondo tale schema, gli investitori si troverebbero di fronte a un potenziale rischio di insolvenza, ma la perdita massima attesa sarebbe limitata al 60% del loro investimento. Questo livello di protezione li indurrebbe a investire piщ denaro solo nel caso in cui il paese che richiede il prestito offrisse un ragionevole premio a tassi di interesse ridotti sugli asset sicuri.

Il meccanismo anti-crisi proposto assicurerebbe di fatto gli acquirenti di bond governativi rispetto al rischio di insolvenza, ma comporterebbe delle franchigie che obbligano i possessori di bond ad assumersi parte del rischio di investimento. Questo tipo di assicurazione eviterebbe il panico in caso di crisi, ma la franchigia indurrebbe ad agire preventivamente con prudenza, riducendo anzitutto il rischio di una crisi.

Talvolta si sostiene che gli “haircut” automatici non dovrebbero rientrare nel meccanismo di salvataggio europeo, dal momento che persino il Fondo monetario internazionale ha spesso fornito il proprio aiuto nelle precedenti crisi di debito sovrano senza utilizzarli. Sebbene le sanzioni e le restrizioni, si dice, possano anche indurre a una disciplina sul debito.

Tale argomentazione non и molto convincente, o almeno non lo и se applicata all’Europa. Per un semplice motivo: il fallimento del Patto di crescita e di stabilitа dell’Ue ha sollevato seri dubbi sulla possibilitа o meno che le restrizioni politiche sul debito vengano effettivamente rispettate se non imposte e controllate dal Fmi stesso.

Fatto ancora piщ importante, il Fmi ha solitamente aiutato i paesi che avevano una propria moneta e quindi potevano contrastare i movimenti di capitale internazionale aggiustando i propri tassi di cambio. Quando il capitale si trasferisce in un dato paese, la sua moneta si apprezza, raffreddando il settore dell’export a tal punto da compensare il boom dei settori orientati al mercato interno che beneficiano della disponibilitа del credito estero. I tassi di cambio flessibili fungono quindi da dispositivo auto-stabilizzante in grado di proteggere i paesi importatori di capitali da un surriscaldamento.

Tale meccanismo non и disponibile in un’unione monetaria come l’Eurozona, dove gli afflussi di capitale creano bolle di asset che tendono a surriscaldare l’economia domestica e a spingere eccessivamente al rialzo salari e prezzi al consumo. Quando scoppia la bolla, il paese colpito potrа rilanciare la competitivitа solo attraverso un faticoso processo di deprezzamento reale; salari e prezzi resteranno bloccati per anni rispetto ai competitor, mentre l’economia di quel paese attraverserа un prolungato periodo di recessione fino al momento in cui non ritroverа un nuovo equilibrio.

И per questo motivo che non и possibile gestire un’unione monetaria che consta di paesi diversi senza una disciplina di mercato. L’Eurozona necessita urgentemente di un meccanismo anti-crisi senza “haircut” automatici per i casi di insolvenza incombente. In questo modo i ridotti spread fra tassi di interesse potrebbero colmare l’assenza di un meccanismo sui tassi di cambio.

Fonte – Project Syndicate, 2020
Traduzione – Simona Polverino

18 feb 2020 06:00 – di Gherardo Morina

l Gruppo dei 20 (G20), che riunisce i maggiori Paesi industrializzati ed emergenti, tanto da rappresentare oltre l’80% del PIL mondiale, sta diventando il centro principale di confronto. Il G8, il cui perimetro non va molto al di lа dei grandi Paesi sviluppati, sta cedendo gradualmente terreno. Ma, insieme a quote di potere decisionale, il G20 eredita dal G8 anche i problemi dell’economia mondiale. Buona parte di questi sono sul tavolo del vertice dei ministri economici e dei governatori delle banche centrali del G20, che si и aperto ieri a Parigi.
Molti nodi stanno venendo al pettine, ed il pettine и inevitabilmente quello del G20. И difficile perт pensare che da questo vertice escano ricette risolutive. Sarа comunque interessante vedere in quale direzione si sposterа il pendolo rispetto a questi nodi, dopo la riunione di Parigi.

Un primo nodo, messo all’ordine del giorno del G20, и quello dello sviluppo e degli squilibri mondiali. La presidenza del G20 in questa fase и francese e il ministro dell’Economia Christine Lagarde ha sintetizzato cosм: «Abbiamo un mondo in cui la Cina risparmia ed esporta, in cui l’Europa consuma e cresce lentamente e in cui gli Stati Uniti consumano e si indebitano. Si tratta di vedere se possiamo continuare in questo modo». Quello su cui la Francia vuole spingere и un sistema di indicatori che consenta di limitare le disparitа e monitorare le economie, in modo da rendere sostenibile la crescita, con l’ausilio anche del Fondo monetario. Molti Paesi non condividono l’impeto francese per il coordinamento e la regolamentazione. Alcuni sono disposti a concordare almeno gli indicatori per il monitoraggio, di cui potrebbero far parte la bilancia delle partite correnti, il tasso reale di cambio, il debito pubblico e privato, il deficit pubblico. Alcuni Paesi emergenti vorrebbero perт altri indicatori, non questi. Bisognerа vedere se su questi parametri si troverа un’intesa reale.

Un secondo nodo и quello del sistema monetario internazionale. Un gruppo di lavoro presieduto da Germania e Brasile ha analizzato i problemi dei flussi mondiali di capitali. Un altro gruppo guidato da Francia e Messico ha esaminato il problema delle riserve e della liquiditа. Anche qui, non и facile immaginare in quale direzione realmente, al di lа delle parole, ci si muoverа. La «guerra» valutaria degli ultimi mesi и in parte rientrata, ma non и finita, il fuoco cova sotto le ceneri. Gli USA, l’Eurozona, la Cina, altri Paesi emergenti sono tutti interessati a tenere le mani libere, per poter favorire il rialzo o il ribasso delle rispettive monete, a seconda delle esigenze dell’export e dell’economia delle singole aree. La fine dei conflitti valutari acuti sarebbe benvenuta e forse sarа possibile piщ avanti, nel caso la ripresa internazionale si confermasse. Ma andare molto piщ in lа nel coordinamento appare impresa ardua.

Un terzo nodo и quello dei rialzi dei prezzi delle materie prime, che hanno ormai toccato non solo il petrolio ed i metalli, ma anche i beni alimentari. Il presidente francese Sarkozy vorrebbe regole per prevenire le speculazioni. L’enunciazione di per sй trova alcuni consensi. Ma la questione appare molto complessa. Bisogna vedere dove iniziano e dove finiscono queste regole sul mercato. E chi e come controlla. In piщ, in questa fase alcuni Paesi esportatori di materie prime, tra cui il Brasile, si oppongono a meccanismi di controllo sui prezzi.

