Krugman sulla crisi USA

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Krugman sulla crisi USA

L’America è in crisi, non è una cosa di poco conto. Il paese che mira all’autosufficienza energetica, è stata profondamente toccata dalla questione del fiscal cliff. Fino a che le agevolazioni sono rimaste in vigore anche la presidenza di Obama non ha vacillato. Ma poi tutto è cambiato.

Molti altri economisti, oltre a Krugman, di cui prendiamo in esame la proposta in questo articolo, si sono affrettati nell’individuazione delle cause che hanno portato alla crisi americana. Roubini, per esempio, ha individuato le quattro cause principali del debito americano.

Sicuramente è molto interessante anche la visione di Jim Rogers che partendo da quel che accade in America e in Cina, ha dato una visione completa del 2020. Adesso è arrivato il momento di Krugman.

L’economista in questione attribuisce la crisi al venir meno del ruolo di garanzia del governo, quindi più che di contrazione del PIL, parla di contrazione del governo. Poi sostiene che, revisioni al ribasso a parte, ci sono tanti fattori una tantum che hanno avuto un influsso decisivo sull’economia americana: il calo delle scorte ad esempio o la riduzione degli investimenti sulla difesa.

Insomma oltre alla crescita lenta si deve tener conto della contrazione vera e propria delle spese. Adesso sarà necessario lavorare su fisco e disoccupazione.

Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008

Paul R. Krugman

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  • EAN: 9788811600930

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Descrizione

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semplicemente patetico. La crisi e’ nata a causa della bolla sul mercato immobiliare. peccato che ( si e’ recentemente ‘scoperto’) dieci anni proprio Krugman scrisse una serie di articoli con cui spingeva i politici a creare una bolla immobiliare per uscire dalla crisi post NASDAQ – cercare su Google per credere. Ora ci viene a dire che la bolla immobiliare e’ stata una follia. Se ci fosse una procedura per togliere i nobel per l’economia non vi sarebbe caso migliore di questo. Ciliegina sulla torta : secondo Krugman, per uscire dalla crisi del debito dovremmo indebitarci di piu’, con stimoli keynesiani.. Il Giappone lo fa da 20 anni ed e’ sempre rimasto in stagnazione, con un debito pubblico stratosferico. Gli USA ‘stimolano’ l’economia da 4 anni e sono arrivati a 16 trilioni di debito. ma per il nostro Paul non basta, gli USA dovrebbero spendere di piu’. Ai fans di Krugman consiglio vivamente di leggere la storia del ‘vetro rotto’ di Bastiat, oggi piu’ valida che mai.

Libro divulgativo SPLENDIDO, pensato per il lettore medio, senza tecnicismi, narra con la scorrevolezza di un romanzo. Si parte dal 1/7/97 (HongKong alla Cina e vigilia del crack delle econ asiatiche). Cap.1-4: situazione mondiale, come ci si è arrivati, effetti della glob.ne su una econ matura; ascesa delle 4 tigri con fondamentali negativi (su la produzione, non la produttività), produzione totale dei fattori e previsione delle crisi (Urss’60 e SEAsia’94); crisi di Mex’95, chiusura delle linee di credito ed effetto domino (Arg), soluzione estemporanea ed errori di interpretazione; ascesa del Jap, trappola della liquidità e strategia inflazionistica di uscita con ottima sintesi/analisi di motivi e contesto. Con il ritorno all’analisi del presente il libro ottimo divulgativo diventa un romanzo (Cap.5-6). Ipersviluppo della Thai, crisi (spiegaz chiara/semplice dei meccanismi econ/finanziari) con cfr tra le scelte attuate e quelle che invece sarebbero servite. Aspetti politici: crisi di fiducia dei mercati, aspettative autoavveranti, comportamenti politicamente richiesti che escludono soluzioni tecnicamente adeguate, problemi dei governi (orgoglio e lentezza), svalutazione e conseguenze, FMI/BM non flessibili secondo contesto (focus solo su deficit e tassi), i 3 obj raggiungibili solo a 2 per volta (libertà in pol.monetaria, tassi stabili, liberalizz scambi internaz.li) e gli effetti della scelta di esclusione; p.144-5 ci si ritrova descritto quello che Uk(2009) e Us(2020-11) hanno fatto con il del tasso di cambio, lasciando ai mercati la svalutazione della valuta. I Cap.7-8 ostici: hedge foudns, modalità di azione (Soros), funzionamento, ruolo nelle crisi Uk92, e Malesia-HongK-Russia98. Torna scorrevole nel conclusivo Cap.9, dove l’autore dà le sue risposte ed idee. Vista la crisi (2008-11) e le soluzioni finora attuate senza risultati (valutate dall’autore ma indicate come inadeguate), viene naturale pensare che Krugman 15 anni fa ci vide giusto.

