Italia si fanno affari in Algeria

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Italia: si fanno affari in Algeria

Se cercate d’individuare le aziende italiane che sono in buona salute, dovete dare uno sguardo al Friuli Venezia Giulia dove è in piena attività la Rizzani de Eccher che si è aggiudicata un buon appalto in Algeria.

La società Rizzani de Eccher è specializzata in Italia come nel resto del mondo, nella realizzazione delle grandi costruzioni. In questo ultimo periodo si è messa a capo di una cordata africana ed ha vinto un appalto molto importante per la realizzazione di un tratto autostradale algerino.

In Algeria, infatti, si dovrà costruire una via di comunicazione per collegare l’interno, molto prossimo al deserto con la costa mediterranea. Una via di comunicazione fondamentale per la popolazione e per chi vuole fare business remunerativi anche nell’area mediterranea.

L’impresa Rizzani de Eccher è capogruppo di una join venture in cui ci sono due imprese algerine, la Etrhb e la Sapta. La Rizzani, oggi, impiega ben 1600 dipendenti e nel 2020 ha chiuso l’anno con un fatturato di 423 milioni di euro. Con questo importante appalto il fatturato salirà in modo importante fino a 2,5 miliardi di euro.

Rizzani de Eccher, oggi, lavora moltissimo all’estero ed ha affari in 18 paesi di cui fanno parte, oltre all’Algeria, anche la Russia, il Libano, il Kuwait, il Qatar, l’Australia, il Canada e gli Stati Uniti.

Italia e Francia, la “guerra” dei 100 anni: la storia lo dimostra

Il ritiro dell’ambasciatore francese in Italia ha messo in pericolo i rapporti diplomatici tra Roma e Parigi, ma è solo l’ultimo episodio di uno scontro che va avanti da un secolo

Una manifestazione contro la Francia in Algeria nei primi anni Sessanta. L’Italia dell’Eni di Mattei finanziava il Fronte di Liberazione Nazionale algerino. Credit: Getty Images

I nostri concorrenti, Stati Uniti, Cina e Russia, se la ridono: dopo la Brexit, che ha gettato nel caos la Gran Bretagna adesso Parigi e Roma danno una picconata alla casa comune che non si può reggere soltanto sull’asse Berlino-Parigi, come forse speravano Macron e la Merkel dopo il super-vertice bilaterale di Aquisgrana.

La cancelliera Angela Merkel adesso ha due opzioni: 1) rivestire il ruolo di mediatrice, per quanto possibile, tra le due parti; 2) cogliere la palla al balzo e affossare l’Italia in recessione che con il suo debito pubblico e il suo spread sui Bund tedeschi appare più vulnerabile che mai, soprattutto dopo che se ne andrà Mario Draghi alla Bce.

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Con il richiamo da Roma dell’ambasciatore francese Christian Masset, un diplomatico che aveva aperto in anticipo le porte al governo Lega-Cinquestelle, come mi confermò in una conversazione personale avuta con lui a Palazzo Farnese a fine maggio scorso, si consuma un’altra puntata di un derby Italia-Francia che nel Mediterraneo dura da molto più di un secolo.

Di seguito alcuni link utili per fare chiarezza sulla situazione:

Accompagnata dai litigi sull’immigrazione, la Libia, la Tav e i terroristi esiliati in Francia, la crisi gilet gialli è un capitolo recente che forse i nostri governanti si sarebbero potuti risparmiare perché è una questione interna alla politica francese, ci sono già stati diversi morti e disordini continui nelle strade e infine perché assegna credibilità al leader di un movimento come Christophe Chalençon che ha invocato persino l’intervento di militari contro il presidente Macron.

Il match Italia-Francia è una sorta di “classico” della Sponda Sud. È cominciato alla fine dell’Ottocento quando con lo “schiaffo di Tunisi” i francesi si presero il protettorato tunisino ambito dall’Italia monarchica e garibaldina, poi è continuato con lo sbarco italiano in Libia del 1911, la decimazione da parte del generale Graziani della popolazioni libica in Cirenaica (80mila morti su una popolazione di 800mila persone) ed è proseguito con la disfatta nella seconda guerra mondiale. I francesi non hanno mai dimenticato l’attacco del giugno 1940 dell’Italia fascista in alleanza con la Germania nazista.

Quando l’Italia nel dopoguerra ha perso tutte le sue colonie, la Francia già vendeva nell’embrione di Comunità europea un mezzo per tenere una parte dell’Africa sotto la sua influenza.