Il quarto nodo и quello delle regole della finanza globale. Il Financial Stability Board lavora a fianco del G20, per andare oltre le regole antirischi di Basilea 3 e per arrivare ad una maggiore capitalizzazione e ad una supervisione ancora piщ stretta per le grandi banche. L’obiettivo и anche ostacolare il formarsi di una «finanza ombra», cioи lo spostamento di attivitа finanziarie al di fuori di grandi banche e societа, allo scopo di evitare regole piщ stringenti. Di suo, il presidente Sarkozy ci mette anche la tesi a favore della tassa sulle transazioni finanziarie.
Su quest’ultimo punto, sembra difficile che si crei un vasto consenso. Vi sono infatti molte obiezioni sia di principio, sia pratiche, cioи sulla possibilitа concreta di applicare una tassa di questo tipo. Anche nell’ultimo Forum di Davos Sarkozy aveva sostenuto la tesi, ma molte erano state le critiche. «Poche regole, ma buone» era stata l’obiezione di molti protagonisti del mondo bancario, con riferimento sia alla tassa, sia alla necessitа piщ in generale di non andare troppo in lа con le regolamentazioni. Sul fatto che non si debba tornare alla situazione precrisi finanziaria c’и un ampio accordo. Sul fatto che si debbano stabilire molte altre regole dopo quelle giа definite, ci sono ampi dissensi. Al di lа dei comunicati ufficiali, sarа difficile agire su tutti questi nodi. Se la presidenza francese tirasse troppo la corda, questa potrebbe spezzarsi. Se Parigi accettasse una linea piщ cauta, non vi sarebbe un’intesa complessiva, ma la strada per successivi compromessi resterebbe almeno aperta.

Fonte – Corriere del Ticino

18 febbraio 2020| Ora 08:52 – di WSI
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Durerа due giorni, fino a domani il G20 di Parigi, a cui parteciperanno i ministri finanziari e i governatori centrali delle principali venti economie del mondo. L’attenzione sarа focalizzare su varie tematiche, ma nell’agenda, come anticipato anche ieri sera da Mario Draghi, governatore di Bankitalia e numero uno del Financial Stability Board, entra anche la questione dello shadow banking, ovvero delle banche ombre.
Oltre al problema delle banche troppo grandi per fallire, esiste infatti un’altra questione che la comunitа finanziaria internazionale deve affrontare: la necessitа di monitorare questi istituti ombra, che possono andare da veicoli strutturati di investimento, a particolari categorie di hedge fund e a fondi di investimento attivi nel mercato monetario, come ha precisato Bloomberg. Secondo Karel Lannoo, amministratore delegato del Centre for European Policy Studies, istituto di ricerca, shadow banks possono essere considerate poi “anche grandi societа petrolifere o energetiche” che fanno trading su determinati strumenti finanziari.

Stando alle indiscrezioni trapelate nei giorni precedenti, entro la metа dell’anno le autoritа internazionali di regolamentazione avrebbero come obiettivo quello di fissare regole internazionali per regolamentare le banche ombra entro la metа dell’anno: questo, al fine di prevenire un’altra crisi finanziaria.
La questione delle banche ombra и sotto lente delle autoritа di regolamentazione da un bel po’ di tempo. Un rapporto stilato dalla societа di consulenza Oliver Wyman, che и stato diffuso in coincidenza con il World Economic Forum che si и svolto a Davos, in Svizzera, alla fine di gennaio, ha invitato le autoritа di controllo a chiedere di prestare molta attenzione a quelle banche che generano molti profitti, in quanto questi, quando sono eccessivi, a volte anticipano l’arrivo di nuovi problemi.

Ed и quanto Draghi ha voluto dire nel suo discorso di ieri -proferito in occasione di una cena di gala a cui hanno partecipato anche il ministro delle finanze francese e presidente di turno del G20 finanziario, Christine Lagarde, e il Presidente della Bce, Jean Claude Triche – i l governatore di Bankitalia ha affermato che ora si deve determinare, in merito allo shadow banking, “dove il monitoraggio, la sorveglianza e l’azione degli enti di regolamentazione” siano necessari. E ha aggiunto che “non si tratta di un compito facile”.

venerdм, 18 febbraio 2020 – 16:24 – di REUTERS
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Il netto aumento del ricorso da parte delle banche del sistema bancario europeo ai finanziamenti marginali della Bce (Berlino: BCE1.BE – notizie) и la riprova che il mercato monetario non и ancora perfettamente funzionante in alcune delle sue parti. Cosa di cui la Bce и ben consapevole.
Lo ha detto a Reuters una fonte monetaria a commento del dato di oggi sui finanziamenti marginali chiesti dalle banche del sistema euro, riferiti a ieri, e che mostrano ancora un livello ben sopra quello fisiologico a 16 miliardi, in linea con gli elevati 15,8 miliardi del giorno precedente.
“Certamente possiamo dire che il dato non и frutto di un errore tecnico. E’ invece la prova che ci sono alcune aree geografiche nella zona euro che mostrano di avere ancora difficoltа di accesso al mercato credito” ha detto la fonte.
“La Bce offre diversi sportelli di accesso ai finanziamenti, il ricorso ai prestiti overnight и solo uno di quelli, solo un po’ piщ caro, ma и una scelta delle singole banche”, ha aggiunto.
La Bce offre l’opportunitа alle banche di finanziarsi con operazioni a una settimana, a un mese, a tre mesi e anche, con i rifinanziamenti marginali, a un solo giorno. Per questi ultimi il tasso и attualmente pari all’1,75% contro l’1% del tasso principale. Oggi il tasso overnight quota attorno a 0,40/55%. I tesorieri si aspettano a questo punto che l’attuale importo dei prestiti venga rinnovato di giorno in giorno fino al prossimo rifinanziamento a 7 giorni della Bce di martedм.
“Si tratta di scelte delle singole banche di alcuni paesi che evidentemente non sono riuscite ad approvvigionarsi dei fondi loro necessari direttamente sul mercato e nemmeno attraverso altri finanziamenti meno costosi” dice la fonte.
E’ dallo scoppio della crisi greca nel maggio scorso, seguita da quella irlandese e poi dall’emergere delle difficoltа in Spagna e in Portogallo che le banche di questi paesi fanno fatica ad accedere direttamente al mercato monetario.
“Non si possono fare nomi di singoli paesi, ma la Bce и consapevole delle difficoltа di alcune paesi periferici ad accedere al credito e al fatto che essi fanno riferimento soprattutto ai finanziamenti della Bce” ha detto la fonte, precisando di contro che “le banche italiane continuano invece ad avere un buon accesso al credito”.
La Bce и attesa dare indicazioni nel corso della conferenza stampa del suo presidente il prossimo 3 marzo sulle eventuali mosse di exit-strategy.
Questa settimana, Guy Quaden, membro del Consiglio direttivo della Banca (Valencia: 51.VA – notizie) centrale europea, ha detto che le misure a sostegno della liquiditа nella zona euro continuano ad essere necessarie, sebbene – ha aggiunto – non dovrebbero essere considerate permanenti.
Un anno fa la Bce iniziт, prima dello scoppio della crisi greca, una politica di exit-strategy, ritornando per il finanziamento a tre mesi all’asta a tasso variabile con ammontare ‘indicato’ dalla stessa Bce. Le attese sono quindi che Francoforte possa decidere uno stesso provvedimento anche questa volta.
Ma i numeri delle standing facilities di questi due giorni potrebbero indurre la Bce a rinviare questi provvedimenti piщ in lа nel tempo.
“Il maggior ricorso ai prestiti non и un sintomo di buona salute, la Bce и consapevole” ha aggiunto la fonte.
L’asta a tre mesi con il meccanismo dell’asta variabile si и vista una sola volta l’anno scorso, poichи poi l’acuirsi della crisi greca spinse la Bce a ritornare sui suoi passi lasciando ancora anche per essa l’ammontare illimitato. Attualmente il tasso delle scadenze a lunga, viene calcolato sulla media del tasso di riferimento al p/t principale per tutta la durata del finanziamento.