Un libro molto interessante. L’autore ci fornisce un quadro chiaro della crisi che ci ha colpito l’anno scorso. Molto bello

Leggere un libro di macroeconomia, anche se scritto da un Nobel con uno stile brillante e chiaro, come nella migliore tradizione di oltreoceano, per il lettore non specialista non è mai un’impresa facile. Ma tant’è: la curiosità di capirne di più sulla crisi economica che stiamo attraversando e soprattutto sulle cause che l’hanno scatenata ha vinto sulla difficoltà dell’argomento. Quale il risultato della cavalcata tra tassi di interesse, rapporti di cambio tra le valute, controlli sui capitali, politiche monetarie e fiscali, liberismo e protezionismo? L’impressione che se ne ricava è che l’economia è una scienza con troppe variabili interdipendenti, sicchè modificarne una influenza tutte le altre: il compito degli economisti è insomma estremamente complesso e questo spiega sia perché coesistano diverse scuole di pensiero sia i risultati non sempre centrati delle previsioni economiche. A ciò si aggiuga il fattore umano e cioè la risposta dei singoli individui alle manovre degli statisti e degli economisti che aggiunge un ulteriore fattore di imponderabilità. Questi alcuni degli insegnamenti che si traggono dalla lettura.

Questo libro è un trattato analitico sulla crisi economica che sta investendo tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Europa, fino a Cina, India e Giappone. Paul Krugman indaga sulle cause di questa catastrofe e su come possano riprendersi i Paesi colpiti. Lo fa attraverso un linguaggio chiaro, utilizzando storielle divulgative, come quella dei successi e insuccessi di una cooperativa di baby-sitter, esempi che tornano utili come strumenti per comprendere i problemi, assolutamente prevedibili, dell’economia reale.
La crisi di oggi – scrive Krugman – ha radici antiche: somiglia a quella degli anni Trenta, ma soprattutto è stata anticipata vent’anni fa, nel 1989, quando prima l’America Latina, poi il Giappone e le economie asiatiche, conobbero fallimenti di grosse proporzioni. Erano presagi ai quali dare attenzione, perché la seconda economia del mondo, quella nipponica, una volta campione di crescita nel mondo industrializzato, per tutti gli anni Novanta ha conosciuto una fase di recessione decennale che l’ha portata dalla prosperità alla crisi. Anche lì, come negli Stati Uniti lo scorso settembre 2008, un regime finanziario senza regole e poco trasparente, favorito da banche senza scrupoli, aveva condotto alla creazione di una bolla speculativa enorme. Presto o tardi, sostiene il Premio Nobel per l’Economia, la bolla finanziaria doveva scoppiare e, una volta successo, ciò determinò un calo negli investimenti, nei consumi e nella domanda complessiva. La risposta nipponica alla crisi si rifece alla ricetta keynesiana: il governo finanziò lavori e opere pubbliche per creare occupazione e riattiavare i consumi. E questa sembra essere la stessa strada intrapresa oggi dalla nuova amministrazione Usa, guidata da Barack Obama. Un’altra possibile risposta sarebbe stata allora, e lo è anche oggi, quella di rifornire di denaro le banche. Oppure quella di produrre un po’ d’inflazione, vale a dire alzare l’aspettativa d’inflazione per aumentare i consumi e dissuadere la gente dall’accumulo eccessivo di risparmi. Esiste una scuola di pensiero che ritiene che un moderato innalzamento dei prezzi può essere utile, se si vuole combattere la recessione.
Gli speculatori, attraverso fondi d’investimento e hedge funds, come nel 1998 conducevano operazioni a termine su titoli rischiosi e non liquidabili. La gente che prestava loro il denaro non si chiedeva se la società avesse veramente abbastanza capitale da poter esser considerata sicura. è così che il mercato ha perso la bussola. Due delle cinque maggiori banche d’investimento sono crollate, perché – sostiene Krugman – non erano mai state regolamentate. Da lì l’implosione della bolla immobiliare, le corse agli sportelli, la scarsa liquidità, le crisi valutarie, hanno riproposto lo scenario dei precedenti crac economici. Ecco come siamo arrivati al ritorno dell’economia della depressione, al rischio che i liberi mercati non sopravvivano alla scarsità della domanda. In questo caso il protezionismo, secondo Krugman, rappresenta una soluzione sbagliata, perché alla lunga affosserebbe gli scambi e il libero mercato; bisognerebbe, invece, tagliare drasticamente i tassi d’interesse nei Paesi industrializzati, e in quelli poveri, imporre controlli d’emergenza sui capitali lì investiti, scoraggiando le imprese nazionali a chiedere prestiti in valuta estera. D’altronde, conclude l’economista americano, fu imponendo controlli sui capitali per molti anni, dopo la Seconda guerra mondiale, che molti Paesi industrializzati diventarono ricchi e, in un secondo tempo, si aprirono ai movimenti del libero capitale.

