L’economia e la finanza secondo Romney

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L’economia secondo Romney

Le elezioni americane sono state vinte da Barack Obama che è stato riconfermato alla Casa Bianca dai Grandi Elettori ed è dato in vantaggio anche nelle consultazioni cittadine. I mercati, adesso cercano d’interpretare i trend del mercato americano legati alle scelte dei democratici.

Chi investe in opzioni binarie, in genere, tiene d’occhio questi cambiamenti alla guida dei paesi. Per capire come orientarsi negli investimenti, vi proponiamo un percorso interpretativo inverso, ovvero immaginiamo la nuova politica economica e monetaria degli Stati Uniti nel caso di vittoria di Romney.

Il candidato repubblicano alla Casa Bianca, dal punto di vista economico e monetario, è assimilato molto a Bush Jr. Romney, usando il grimaldello dei risultati occupazionali degli States, ha provato a battere Obama sul fronte dell’economia interna.

La proposta era quella di una semplificazione burocratica, di un mantenimento delle tasse ai livelli attuali, ma di una riapertura dei tagli fiscali che si tradurrebbe in un alleggerimento fiscale per i cittadini.

Romney, una volta eletto, avrebbe anche rinverdito il settore creditizio con un sostegno più consistente alle banche e il settore energetico, con una politica espansiva nella commercializzazione del petrolio.

Dal punto di vista monetario, le scelte dei repubblicani vertono su un controllo più ferreo dell’inflazione al fine di gestire un nuovo periodo di crescita economica.

L’economia Usa aiuta Romney

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Storia dell’articolo

Questo articolo и stato pubblicato il 08 maggio 2020 alle ore 06:40.

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Ormai mancano solo sei mesi alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti e se il passato и di qualche insegnamento l’esito sarа deciso soprattutto da come andrа l’economia fra oggi e il 6 novembre e da come gli americani percepiranno il loro futuro economico sotto i due candidati. L’economia americana annaspa fra crescita lenta e disoccupazione. La produzione l’anno scorso и cresciuta solo dell’1,5% e il Pil reale pro capite и piщ basso rispetto a quando cominciт la crisi, alla fine del 2007.

Nel quarto trimestre del 2020 la crescita del Pil rispetto all’anno prima и stata del 3%, ma piщ della metа dell’incremento и dovuto all’accumulo delle scorte. Le vendite a famiglie, imprese e acquirenti esteri sono cresciute solo dell’1,1%, ancora meno che nei mesi precedenti. E la stima preliminare della crescita del Pil nel primo trimestre del 2020 и un deludente 2,2%, con un incremento delle vendite di appena l’1,6%.

L’andamento del mercato del lavoro и stato altrettanto deludente. A marzo il tasso di disoccupazione era dell’8,2%, quasi tre punti percentuali in piщ di quello che quasi tutti gli economisti considerano auspicabile e sostenibile nel lungo periodo. Si registra un miglioramento rispetto al 9% di un anno fa, ma piщ o meno la metа di questo progresso si spiega con l’incremento del numero di individui che hanno smesso di cercare un lavoro, non con una maggiore creazione di posti di lavoro e una crescita del tasso di occupazione.

In realtа il dato ufficiale sulla disoccupazione evidenzia la debolezza del mercato del lavoro. Secondo le stime, il 6% di tutti gli occupati lavora settimanalmente meno ore di quanto vorrebbe e circa il 2% dei potenziali occupati non viene calcolato fra i disoccupati perchй nelle ultime settimane non ha cercato lavoro, anche se vorrebbe lavorare. Aggiungendo questi individui a quelli classificati ufficialmente come disoccupati si giunge alla conclusione che il 15% circa dei potenziali membri della forza lavoro lavora meno di quanto vorrebbe. I consistenti incrementi dell’occupazione nel settore privato all’inizio dell’anno hanno contribuito a generare un diffuso sentimento di fiducia. Ma a marzo l’incremento dell’occupazione ha rallentato e il numero di lavoratori che hanno chiesto il sussidio di disoccupazione recentemente ha toccato il massimo da quattro mesi.