venerdм, 18 febbraio 2020 – 16:31 – di ASCA
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Parigi, 18 feb – Si annuncia in salita la strada per un accordo al G20 dei ministri finanziari sugli indicatori per misurare gli squilibri economici e finanziari a livello globale. La proposta francese, sostenuta dai paesi europei e dagli Stati Uniti, incontra l’opposizione dei Brics, le economie emergenti di Cina, Brasile, India e Russia (OMXR.EX – notizie) . Una sorta di compromesso sara’ inevitabile ma dal vertice di Parigi probabilmente la principale novita’ e’ l’annuncio del presidente della Fed, Ben Bernanke, che ha assicurato che gli Stati Uniti adotteranno molto rapidamente i nuovi standard di Basilea 3. L’America e’ impegnata ad ”adottare rapidamente” le regole di Basilea 3, anche se il guardiano del dollaro ha precisato che ”resta ancora molto da fare” per una piu’ efficace regolamentazione del sistema finanziario internazionale. In attesa delle conclusioni del vertice, oggi e’ stata la giornata dei banchieri centrali che mostrano una sostanziale condivisione sull’approccio e sul timing degli interventi che i governi devono realizzare per disegnare una piu’ efficace architettura normativa del sistema finanziario. ”Andiamo avanti, portiamo avanti il lavoro e finiamolo al piu’ presto possibile”, e’ stato l’auspicio del Governatore della Banca (Valencia: 51.VA – notizie) d’Italia, Mario Draghi, responsabile del Financial Stability Board, sottolineando che le nuove regole dovranno portare in futuro ”piu’ trasparenza”. I banchieri centrali, da Bernanke a Trichet della Bce (Berlino: BCE1.BE – notizie) , hanno poi difeso la proposta caldeggiata dalla Francia sul’introduzione di criteri per misurare gli squilibri. ”Dopo alcune parziali riduzioni causate dalla crisi – ha avvertito Trichet – gli squilibri globali sono tornati a crescere e cio’ impone un cambiamento nelle politiche monetarie internazionali e di cooperazione finanziaria”. Dunque e’ ”estremamente benvenuta” – ha detto – la proposta della presidenza di turno francese. Ma le economie mature di Europa e Stati Uniti devono fare i conti con i paesi emergenti. I cosiddetti Brics si sono riuniti oggi in un incontro informale ed hanno ribadito la loro contrarieta’ ad alcuni indicatori cosi’ come hanno ripetuto la loro opposizione a sistemi di regolazione dei flussi di capitali. Il Brasile in particolare e’ assolutamente contrario, temendo che Europa e Stati Uniti intendano procedere per una regolamentazione orientata alla tutela dei loro asset ignorando le esigenze delle econoie emergenti. Parlando a una conferenza al G20, il presidente della Bce ha inoltre affermato che la decisione della presidenza francese di focalizzare il summit sugli indicatori degli squilibri mondiali ”e’ estremamente benvenuta”. Come spesso accade, la posizione degli Stati Uniti sara’ fondamentale nella definizione di una soluzione di compromesso. Il segretario al tesoro Tim Geithner ha sottolineato che ”non c’e’ alternativa al Fondo monetario internazionale quale organismo incaricato di monitorare gli squilibri globali”, aggiungendo che la priorita’ dovrebbe essere la definzione di un sistema per disincentivare tali squilibri. La commissione europea sfoggia ottimismo. Il commissario agli affari monetari, Ollie Rehn, e’ convinto che ”si trovera’ un accordo sulle linee guida degli indicatori”. La Commissione considera di cruciale importanza un accordo anche se al ribasso rispetto alla proposta francese, rinviando magari le parti piu’ complesse a un secondo momento.

Mercoledм 16 Febbraio 2020 . Venerdм 18 Febbraio 2020 . Lunedм 21 Febbraio 2020
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lunedм, 21 febbraio 2020 – 12:59 – di Sara Silano
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Il mercato italiano и strategico per gli Etf. Un’ulteriore conferma и venuta dal recente debutto degli Spdr, targati State Street (NYSE: STT – notizie) global advisors, secondo gestore al mondo (dopo iShares) con un patrimonio in Exchange traded fund di 255 miliardi di dollari a livello globale (dato al 31 dicembre 2020). “Se si vuole sviluppare il mercato europeo non si puт prescindere dall’Italia”, dice Danilo Verdecanna, direttore generale di SSgA Italia. “E’ in rapida espansione e ha forti volumi su indici non domestici. Quest’ultima caratteristica lo differenzia dagli altri mercati europei, piщ concentrati sui panieri nazionali”.
Il segmento EtfPlus conta oggi 588 Etp (sigla che comprende Etf ed Etc), di cui 25 quotati dall’inizio dell’anno, emessi da 14 societа, tutte estere. Secondo le statistiche di Borsa italiana, nel 2020 il numero di contratti и salito del 40% rispetto al 2009, con un incremento del controvalore medio giornaliero del 43%. Il patrimonio in gestione degli Exchange traded fund ha raggiunto i 17,67 miliardi, quello degli Etc i 2,12 miliardi.
SSgA, che nel 1993 ha lanciato il primo Etf della storia (Spdr S&P500), attualmente il piщ grande al mondo, ha quotato su Borsa italiana 12 prodotti, tutti con replica fisica, di cui due sull’Msci Europe e Msci Europe small cap e gli altri settoriali. Gli stessi sono giа presenti su Nyse Euronext (NYX.NX – notizie) e sul segmento Xetra di Deutsche Boerse, dal momento che la societа и sbarcata in Europa dal 2001.
La scena tricoloreIn Italia, i fondi specializzati su singoli comparti industriali non hanno avuto molto successo, dopo lo scoppio della bolla Internet, ma, ricorda Verdecanna, esistono diversi studi che dimostrano che la rotazione settoriale puт generare valore e, soprattutto, abbassa la correlazione all’interno del portafoglio. Questo tipo di diversificazione puт rivelarsi piщ efficace rispetto a quella geografica, in un contesto di mercati sempre piщ interdipendenti.
Nel 2020, Borsa italiana и stata la prima per numero di contratti conclusi e l’intero gruppo di cui fa parte (London stock Exchange (Londra: LSE.L – notizie) ) ha una quota di mercato di quasi il 40% in Europa. In termini di controvalore, invece, la piazza milanese и terza, dopo Deutsche Boerse e Nyse Euronext. La dimensione media delle transazioni и inferiore agli altri grandi circuiti, il che fa pensare a una maggiore presenza di investitori privati. Tuttavia, gli Etp stanno guadagnando terreno anche tra gli istituzionali (segmento a cui si rivolgerа primariamente SSgA), che li inseriscono nei loro portafogli in chiave sia strategica che tattica.
In questo segmento di clientela gli scambi non passano necessariamente dalla Borsa, anche se alcuni istituzionali, come le casse di previdenza e le fondazioni, chiedono la registrazione e quotazione sul listino milanese, passi che diventano dunque indispensabili per gli operatori che vogliono crescere sul mercato italiano.
A differenza degli Stati Uniti, dove esiste un unico mercato degli Etf, quello europeo и frammentato, per cui il cross-listing (quotazione su piщ piazze) diventa una strada obbligata. “Guardiamo con attenzioni ai processi di fusione tra le Borse”, dice Verdecanna. “Per ora sono transcontinentali, ma se avverranno anche all’interno dell’Europa, porteranno benefici agli emittenti di Etf”.