Crisi finanziaria: definizione, spiegazione e cause

Definizione e spiegazione della crisi finanziaria che ha coinvolto molti paesi a partire dal 2008, la crisi più grave dalla Grande Depressione del 1929

Cosa imparerai

  • Cause della crisi economica e finanziaria scoppiata nel 2008
  • Cause e protagonisti della crisi finanziaria
  • Evoluzione e conseguenze della crisi

Indice

Infobox

1 La situazione finanziaria

Nel 2008 l’economia in tutto il mondo subì la crisi più grave dai tempi della Grande Depressione del 1929 . Alle origini di questa crisi, che come nel 1929 scoppiò negli Stati Uniti, c’erano stati una serie di cambiamenti nel sistema finanziario, ma il vero e proprio evento scatenante fu un enorme calo nei prezzi delle case. Questo calo danneggiò il sistema finanziario americano (banche, compagnie di assicurazioni, società che emettono mutui, etc.), ma anche numerose industrie che dipendevano dai crediti delle banche, che nel frattempo smisero di prestare denaro.

La crisi portò alla recessione le economie di tutto il mondo, che in qualche modo sono collegate a quella degli Stati Uniti, e nonostante i tentativi di salvataggio messi in atto dalla politica in tutto il mondo, le conseguenze della crisi furono piuttosto gravi e per molti versi continuano tuttora.

Crisi economica del 2008: cause e conseguenze

Alle origini della crisi ci fu (e c’è ancora) un forte squilibrio, tipico dei nostri giorni, tra il mondo della finanza e la vera e propria economia del mondo – quella che si basa sui beni e sui servizi. In un solo giorno il valore generato dagli scambi finanziari era di circa 60 volte superiore al valore generato dal commercio di beni reali in un anno. E nel 2006, un anno prima dell’inizio della grande crisi, il 40% dei profitti nel mercato degli Stati Uniti derivavano dalle attività finanziarie: insomma, il denaro in circolazione aveva (ed ha tutt’ora) un valore molto alto rispetto ai veri e propri beni in circolazione nel mondo. Questa tendenza non era nuova, ma a renderla più forte che mai furono una serie di riforme al sistema finanziario degli Stati Uniti fatte negli anni ‘90.