Anche chi ha un lavoro vede contrarsi il reddito: negli ultimi mesi i salari medi settimanali reali sono diminuiti e ora sono piщ bassi di quanto non fossero 18 mesi fa. Piщ in generale и diminuito anche il reddito personale reale pro capite dopo le tasse, tornato ai livelli di un anno fa. Nonostante il calo del reddito la spesa delle famiglie all’inizio dell’anno и cresciuta a ritmi sostenuti, comprimendo il risparmio (appena il 3,7%): senza ulteriori contrazioni del tasso di risparmio, che и giа a livelli molto bassi, la spesa per i consumi non potrа continuare a crescere a questi ritmi; le recenti notizie sul calo della fiducia dei consumatori rafforzano la probabilitа di un rallentamento della spesa nei mesi a venire.

Anche il mercato immobiliare resta seriamente depresso. L’indice piщ affidabile dei prezzi delle case continua a calare mese dopo mese e i prezzi oggi sono inferiori del 7% rispetto a un anno fa, che si traduce in una decurtazione della ricchezza delle famiglie pari a mille miliardi di dollari. Con circa un quarto dei proprietari che ha un debito residuo con la banca che gli ha acceso il mutuo superiore al valore dell’immobile, il declino dei prezzi delle case и un riflesso dell’elevata incidenza di insolvenze e pignoramenti. Il calo dei prezzi, abbinato a una stretta sui criteri per concedere i mutui, ha spinto molti potenziali acquirenti di immobili a rivolgersi al mercato degli affitti, provocando cali nelle vendite sia per le case di nuova costruzione che per quelle esistenti. La debolezza dell’economia americana non и limitata alle famiglie. La produzione industriale и rimasta invariata negli ultimi due mesi e la capacitа industriale и in calo. Le indagini mensili sugli acquisti ora indicano un rallentamento dell’attivitа anche fra le aziende di servizi. In prospettiva futura appare difficile, con questi venti contrari, che la situazione economica possa migliorare nella parte restante dell’anno: l’incremento dei prezzi dell’energia costringe le famiglie a contrarre la spesa sugli altri beni e servizi, le difficoltа di Europa e Asia penalizzeranno l’export americano, i Governi statali ed enti locali stanno tagliando la spesa e i timori per un aumento delle tasse nel 2020 stanno raffreddando sia gli investimenti delle imprese che il consumo di beni costosi.

La situazione economica si prospetta dunque come un serio handicap per il presidente Barack Obama, che probabilmente attribuirа la colpa alla situazione ereditata dal presidente George W. Bush e alla maggioranza repubblicana alla Camera. Ma altrettanto probabilmente i cittadini attribuiranno la colpa al presidente e i sondaggi indicano che un numero crescente di americani и convinto che Mitt Romney, l’uomo che quasi sicuramente rappresenterа il Partito repubblicano alle elezioni di novembre, sia in grado di gestire l’economia meglio di Obama. I sondaggi non danno indicazioni chiare e molti elettori sono ancora incerti. Nei mesi a venire l’economia potrebbe crescere piщ rapidamente del previsto. Se non sarа cosм, Obama cercherа di spostare l’attenzione dalla situazione economica generale mettendo l’accento sul suo piano per aumentare le tasse ai ricchi. E a influenzare il comportamento degli elettori possono intervenire molti altri argomenti, fra cui l’immigrazione e il ruolo delle donne. Ma lo stato dell’economia di solito и il fattore che piщ di ogni altro decide chi vince le elezioni nazionali negli Stati Uniti. E le condizioni economiche, in questo momento, favoriscono Romney.

Opinioni

Stupido, non è l’economia

«E’ l’economia, stupido». Lo slogan coniato da James Carville, il grande stratega del partito democratico, per un candidato presidenziale dal nome di William J. Clinton nel 1992 è una delle pietre miliari della politica americana.

Clinton fece il resto. Con l’economia Usa in grave crisi e la disoccupazione alle stelle, il giovane governatore dell’Arkansas combinò i suoi talenti oratori con l’intuizione di Carville per distruggere George Bush padre e conquistare la Casa Bianca.

Vent’anni dopo è il partito repubblicano a sperare che la storia si ripeta.

La crescita economica è anemica, la disoccupazione a livelli altissimi e salari, redditi e patrimoni della classe media sono al ristagno ormai da anni. Mitt Romney, il businessman diventato politico, si presenta agli elettori come un manager competente ed industrioso, capace di risolvere una situazione difficilissima meglio di Obama.

Per i fan di Romney, la prova c’è già: Mittpresidente farebbe al paese quello che fece nel 2002 quando salvò le Olimpiadi invernali di Salt Lake City dalla bancarotta e dal ridicolo.