22 febbraio 2020| Ora 22:30 – di Daniele Chicca
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New York – A molti italiani l’idea non piacera’ per niente, ma a salvare dal crack fiscale l’Italia potrebbe essere la Cina. Come? Facendo scorpacciata di titoli di stato sul mercato, anche nel caso di un eventuale rialzo dei rendimenti.
“Se e’ successo in Portogallo, Grecia e Irlanda, non c’e’ ragione per pensare che non possa venire anche il turno dell’Italia”, ha detto in un’intervista rilasciata a Wall Street Italia il seguitissimo blogger Joshua Brown, tra i consulenti finanziari leader di Fusion Analytics, a proposito dell’impennata record del tasso di rendimento dei bond dell’area periferica.
Brown non prevede il collasso dell’euro (“non succedera’, non lo permetteranno, e’ solo il primo vero test per una moneta giovane”) ma la crisi del debito sovrano dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) rappresenta sicuramente uno dei rischi sistemici mondiali.
“A salvare l’Italia potrebbe essere la Cina”, ha osservato l’analista, aggiungendo che per il principio del do ut des “e’ un matrimonio che funzionerebbe, perche’ anche Pechino ha bisogno di acquirenti per i suoi prodotti”, almeno finche’ la domanda interna non salira’. Ma perche’ questo accada ci vorra’ tantissimo tempo, con le aeree centrali del paese asiatico che sono ancora terre di agricoltori, allo stato brado dell’evoluzione industriale.
Il Dragone sta cercando di muoversi in questa direzione, ma e’ gia’ impegnato a cercare di contrastare una pericolosa bolla che si sta formando: quella immobiliare. Motivo per il quale Brown sconsiglia vivamente di puntare i propri soldi in Cina, dove “ci sono broker immobiliari ovunque, anche in strada”. Una crescita esponenziale che ha costretto il governo a porre dei limiti all’acquisto delle case. “Se si guarda alle statistiche hanno veramente dell’incredibile”, ha commentato lo stock advisor, citando il boom delle costruzioni e delle attivita’ nel mercato del mattone nell’area periferica e nelle grandi citta’. “Magari perderemo un’occasione di grandi guadagni, ma preferiamo non rischiare”, ha continuato Brown parlando delle strategie di investimento del suo gruppo.
Dove invece conviene rischiare e’ in Sudafrica e Sudamerica, dove Cile, Peru e Colombia trarranno giovamento dall’accordo di fusione delle rispettive borse stretto di recente. Anche l’Ecuador e il Vietnam offrono buone opportunita’. Quanto agli Stati Uniti, “c’e’ ampio spazio per un miglioramento”, con numerosi investitori che stanno indirizzando in America i soldi in uscita dai mercati emergenti – si pensi alla crisi che sta attraversando nel 2020 del blocco BRIC (Brasile, Russia, India, Cina). Da tenere sotto stretta osservazione saranno le mosse della Federal Reserve, che potrebbe presto invertire rotta: “sarei scioccato se dovessi vedere i tassi ancora allo zero quest’estate”.
Una stretta monetaria obbligata se Washington non vorra’ fare la fine dei mercati emergenti, dove la crescita e’ strozzata dall’inflazione, come avvenne in Sudamerica a cavallo tra Anni 70 e 80, una delle maggiori crisi della storia mondiale. Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Peru e Uruguay hanno subito anni di iperinflazione (con tassi medi di sino al 121% tra il 1970 e il 1987). In Bolivia i prezzi sono aumentati del 12.000% nel 1985. “Gli Usa non se lo possono permettere”, ha osservato Brown. Per ora l’inflazione e’ sotto controllo, ma lo scenario tra qualche mese cambiera’ e le maglie larghe professate da Ben Bernanke sono destinate a stringersi.
E’ indubbio che il rincaro delle risorse di base rappresenta un rischio e a contribuire all’aumento poderoso dei prezzi delle commodity – non e’ un segreto – sono anche le speculazioni sui mercati. Basti guardare al caso di Deutsche Bank – segnalato da Brown sul suo blog. La banca ha improvvisamente e senza spiegazioni deciso di interrompere l’emissione del fondo PowerShares DB Agriculture Double Long Exchange Traded Note (DAG). Il veicolo di investimento aveva un’esposizione in mais, farina, semi di soia e zucchero (quattro delle materie prime piu’ richieste che hanno riscontrato i rialzi maggiori negli ultimi tempi). Pare che le attivita’ su quel fronte avessero raggiunto i limiti della legalita’, attirando l’attenzione delle autorita’ di controllo della Commodity Futures Trading Commission.
Come scelte settoriali, per avere rialzi annuali pari al 10% senza correre troppi rischi Brown non ha dubbi su quale sia la strategia da adottare: “puntare sui gruppi economicamente piu’ resistenti nel tempo che garantiscono anche maggiore crescita”, ovvero “i grandi nomi dell’energia e della tecnologia, che si ‘fonderanno’ in una sola industria in futuro, quando ci sara’ bisogno di sviluppare energie alternative all’inflazionato carburante”, area in cui si verifichera’ “una vera esplosione della domanda”.
Da inizio anno il petrolio e’ sottoposto a forti pressioni nei mercati energetici e ora che i problemi nell’area mediorientale si stanno intensificando sempre piu’, a causa delle rivolte in Libia, ma non solo. Anche in Yemen, Algeria, Arabia Saudita, Giordania e Bahrein, cui si sono aggiunte le tensioni tra Israele e Iran.
“Non hanno piu’ opzioni”, sostiene Brown riferendosi a Giordania e Arabia Saudita che hanno gia’ cecato di sfruttare i mezzi politici ed economici – sopratutto a livello di risorse – a loro disposizione per tenere a bada la popolazione. Con le dovute differenze, i motivi delle rivolte sono principalmente da ricercare nel carovita e nella crisi occupazionale.
Infine un pensiero rivolto alla semiparalisi economico politica italiana, dove “la tradizione sta intralciando la crescita”. Brown non crede piu’ “nel romanticismo del ‘Made in Italy'”, sottolineando che “non e’ piu’ cosi’ che funziona il mondo”. E il discorso non riguarda solo il business dell’abbigliamento, ma si puo’ estendere a tutti i settori. Gli Stati Uniti da parte loro hanno invece il problema opposto: “da noi non gira valore reale, ci facciamo causa a vicenda, ci vendiamo assicurazioni a vicenda, speculiamo. Ma cosi’ circolano solo attivita’ non produttive”.

23 febbraio 2020| Ora 13:30 – A cura di Richard Woolnough, gestore di M&G Optimal Income Fund
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Quando si investe nel credito, si esegue un’analisi costi/benefici soppesando i rischi presi in rapporto al differenziale sul rendimento che si riceve rispetto ai titoli privi di rischi. Questo differenziale и facilmente osservabile e da esso si puт dedurre l’implicita probabilitа di default. Tuttavia, la “storia” di un titolo non finisce nel momento in cui va in default. Il fattore fondamentale che determinerа l’eventuale perdita dipenderа da quanto sarа possibile recuperare dall’insolvenza, e quando questo risarcimento potrа avvenire. La differenza tra ciт che si и legalmente titolati a ricevere (i 100 centesimi di un dollaro) e ciт che effettivamente si percepisce и denominata “haircut”. Un bond in default dove l’obbligazionista riceve puntualmente un tasso di risarcimento del 100% non costituisce un problema, al contrario importanti “haircut” riducono fortemente i rendimenti.

Il mercato dei corporate bond ha davanti a sй un mese molto interessante, in particolare il settore principale, quello dei corporate bond finanziari che costituiscono piщ della metа dei corporate bond investment grade europei, e poco meno della metа nel Regno Unito. Si terranno infatti le elezioni in Irlanda, in una situazione di economia debole e austeritа finanziaria. La precedente amministrazione ha tentato di dare garanzia a tutto il debito senior delle banche irlandesi, salvando gli investitori in obbligazioni da un “haircut”, cosм da mantenere la loro fiducia nel governo e ridurre un rischio sistemico piщ diffuso. Si pensava infatti che la crisi irlandese sarebbe stata temporanea. Ma la crisi non и affatto temporanea. Il partito al governo, Fianna Fбil, artefice di errori politici, sarа sostituito il 25 febbraio dal Fine Gael, quale piщ grande partito al governo per la prima volta dal 1927. I nuovi arrivati stanno portando avanti una campagna aggressiva nei confronti degli obbligazionisti, sostenendo che le obbligazioni senior di istituti finanziari deboli dovrebbero ricevere un “haircut”.