Gli Stati Uniti decisero di ridurre le regole della finanza per rendere il sistema più libero ed efficiente, abolendo alcune autorità di regolazione e di vigilanza che risalivano addirittura agli anni ‘30. Il momento più importante fu nel 1999, quando il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton liberalizzò gli scambi finanziari tramite la Gramm-Leach-Bliley act , anche conosciuta come legge di modernizzazione dei servizi finanziari.

Allo scopo di facilitare la speculazione, in particolare per quanto riguarda le materie prime, questa legge introduceva le holding bancarie , veri e propri ‘giganti finanziari’ in grado di riunire diverse banche e compagnie di assicurazioni, per offrire qualunque tipo di servizio finanziario. Prima di allora soltanto le banche ‘commerciali’ avevano potuto raccogliere e custodire i conti delle famiglie americane, mentre gli investimenti più azzardati dovevano essere fatti da un altro tipo di banche: le banche di investimento.

Questi due tipi di banche non potevano fondersi in una holding. La principale conseguenza della legge di modernizzazione del 1999 fu che i risparmi delle famiglie iniziarono ad essere utilizzati per operazioni finanziarie piuttosto rischiose: le banche potevano indebitarsi a dismisura e allo stesso tempo prestare denaro senza sufficienti garanzie di riaverlo indietro. Tutto questo metteva a rischio, come vedremo, l’economia di tutto il mondo.

2 Le cause della crisi

All’origine della crisi ci sono i mutui casa . Chi voleva ottenere un mutuo per acquistare una casa negli Stati Uniti, esattamente come in Italia, doveva garantire alla banca almeno due cose: un reddito costante, ed un bene patrimoniale (possibilmente un’altra casa su cui mettere un’ ipoteca ).

Negli anni ‘90, la liberalizzazione del settore finanziario americano stava cambiando le cose rapidamente. L’ultima novità sul mercato era un tipo particolare di mutuo per la casa, accessibile anche a chi è privo di patrimonio o di un reddito costante: i mutui subprime. Con i mutui subprime moltissime persone possono comprare una casa, ma a condizioni molto svantaggiose. Spesso questi mutui appaiono molto convenienti, ma contengono clausole che potevano gonfiarli a dismisura dopo qualche anno: negli anni ‘90, e 2000 molti americani ottennero mutui subprime e si indebitarono in modo piuttosto gravoso.

Le banche che concedevano questi mutui non si limitavano a ricevere i pagamenti mensili da parte dei debitori: il più delle volte mettevano il proprio credito verso le famiglie sul mercato, liberandosi così dei rischi. se una famiglia non fosse riuscita a pagare il proprio mutuo, il problema sarebbe stato delle istituzioni (come la Fannie Mae ) che acquistavano il credito. A loro volta, chi acquistava i mutui poteva spesso rivenderli ancora ad altri investitori per generare titoli che possono essere collocati sul mercato, come i ‘ mortgage-backed security ’ (MBS). In altre parole, i mutui delle famiglie venivano ‘impacchettati’ in titoli finanziari venduti ed acquistati sul mercato. Il risultato erano dei titoli venduti in borsa, il cui valore dipendeva dai mutui e dal prezzo delle case.

All’epoca si contava sul fatto che, tranne rari casi, la maggior parte delle famiglie avrebbero comunque ripagato i propri mutui. A comprare questi titoli erano moltissimi soggetti: banche, assicurazioni, fondi pensione e persino risparmiatori privati. I titoli generati dai mutui circolavano, generavano ricchezza e crescevano di valore, mentre le banche scaricavano al di fuori il rischio di mutui non pagati.

Per scongiurare il rischio dei mutui non pagati, si ricorse poi ai credit default swaps (CDS): contratti attraverso cui gli assicuratori si assumevano il rischio del fallimento (default) per conto delle banche in cambio di importi periodici. Proprio come succede con un’assicurazione, chi comprava un CDS avrebbe ricevuto una somma molto alta in caso di fallimento. Molto presto anche i CDS, teoricamente uno strumento di assicurazione, vennero comprati e venduti da istituzioni finanziarie in pacchetti. Ancora una volta, si pensava che i mutui fossero un investimento sicurissimo.