«In questo frangente, chi volete: uno che il business l’ha vissuto in prima persona, o un professore di legge di Chicago?» e’ stata la domanda, retorica, di uno dei tanti capi di Wall Street che è passato dall’amore spassionato per Obama al sostegno, finanziario e politico, per Romney.

In teoria, Romney è in una situazione ideale per attaccare il Presidente.

Uno su dodici americani in cerca di lavoro è disoccupato: più di dodici milioni di persone. Ed ormai lo sanno pure i bambini dell’asilo che nessun Presidente americano del dopoguerra è stato rieletto con un tasso di disoccupazione così alto.

L’economia sta crescendo più di zone disastrate come l’Unione Europea, ma è lontanissima dai livelli di ripresa che ci si aspetta quattro anni dopo una recessione e crisi finanziaria. Ed i consumatori, il tradizionale polmone dell’economia americana, sono ancora in fase di choc dopo il crollo rovinoso del mercato immobiliare nel 2007-2009.

Le ultime statistiche hanno rivelato che, nel 2020, i redditi medi delle famiglie americane sono diminuiti o rimasti uguali in quasi tutti gli Stati dell’Unione. Il reddito di una famiglia «tipica» è intorno ai 50.000 dollari l’anno – un livello bassissimo che non si vedeva dalla metà degli Anni 90, proprio quando Clinton sconfisse Bush.

Perquellocheriguardaleimprese,adifferenza di altre fasi di crisi, questa volta gli imprenditori non possono contare su mercati esterni. Con l’Europa in crisi, la Cina in fase di rallentamento e il «miracolo economico» dell’America Latina sempre meno miracoloso, la domanda per le esportazioni made in Usa è flaccida.

Le società ne soffrono perché dopo anni di tagli di costi e diete drastiche, «corporate America» non ha più molto peso da perdere. Tra giugno e settembre, gli utili delle società Usa sono calati – la prima volta in tre anni che il grande motore dell’industria americana non è riuscito a fare più soldi che nei tre mesi precedenti.

«Se tagli e tagli, alla fine arrivi all’osso», mi ha detto, con una smorfia amara, l’amministratore delegato di una società manifatturiera la settimana scorsa.

Se fosse «l’economia, stupido», Romney dovrebbe vincere a mani basse. Ed invece è lì che arranca dietro ad Obama nei sondaggi d’opinione, nonostante i tentativi dei suoi consiglieri di portare il dibattito sullo stato di bilancio dell’impresa-Usa. «Sappiamo tutti quello che ha fatto Obama negli ultimi quattro anni», ha intonato Romney questa settimana in Florida. «Ha creato un’economia che è alla frutta».

Parole che, una volta purificate dalla retorica elettorale, dovrebbero essere musica per le orecchie delle classi medie americane.

Invece sembra quasi che gli elettori stiano guardando ad un’economia diversa da quella criticata da Romney.

Quando il Wall Street Journal e la Nbc hanno chiesto a cittadini di tre Stati chiave nelle elezioni del 6 novembre – il Colorado, il Wisconsin e l’Iowa – chi fosse il candidato migliore per l’economia, Obama ha «vinto» in tutti e tre. A livello nazionale, Obama e Romney sono testa a testa su chi sarebbe meglio per l’economia (43 per cento l’uno). Due mesi fa, Romney era preferito da quasi metà dell’elettorato.

Cosa sta succedendo? Il grande pubblico americano sembra convinto che la traiettoria dell’economia americana sia in crescita e ripresa, che la situazione sia in via di miglioramento, un miglioramento per cui il merito, al momento, va ad Obama.

La realtà è diversa: è vero che il mercato immobiliare sta dando segnali di vita ma il progresso del sistema-Usa è lento e quasi impercettibile ed, in ogni caso, il merito andrebbe non all’amministrazione ma alla Federal Reserve di Ben Bernanke che ha pompato miliardi di dollari nell’economia.

Ma, a meno di due mesi dalle elezioni, la verità conta poco. Come mi ha spiegato un consigliere di Obama, «la realtà è nella mente degli elettori». E la mente degli elettori pensa che siamo sulla via del recupero. Nello stesso sondaggio del Wsj e della Nbc, più del 40% dei votanti ha predetto che l’economia migliorerà, mentre solo il 18% ha detto che peggiorerà.

Sono numeri difficili da digerire per un candidato repubblicano che ha fatto della competenza economica la sua arma più potente.

Nelle prossime sette settimane – tra dibattiti presidenziali, spot pubblicitari e una campagna elettorale forsennata intorno agli Usa – tutto è possibile.

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