Quando и stato emesso il debito senior delle banche irlandesi, gli investitori hanno ricevuto un extra rendimento per il rischio, ma la possibilitа di default era considerata remota. Si и stimato che il tasso di recupero relativo dovesse essere alto, sia a causa delle implicazioni sistematiche dei default bancari sia considerando che gli obbligazionisti senior erano percepiti legalmente dalla stessa parte dei depositanti. Il problema di questi contratti legali sta nel fatto che possono essere ridefiniti dai governi, e i depositanti sono fortemente protetti dagli operatori statali dal momento che costituiscono voti per il governo. L’approccio legale dato alle banche in difficoltа perт и cambiato, quindi ora и possibile distinguere le rivendicazioni dei depositanti da quelle degli obbligazionisti, permettendo di proteggere gli elettori politicamente importanti e nello stesso tempo mettere in second’ordine gli obbligazionisti senior. Purtroppo per questi ultimi, gli haircut che dovranno essere adottati saranno necessariamente sostanziali affinchй possano fare la differenza per gli emittenti in difficoltа, ma anche per fare in modo che i creditori “privilegiati”, ovvero i depositanti, possano essere completamente risarciti.
Le elezioni in Irlanda e la soluzione della crisi bancaria rappresentano la prova del nove sul modo in cui i governi e le altre istituzioni distribuiscono il peso delle perdite. Se le perdite saranno ampie per coloro che hanno investito nelle obbligazioni delle banche irlandesi, non sarа una bella giornata per gli obbligazionisti bancari, con o senza esposizione in Irlanda.

Fonte – Borsa Inside

2020-02-23 – di Jagdish Bhagwati

Jagdish Bhagwati и professore di economia e giurisprudenza presso la Columbia University e ricercatore senior in economia internazionale presso il Consiglio sulle Relazioni Estere.

NEW YORK – Le attuali crisi gemelle della finanza e dell’economia reale, ciт che gli americani identificano rispettivamente con Wall Street e Main Street, e le interminabili discussioni sulla riforma finanziaria e le prospettive di ripresa economica hanno generato una serie di luoghi comuni che devono necessariamente essere affrontati e smentiti.

Luogo comune 1 : La crisi porterа ad una “caduta libera.”
Con caduta libera si vuole indicare proprio il senso letterale dell’espressione. Tuttavia l’economia mondiale, o persino gli Stati Uniti o l’Unione Europea nei confronti dei quali era stata fatta questa terribile previsione (ad esempio da Joseph Stiglitz che ha scritto un libro intitolato Freefall- Caduta libera ndt), non и caduta a picco come la mela di Newton. Dibattiti accesi sull’ipotesi secondo cui le due economie o entrambe si trovano di fronte ad una recessione a L o a V hanno portato ad una considerevole volatilitа sia de redditi che degli indicatori finanziari rispetto ad una lieve tendenza in rialzo.

Luogo comune 2 : Attraverso una politica di espansione monetaria, gli Stati Uniti stanno manipolando il tasso di cambio del dollaro con le stesse modalitа per cui hanno criticato la Cina.
Ma i due casi sono diversi. Con la premessa di un’insufficienza di domanda globale aggregata, la presunta svalutazione del renminbi puт essere vista come implementazione della politica del “beggar-thy-neighbour” (chiedere l’elemosina ai vicini) che ha portato allo spostamento della domanda inadeguata a livello mondiale verso i prodotti cinesi alle spese di altri paesi.
L’indebolimento del dollaro risulta essere, invece, un effetto collaterale della politica di espansione monetaria portata avanti dagli Stati Uniti a seguito del rifiuto da parte di Cina e Germania di aumentare la spesa per alzare il livello della domanda mondiale e di fronte alla mancanza di nuovi incentivi fiscali. Non si tratta comunque di una politica di indebolimento del dollaro finalizzata a direzionare la domanda mondiale inadeguata verso i prodotti americani.

Luogo comune 3 : Gli attuali squilibri globali continueranno ad affliggerci.
Gli economisti tendono inevitabilmente a generalizzare il contesto attuale, tanto che i surplus dei conti corrente di Cina e Germania ed il deficit americano, ad esempio, vengono visti come elementi definitivi. Ma la storia и ricca di paesi che, pur godendo di un surplus, sono poi arrivati ad essere in deficit. Quando ero studente ad Oxford, uno dei miei insegnanti, Donald MacDougall, un ex consigliere del Primo Ministro Winston Churchill, scrisse un libro dal titolo The Long-Run Dollar Problem (Il problema a lungo termine del dollaro, ndt) nel quale sosteneva che il dollaro rappresentava ciт che il Fondo Monetario Internazionale definiva una “valuta scarsa”. Quando il libro fu pubblicato, il problema era, tuttavia, ormai scomparso.
All’inizio il surplus della Cina и emerso inavvertitamente, senza alcuna pianificazione. Lo stesso и successo per il deficit statunitense che и derivato dal mancato finanziamento della seconda guerra in Iraq tramite nuove tasse, una decisione radicata nell’idea sbagliata secondo cui la guerra sarebbe terminata in sei settimane.
Oggi, gli stessi cinesi si sono resi conto del fatto che i loro surplus garantiscono un guadagno irrisorio se investiti nella tesoreria statunitense, e hanno pertanto deciso di spendere i profitti ottenuti dal commercio estero sulle infrastrutture nazionali, eliminando in tal modo seri ostacoli ad un ulteriore sviluppo, proprio come si и verificato in India.
Questo contesto porterа inevitabilmente ad un aumento delle importazioni cinesi che implicherа, tuttavia, una riduzione del surplus fondamentalmente per due ragioni. Innanzitutto, gli stipendi verranno spesi in parte sui prodotti importati, in secondo luogo gli investimenti nelle infrastrutture richiederanno delle attrezzature pesanti del genere fornito da Caterpillar, GE, Siemens ed altri fornitori per la maggior parte occidentali. Inoltre, una forte pressione negli Stati Uniti a consolidare il fisco, espressa nell’ultima proposta di budget del Presidente Barack Obama, dovrebbe portare ad un calo della domanda di importazione da parte degli Stati Uniti che porterebbe ad un’ulteriore riduzione dello squilibrio bilaterale.

Luogo comune 4 : Mettiamo da parte la gestione keynesiana della domanda.
Alcuni critici della politica keynesiana, tra cui Jeffrey Sachs, adottata da Obama in relazione agli incentivi di spesa, sostengono che gli Stati Uniti hanno bisogno di una spesa che favorisca la produttivitа “a lungo termine”. Ma questo principio и in realtа un non sequitur. Da keynesiano, credo che lo stato che paga le persone per scavare delle buche per poi riempirle possa indurre un aumento della domanda aggregata e produrre un reddito maggiore. Ma Keynes non era uno stupido. Capм che il governo avrebbe potuto ricavare enormi profitti da una spesa direzionata ad investimenti in grado di sostenere la produttivitа, piuttosto che ad attivitа “di immediato dispendio” e risultanti in un aumento della spesa stessa.