Nel 2008 il credito ‘assicurato’ in questo modo ammontava a 6200 miliardi di dollari: una cifra da capogiro. Finché i prezzi delle case continuavano a salire, tutto andò bene. Ma questo sistema poggiava su una base relativamente fragile: il mercato immobiliare.

3 L’evoluzione

Alla fine di settembre del 2007, il numero di persone in ritardo con il pagamento dei mutui iniziava ad aumentare in modo preoccupante, insieme ai processi esecutivi da parte dei creditori: chi non riusciva a pagare i mutui subiva pignoramenti e vendite forzate. I prezzi delle case erano in caduta libera, e quindi gli americani avevano paura di investire. Tutto questo causò una vera e propria ‘crisi del credito’: le banche, in forte perdita, potevano erogare meno denaro alle imprese e alle famiglie. Senza prestiti, molte imprese non potevano più investire, e per questo dovevano ridurre la produzione, e spesso persino chiudere. Questo causò immediatamente un calo delle occupazioni ed anche dei consumi. La crisi finanziaria aveva provocato immensi problemi nel mercato reale.

1929-2008: confronto tra le due crisi economiche mondiali

Per di più, con il crollare dei prezzi delle case, i titoli garantiti dai mutui, spezzettati poi in ulteriori titoli derivati, perdevano quelle solide basi su cui si era fondata la finanza degli ultimi anni. Il 15 settembre del 2008 la Lehman Brothers, una delle più importanti banche d’affari di questi anni, fallì. Come molte altre società simili, la Lehman Brothers aveva acquistato mutui emessi da piccole società finanziarie per farne titoli derivati e generare denaro su basi molti rischiose. Stavolta però il Congresso degli Stati Uniti non intervenì, come aveva già fatto per altre banche negli scorsi mesi, per salvare la società dalla bancarotta: la scelta sarebbe stata troppo impopolare. Con la Lehman Brothers crollava il mondo dei titoli basati sui mutui.

Presto la crisi divenne un fenomeno globale, perché molte imprese, famiglie e governi in tutto il mondo investono nella borsa americana, subendo forti perdite nel caso di crolli della borsa americana. Anche le banche multinazionali subivano il contagio a causa del delevaraging : per far fronte alle perdite le banche vendono molte attività per limitare le perdite e per avere denaro liquido da restituire a clienti e creditori. Con la grande crisi internazionale, moltissime banche iniziarono a vendere titoli nello stesso momento, provocando un crollo della fiducia a livello internazionale.

Un’altra importante conseguenza fu un enorme calo delle esportazioni di beni e di servizi da tutto il mondo verso gli Stati Uniti, i più grandi importatori del mondo. Nel 2009 il commercio internazionale era crollato in modo impressionante, e la crisi era ormai globale.

4 Gli effetti della crisi

La crisi economica e sociale: tema svolto

Quando c’è una crisi finanziaria, i soldi depositati ed investiti dalle persone sono in pericolo, e chi ha del denaro in banca cerca di recuperarlo. Questo spiega le file di persone di fronte alle banche in un periodo di crisi. Una banca raccoglie i soldi di migliaia, se non milioni di persone, e per questo motivo i governi misero in pratica una serie di interventi per salvare le banche. In alcuni casi i governi diventano azionisti delle banche, assumendo su di sé il debito, che in questo caso diventa debito pubblico. In altri casi ci sono stati interventi diretti sull’economia, rinforzandola con prestiti delle banche centrali che ammontano a milioni di dollari: così fece il neoeletto presidente Obama all’inizio del 2009.