La questione и in parte semplice, ovvero и sufficiente individuare gli investimenti che producono i maggiori profitti. Ma и anche complessa, infatti quando i ponti crollano, gli edifici scolastici necessitano manutenzione, gli insegnanti sono sottopagati e non sono incentivati ad essere efficienti e quasi tutto il resto necessita investimenti, non и facile decidere dove spendere meno.
C’и, tuttavia, una considerazione “strutturale” che non и ancora stata compresa appieno. Vista la necessitа di ridurre il deficit in futuro e di aumentarlo adesso al fine di rilanciare l’economia, il problema che Obama si trova ad affrontare equivale a passare dalla quinta alla retromarcia possibilmente senza troppe difficoltа. La lezione da imparare и chiaramente data dal fatto che i governi dovrebbero dare meno importanza alle voci di spesa che sanno di non poter tagliare in futuro.
E’ un concetto che ho capito quando ho visto un altissimo edificio incompiuto ad Osaka. Un relitto della bolla scoppiata a seguito del boom immobiliare giapponese di vent’anni fa’ che divenne noto come la Torre della Bolla.

Fonte – Project Syndicate, 2020
Traduzione – Marzia Pecorari

2020-02-23 – di Simon Johnson

Simon Johnson, ex capo economista del Fmi, и co-fondatore di uno dei piщ importanti blog di economia, http://BaselineScenario.com, docente del MIT Sloan e senior fellow del Peterson Institute for International Economics. Il suo libro, 13 Bankers, scritto con James Kwak, и ora disponibile in edizione economica.

LOS ANGELES – In una recente intervista, il segretario al Tesoro americano Tim Geithner ha reso nota la sua visione sulla crescita economica mondiale e sul ruolo del settore finanziario americano. Si tratta di una visione profondamente allarmante, che si traduce in un’enorme scommessa al buio per il futuro dell’economia americana – e che lascia intendere come Geithner sia l’ultimo alto funzionario pubblico sulla faccia della Terra alla mercй dell’ideologia egoistica delle grandi banche.

Geithner sostiene che il mondo sia in procinto di attraversare una fase di forte “financial deepening”, dovuta alla crescente domanda di prodotti e servizi finanziari da parte dei mercati emergenti. Pensa, ovviamente, ai paesi a “medio reddito” come India, Cina e Brasile. E ha ragione ad enfatizzare il fatto che tutti questi paesi abbiano fatto dei giganteschi progressi e ora offrano grandi opportunitа a una borghesia in crescita, che intende accumulare risparmi, contrarre prestiti con maggiore facilitа (per investimenti produttivi, acquisti di immobili, istruzione e altro) e, piщ in generale, livellare i consumi.

Poi Geithner fa un salto nel buio. Vorrebbe che le banche americane assumessero il comando dello sviluppo finanziario di tali paesi. Vale la pena riportare di seguito parte del suo discorso:

Non mi entusiasma … cercare di limitare l’importanza relativa del sistema finanziario nella nostra economia a riprova della riforma, perchй dobbiamo pensare al fatto che operiamo in un mondo piщ ampio…И la stessa cosa per Microsoft o per qualsiasi altra societа. Vogliamo che le aziende americane ne traggano vantaggio…Ora, le societа finanziarie sono diverse a causa dei rischi, che perт si possono contenere con la regolamentazione.

Sono tre i problemi legati a questa visione. Innanzitutto, Geithner tralascia tutto ciт che sappiamo sul modello di sviluppo finanziario diffuso nel mondo. И raro che i sistemi finanziari si sviluppino senza grandi crisi. In effetti, l’esperienza delle ultime decadi conferma quello che avrebbe dovuto essere ovvio da secoli: man mano che i paesi crescono e accumulano risparmi, sono sempre piщ inclini al collasso finanziario. Considerata l’intensa esperienza anti-crisi messa in atto a livello internazionale da Geithner al Tesoro statunitense, al Fondo monetario internazionale, alla New York Federal Reserve, il suo essere cosм naпf su questo punto lascia semplicemente di stucco.

In secondo luogo, Geithner presume che i rischi delle piщ grandi aziende americane possano essere contenuti attraverso la regolamentazione, mentre noi sappiamo che и esattamente il contrario. Anche secondo i piщ convinti sostenitori della riforma Dodd-Frank, tale legislazione avrebbe solo dato inizio a una riduzione degli incentivi per le principali istituzioni finanziarie che assumevano grandi rischi. Osservando l’effetto combinato della nuova normativa, oltre ai deboli requisiti sul capitale fissati con Basilea III e l’approccio “hands-off” giа segnalato dal Financial Stability Oversight Council (che Geithner presiede), и difficile credere che qualcosa sia davvero migliorato.

Infatti, dal momento che ora sono indubbiamente too big to fail, le nostre maggiori banche sono sempre piщ incentivate ad incrementare i propri livelli di debito rispetto al loro capitale. Un livello di indebitamento elevato aumenta i compensi in tempi positivi – dal momento che dirigenti e trader vengono pagati in base al loro “return on equity”. E in tempi difficili, ad esempio in caso di crisi, le perdite sono trasferite ai creditori. Se quelle perdite dei creditori aumenteranno e si diffonderanno indebolendo il piщ vasto sistema finanziario, la richiesta di salvataggio con denaro pubblico si farа piщ pressante. I banchieri si prendono il meglio e i contribuenti (e i lavoratori licenziati una volta interrotto il credito) si prendono il peggio.

Il settore finanziario americano impazzм con i prestiti ad alto rischio concessi ai mercati emergenti durante gli anni 70 – sostenendo che questa fosse la nuova frontiera. Il portafoglio dei prestiti scoppiт nella crisi debitoria del 1982. Ora sta nuovamente prendendo piede la stessa sconsiderata attivitа creditizia, rilanciata oltre-frontiera ed elogiata dai principali amministratori delegati del settore finanziario (come Jamie Dimon di JP Morgan Chase) – che hanno apparentemente persuaso Geithner a pensarla allo stesso modo.

In terzo luogo, Geithner ignora completamente ciт che ha messo in ginocchio varie parti d’Europa. Dovrebbe trascorrere piщ tempo con le autoritа di Islanda, Irlanda o Svizzera, paesi dove la “globalizzazione finanziaria” ha permesso alle banche di surclassare il Pil nazionale.

In Islanda, le tre maggiori banche accumularono bilanci complessivi pari a 11-13 volte il Pil del paese. E poi collassarono.

In Irlanda, le tre principali banche crollarono a causa del settore immobiliare commerciale – finanziato da prestiti su larga scala concessi da altri paesi dell’Eurozona (inclusa la Germania). I politici si voltarono dall’altra parte – o furono licenziati, secondo alcuni – mentre queste banche erano esposte a passivitа che doppiavano il Pil irlandese. E poi collassarono, provocando gravi danni alla solvibilitа stessa del governo.

In Svizzera, le due maggiori banche (UBS e Credit Suisse) contavano nell’autunno del 2008 un bilancio combinato che era circa 8 volte il Pil svizzero – per lo piщ sulla base delle loro attivitа globali. A londra i trader di mutui ipotecari – tra cui alcuni svizzeri – assunsero rischi enormi che fecero quasi crollare UBS. Il governo svizzero poteva perт permettersi il salvataggio. E ora la Banca nazionale svizzera si sta muovendo esattamente nella direzione opposta a quella di Geithner – sta spingendo queste grandi banche a ridimensionarsi e a finanziare le proprie attivitа con il capitale e non con il debito.

Geithner и un funzionario pubblico, intelligente ed esperto. Le sue visioni relative al futuro della finanza incideranno su ciт che accadrа. И per questo che andremo incontro a dei problemi.

Fonte – Project Syndicate, 2020
Traduzione – Simona Polverino

giovedм, 24 febbraio 2020 – 10:58 – di Dario Portioli
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I dati sulla raccolta dei fondi in Europa da inizio anno evidenziano un particolare interesse per le obbligazioni “high-yield” da parte degli investitori. Partendo dalle analisi qualitative del team di Morningstar (NASDAQ: MORN – notizie) , siamo andati a vedere quali sono effettivamente le scelte operate dai gestori in questo comparto del mercato obbligazionario.

Focus su Stati Uniti, evitando gli emergentiA differenza della maggior parte dei fondi appartenenti alla categoria Morningstar USD High-Yield che si concentrano su emissioni con rating “B”, PIMCO GIS High Yield ha un focus sui titoli qualitativamente migliori all’interno della fascia BB e si и contraddistinto per aver accumulato anche il 30% del totale attivo nel comparto investment-grade tra il 2008 e il 2009. Piщ di recente, perт, nel corso del 2020 e all’inizio del 2020, il peso dei titoli investment-grade и diminuito (fino a circa il 20% del totale attivo) ed и ora piщ coerente con quello che il gestore si attende anche per il futuro.

Il fondo generalmente non acquista obbligazioni il cui rating и inferiore a B (in ogni caso, titoli con rating CCC non possono superare il 5% dell’attivo totale). Circa l’85% del portafoglio и investito in titoli US; questa esposizione и dovuta al focus sul mercato statunitense di questo prodotto (come indicato dall’indice di riferimento adottato), ma anche al fatto che la gran parte dei titoli high-yield a livello globale vengono emessi da societа americane. Con riferimento alla parte restante del portafoglio, a dicembre 2020 il gestore assegna un maggior peso ai titoli high yield europei (12% dell’attivo, contro il 4% del benchmark), mentre ha ridotto, fino a zero, l’esposizione verso i Paesi emergenti (-8% rispetto all’indice). In realtа, quest’ultima posizione riflette la valutazione negativa del gestore sulla corporate governance delle societа non-investment grade attive nei Paesi emergenti.

Piщ ciclici, ma meno subordinatiAll’inizio del 2005, il gestore di Fidelity Euro High Yield ha gradualmente ridotto il beta del fondo (una misura di sensibilitа al mercato), ben prima della crisi del credito che и seguita nel 2007-2008. Nel fare ciт, ha aumentato il peso dei titoli governativi a scapito di obbligazioni ad alto rendimento. Quando la crisi del credito si и intensificata, numerose societа finanziarie, che in precedenza godevano di un rating “investment-grade”, sono rientrare nel comparto high-yield (questo tipo di societа viene definito come “fallen angels”). Il gestore ha, quindi, comprato alcune di queste in modo selettivo, aumentando cosм nuovamente il profilo aggressivo del fondo. Nonostante ciт, rispetto all’indice (BofA ML Global High Yield Eur Issuer Constrained – Euro Hedged), il fondo ha continuato a essere in sottopeso di finanziari in maniera tale da mantenere un buon grado di diversificazione.

Nel corso del 2020, il gestore ha acquistato emissioni a prezzi ritenuti interessanti come Care UK (servizi alla salute), Personal Finance International (societа di credito al consumo nell’Est Europa) o Continental (Berlino: C4T.BE – notizie) (componenti per l’auto). Allo stesso tempo, ha ridotto il sovrappeso del settore difensivo delle telecomunicazioni, vendendo in tutto o in parte nomi come Liberty Global (NASDAQ: LBTYA – notizie) o Virgin Media (NASDAQ: VMED – notizie) . Infine, piщ di recente, un altro tema di investimento и stato quello di acquistare progressivamente emissioni senior (ovvero, obbligazioni che vengono rimborsate in precedenza rispetto ad altri creditori in caso di insolvenza dell’emittente). In questo caso, il gestore ritiene che, dopo il rally del 2009 e, in parte, del 2020, gli attuali prezzi non giustifichino l’investimento in obbligazioni subordinate.

giovedм, 24 febbraio 2020 – 12:55 – di ASCA
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(ASCA) – Roma, 24 feb – Il petrolio torna a sfiorare i 120 dollari al barile, livelli che non raggiungeva dall’agosto del 2008. L’ondata di proteste che stanno sconvolgendo Nord Africa e Medio Oriente e in particolare il clima da guerra civile in Libia hanno fatto schizzare le quotazioni dell’oro nero ai livelli pre-crisi. I mercati sono in fibrillazione. ”La Libia e’ un produttore relativamente piccolo con 1,8 milioni di barili – afferma un analista – e le preoccupazioni stanno crescendo pensando a cosa potrebbe accadere se il clima di tensione dovesse esplodere anche in altri importanti paesi produttori”. Su Iran e Arabia Saudita si stanno focalizzando le attenzioni dei mercati. In meno di mezza giornata le quotazioni del Brent sono aumentate di oltre 6 dollari al barile e quelle del future a New York (Xetra: A0DKRK – notizie) di quasi 4 dollari superando il livello di 103 dollari al barile. La violenza in Libia ha spinto le principali compagnie presenti a ridurre drasticamente la produzione di greggio. Ma aziende come la spagnola repsol hanno completamnte fermato la produzione. Il balzo delle quotazioni del petrolio mette a rischio la rirpesa economica che gia’ non da’ segnali di particolare forza. Un sondaggio effettuate dal Wall Street Journal tre giorni fa tra un panel di economisti mostrava che il greggio dovrebbe balzare a 127 dollari al abrile per iniziare a far sentire effetti negativi sulla crescita. Finora il rialzo del petrolio e’ stato graduale e l’economia globale oggi e’ meno dipendente dal livello dell’oro rispetto a 20-30 anni orsono. In poco piu’ di un mese le quotazioni del petrolio sono aumentate di oltre il 10% e il prezzo dei carburanti ha sfiorato il 15%. Meno ottimista il direttore dell’agenzia internazionale dell’energia Nobuo Tanaka. ”Se il petrolio rimane intorno ai 100 dollari avra’ effetti negativi sulla crescita economica. Ai livelli attuali il mondo spende il 5% del pil per il petrolio, lo stesso livello del 2008 quando il greggio tocco’ il massimo storico di 150 dollari al barile”. Per ogni aumento di 10 dollari del prezzo del petrolio, la crescita del pil si riduce di alcuni decimi di punto. A Standard and Poor’s rilevano che l’aumento dei costi per i carburanti significa sottrarre reddito ad altre spese per consumi. Solo negli Stati Uniti gli automobilisti consumano 140 miliardi di galloni l’anno di carburante. Un aumento del prezzo di 20 centesimi significa, a consumi invariati, un drastico taglio ad altre spese, almeno 2 mila miliardi di dollari. L’impennata del prezzo del greggio e’ l’effetto degli sconvolgimenti in Nord Africa e Medio oriente dove e’ concentrata quasi il 40% della produzione mondiale. Se le tensioni in Nord Africa, ed in Libia in particolare, si allentassero il prezzo del petrolio potrebbe tornare sotto i 100 dollari al barile, ha detto l’amministratore delegato dell’Eni (E1NT.EX – notizie) , Paolo Scaroni, al termine di un’audizione al Copasir sulla sicurezza delle forniture energetiche nazionali. ”L’effetto libico si vede sul prezzo del petrolio – ha detto – stamattina il Brent e’ a 120 dollari al barile ma questo non ha nulla a che vedere con la sicurezza degli approvvigionamenti”. ”E vero che importiamo molto greggio dalla Libia – ha spiegatto Scaroni – ma il petrolio e’ facile da rimpiazzare sul mercato”. Sul prezzo del barile, ha concluso, ”c’e’ la speculazione che amplia il fenomeno” anche se ”ci sono 1,2 milioni di barili al giorno in meno che non sono tantissimo ma sono comunque qualcosa” oltre ad ”un senso di incertezza generale sulla situazione dell’area che e’ un grilletto che innesca questa speculazione”.