In Europa una serie di banche vennero comprate dagli stati (i casi più importanti sono stati in Germania, Gran Bretagna e Paesi Bassi) o finanziate da investitori privati per essere salvate dalla crisi. In Grecia nel dicembre del 2008 la stagnazione economica ha causato una serie di tumulti. Anche paesi come l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo e l’Italia hanno dovuto ricorrere a misure di austerity per far fronte alla crisi, causando una serie di problemi politici, oltre che economici. L’Islanda si ritrovava praticamente in bancarotta, con le tre maggiori banche del paese in fallimento. In Asia le maggiori economie soffrirono gli effetti della crisi in modo per lo più indiretto, ma non per questo indolore: Asia e Giappone, due grandi importatori, subirono le dure conseguenze di un enorme calo della domanda da parte dei consumatori europei e americani.

Al di fuori del settore finanziario, l’industria che soffrì maggiormente la crisi fu quella automobilistica sia negli Stati Uniti che in Asia ed in Europa. La pressione della crisi finanziaria spinse gli stati a collaborare di più: i venti paesi più ricchi del mondo si riunirono nel G-20 (Gruppo 20) alla fine del 2008 a Washington per iniziare a trovare una soluzione collettiva alla crisi. Gli effetti della crisi, tuttavia, si sarebbero protratti per almeno altri 4 anni, ma secondo molti economisti non sono ancora del tutto finiti.

L’unica economia che non conosce crisi è quella criminale.

5 Guarda il video sulla Grande depresione del 1929

Concetti chiave

I presupposti della crisi

  • Alle origini della crisi c’era un forte squilibrio tra i soldi che circolavano nella finanza e quelli generati dai commerci di beni e servizi ‘reali’
  • Nel 1999, la Gramm-Leach-Billey act (legge di modernizzazione dei servizi finanziari) introduce le holding bancarie
  • Si annullava la differenza tra banche commerciali e banche di investimento
  • I risparmi delle famiglie potevano ormai essere utilizzati per operazioni finanziarie rischiose
  • I motivi che hanno generato la crisi

    • Negli anni ‘90 i “mutui subprime” avevano permesso a molte famiglie americane di ottenere finanziamenti per comprare case senza offrire particolari garanzie
    • Le famiglie si indebitarono molto perché le condizioni di questi mutui erano svantaggiose
    • Le banche cedevano ad altri il proprio credito verso le famiglie, liberandosi dei rischi
    • I mutui entravano così nel mercato finanziario: potevano essere a questo punto rivenduti ed inseriti in pacchetti finanziari in borsa
    • Si pensava che i mutui fossero un investimento sicuro, e per questo un’enorme fetta dell’economia si stava reggendo su di essi
    • Persino le assicurazioni sui mutui non pagati (CDS) vennero messi in pacchetti e venduti sul mercato
  • Le varie tappe della crisi

    • Quando molte famiglie iniziarono ad essere in ritardo con il pagamento dei mutui, i prezzi delle case crollarono
    • Siccome il valore di moltissimi pacchetti finanziari dipendeva dal prezzo delle case, i pacchetti finanziari perdevano valore
    • Le banche potevano erogare meno denaro, limitando gli investimenti di imprese e famiglie
    • Alcune banche d’affari, come la Lehman Brothers (15 settembre 2008) iniziavano a fallire
    • La crisi divenne globale perché tutto il mondo investiva nella borsa americana
    • Le banche multinazionale dovettero vendere titoli per recuperare denaro liquido
    • Il commercio internazionale crollò in modo impressionante
  • Le conseguenze della crisi

    • I governi di tutto il mondo tentarono di salvare le banche, erogando denaro ed assumendone il controllo
    • Questo provocò pesanti indebitamenti pubblici
    • In altri casi, come ha fatto Obama negli Stati Uniti, ci sono stati interventi diretti sull’economia con grandi investimenti di denaro
    • In Europa molti stati hanno dovuto salvare le proprie banche
    • Gli effetti del debito pubblico hanno provocato una serie di problemi in paesi come la Grecia
    • In Asia le esportazioni hanno subito cali enormi
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