Martedм 22 Febbraio 2020 . Mercoledм 23 Febbraio 2020 . Venerdм 25 Febbraio 2020
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lunedм, 28 febbraio 2020 – 13:39 – di Marco Caprotti
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La paura dell’inflazione costringe l’America latina a tirare il freno. L’indice Msci della regione nell’ultimo mese (fino al 25 febbraio e calcolato in euro) ha perso il 2,6%, portando a -6% la performance da inizio anno. A pesare sulla regione и il timore di un aumento dei prezzi al consumo che ha giа spinto alcuni Paesi dell’area ad agire sui tassi di interesse.
Il Brasile rallentaIl faro degli operatori и sempre puntato sul Brasile, la prima economia sudamericana che fa da traino all’intera regione. Il Paese all’inizio di febbraio ha alzato il costo del denaro di 50 punti base portandolo all’11,25% per far fronte a un’inflazione che ha superato il tetto del 6% per la prima volta dal 2008. “Sono attese nuove manovre restrittive sui tassi nel 2020”, spiega uno studio di Morningstar (NASDAQ: MORN – notizie) . “Il progetto del governo di aumentare i salari minimi farа crescere il pericolo di una spirale inflattiva nel medio e lungo periodo. Il timore cresce se si considera che il tasso di disoccupazione и ai minimi storici”.

La manovra della Banca (Valencia: 51.VA – notizie) centrale fa parte di un pacchetto di misure approvate dall’esecutivo per raffreddare l’economia. Fra queste ci sono l’innalzamento delle riserve degli istituti finanziari e una nuova imposizione fiscale per gli investimenti, soprattutto quelli che arrivano dall’estero. Queste manovre sono arrivate in contemporanea con un’eccezionale ondata di maltempo e con il rallentamento fisiologico dopo la corsa registrata dal Pil l’anno scorso (+7,3%). Il risultato и che la produzione industriale, ad esempio, sta mostrando altri segnali di cedimento dopo la debolezza fatta vedere nell’ultimo trimestre del 2020 (l’anno scorso, tuttavia, questa voce ha segnato nel complesso +10,5%). Il Paese sudamericano, secondo le attese degli economisti interpellati dall’istituto monetario, quest’anno dovrebbe registrare un’espansione del 4,6%.

Anche il Perщ fa la manovraUn intervento sul costo del denaro si и reso necessario anche in Perщ dove, peraltro, la Banca centrale locale ha agito in fretta e furia per far fronte alla corsa dell’oro e del rame (i due principali prodotti da esportazione del Paese) che rischiano di mandare alle stelle, oltre al Pil, anche i prezzi al consumo. Le ultime stime prevedono una crescita economica del 6,5% per quest’anno grazie soprattutto agli investimenti dall’estero sui quali il governo sta cercando di intervenire con una serie di misure fiscali. L’interesse degli operatori internazionali per gli asset peruviani si и fatto vedere prepotentemente nel 2020, quando la Borsa di Lima и risultata la migliore dell’intera regione sudamericana.
Piщ tranquilla, almeno per il momento, la situazione in Messico. Lo stato centroamericano sta osservando con interesse i segnali di ripresa che arrivano dagli Stati Uniti che rappresentano il principale partner commerciale. Il pericolo inflazione, tuttavia, al momento и sotto controllo e la Banca centrale ha deciso di non intervenire sul costo del denaro.

28/02/2020 09.27 – di FTA on line
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La notizia era ormai nell’aria da tempo e la sua recente ufficializzazione non ha preso quindi nessuno di sorpresa: la Cina ha scalzato il Giappone divenendo la seconda economia piщ grande del pianeta, dietro solamente agli Stati Uniti.

Il Pil dell’arcipelago ha toccato nel 2020 quota 5474,2 miliardi di dollari (statistiche pubblicate dal governo giapponese) mentre quello della Cina ha raggiunto i 5878,6 miliardi. Dopo 42 anni quindi il Giappone perde la seconda posizione nella graduatoria dei giganti economici, la aveva infatti guadagnata nel 1968, tuttavia questo cambiamento viene piщ per merito di Pechino che per demerito di Tokyo: il Giappone и cresciuto nel 2020 di un ottimo 3,9% ma nulla ha potuto contro la Cina che ha archiviato l’ultimo anno con un tasso di crescita del 10%.

Il dato giapponese и comunque eccellente se confrontato con la crescita del Pil dell’area Ocse per l’intero 2020, che и stata del 2,9%, oppure con quello degli altri giganti della classifica, Usa e Germania, cresciuti lo scorso anno rispettivamente del 2,9% e del 3,6%. Ecco perchи la notizia di questo sorpasso non ha avuto ripercussioni sulla borsa Giapponese, che si conferma anzi una di quelle con la migliore impostazione grafica in questo primo scorcio di 2020. Anche da un punto di vista macro vi sono comunque motivi per rimanere positivi sugli indici azionari del Sol Levante.

Recentemente la Banca Centrale del Giappone ha rivisto decisamente al rialzo le proprie stime relative alla crescita del Pil per l’esercizio corrente (che termina alla fine di marzo) portandole dal +2,1% al +3,3% confermando invece sostanzialmente invariati i numeri per il prossimo biennio. Per l’esercizio 2020/2020 il Pil dovrebbe crescere dell’1,6%, del 2,0% nel 2020/2020. La Banca Centrale giapponese ha rivisto anche le previsioni sull’andamento dei prezzi al consumo che nel prossimo esercizio dovrebbero salire dello 0,3% (+0,1% la stima precedente).

Le attese di crescita dell’inflazione sono da intendere in questo caso come una notizia positiva, dal momento che se confermate nei prossimi mesi, segnerebbero la fine della lunga fase di deflazione che ha frenato l’economia giapponese. La Banca del Giappone и cauta, sottolinea come per il momento la domanda finale non sia ancora abbastanza forte da permettere incrementi di prezzi significativi da parte delle imprese, tuttavia l’impressione и che il punto di svolta dopo la recessione, la fase di ripresa, sia giа avviata.

La strada da percorrere per tornare ai livelli pre crisi и ancora relativamente lunga, nonostante la crescita del 2020 il Pil и infatti ancora inferiore del 5% circa rispetto a quello del 2008, ma l’impresa di annullare completamente lo svantaggio accumulatosi nel recente passato (-1,2% nel 2008 e -6,3% nel 2009) appare ormai alla portata del motore dell’economia, anche se la fine degli incentivi pubblici sull’acquisto di auto potrebbe avere qualche ripercussione nel breve termine (il Pil ne ha del resto giа fatto le spese, calando nel quarto trimestre dell’1,1%, anche se molto meno delle attese).

Quello che gli investitori sembrano aver capito и che il sorpasso subito da parte della Cina, inevitabile tenendo conto il rapporto dimensionale tra i due paesi, rappresenta una opportunitа per le esportazioni del Giappone (la Cina и il principale partner commerciale per il Giappone) e quindi anche per le sue aziende. Del successo delle economie emergenti dell’area asiatica il principale beneficiario и proprio il Giappone, o meglio le sue esportazioni.

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