La successiva reazione italiana per recuperare terreno in Nordafrica è stata anche questa lacerante. Mentre la Francia si inventava l’area del franco Cfa dopo Bretton Woods e cercava di mantenere la sua mano sulle colonie, l’Italia dell’Eni di Mattei finanziava il Fronte di Liberazione Nazionale algerino nella più sanguinosa guerra di liberazione coloniale del Maghreb: un milione di morti. Fummo ricompensati dagli algerini con il primo grande gasdotto del Mediterraneo, il Transmed.

Persino durante gli anni Novanta in Algeria – 200mila morti nella “guerre sale”, la guerra sporca tra potere e terrorismo islamico – Francia e Italia qui sulla Sponda Sud si guardavano in cagnesco: i nostri servizi avevano (e hanno tuttora) un’ottima collaborazione con i generali algerini. Non è un caso che il premier Conte sia andato in Algeria dove tra poco si va a votare per le presidenziali che vedono ancora in corsa l’anziano e malato Bouteflika.

I francesi tutte queste cosette se le sono legate al dito e non perdono occasione per una rivincita.

La più recente opportunità francese è stata la guerra di Sarkozy a Gheddafi del 2020, dopo che la Francia aveva visto cadere il suo alleato storico Ben Alì (ci rimise il posto la ministra degli esteri francese Alliott-Marie) che per altro era stato insediato da un colpo di Stato medicale dei servizi italiani che avevano liquidato negli anni Ottanta il leader storico Bourghiba.

Per l’Italia la caduta di Gheddafi è stata la peggiore sconfitta dalla Seconda Guerra Mondiale: soltanto pochi mesi prima, il 30 agosto 2020, il Colonello veniva omaggiato a Tor di Quinto da 5mila dignitari della Repubblica, politici e uomini d’affari, euforici per la firma di decine di miliardi di contratti. L’ondata migratoria ha poi fatto il resto destabilizzando l’intero quadro politico.

Ma la cosa peggiore è stata la decisione di accodarsi ai bombardamenti della Nato, consegnando le nostre basi militari per i raid sulla Libia ad americani, francesi e britannici. La nostra credibilità sulla Sponda Sud è affondata e per recuperarla ci vorranno anni.

Sulla Libia Italia e Francia, che insieme a Russia ed Egitto sostengono il generale della Cirenaica Khalifa Haftar, invece di collaborare si fanno la forca. Una concorrenza che non è tanto sul petrolio, ma politica perché il governo Sarraj di Tripoli appoggiato dall’Italia è legato ai Fratelli Musulmani, la parte perdente degli ultimi sviluppi delle primavere arabe. Ecco perché mettersi d’accordo con la Francia non è semplice e ci mette da soli di fronte alla nostre responsabilità: riportare ordine sulla Tortuga libica. Per farlo dovremmo trovarci nuovi alleati sulla Sponda Sud in concorrenza con i francesi. Il match continua.

L’Italia ripudia la guerra, ma non gli affari che le girano attorno

di Maurizio Donini

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, recita la Costituzione Italiana all’articolo 11.

Diciamo che la rifugge ufficialmente, se la coinvolge alla luce del sole, ma si può fare per guadagnare crediti con grandi paesi (Berlusconi ai suoi tempi con gli Stati Uniti), magari facendo lucrosi affari. Perché l’Italia rigetta la guerra, ma di fronte agli affari ripone pizza e mandolino, toglie la mano dal cuore per metterla sul portafoglio e vende quasi 15 miliardi di euro di armi all’estero, Esattamente sono stati 14,6 nel 2020 i miliardi incassati dal bel paese per esportare morte, un aumento del 85,7% rispetto i 7,9 del 2020, non è dato sapere se anche i morti provocati siano aumentati in misura equivalente.

Siamo presenti in ben 20 paesi con 29 missioni in cui abbiamo speso 826 milioni di euro nel 2020, 58 più del 2020. Questo malgrado i soliti fastidiosi pacifisti si siano messi di traverso in questo lucroso mercato portando a bandire le mine anti-uomo (Convenzione di Ottawa) e le munizioni a grappolo (Convenzione di Oslo) con i trattati entrati in vigore nel 1999 e 2020. In teoria le armi per essere vendute devono sottostare a tutta una serie di restrizioni che dovrebbero garantire una serie di diritti su uso e riuso, in pratica il mondo è pieno di trafficanti, una volta uscite dal paese di costruzione verso un altro ufficialmente autorizzato all’acquisto, si apre la zona grigia delle triangolazioni, ed i risultati non sono difficili da vedere.

L’ultima sorpresa è venuta alla luce a seguito di un’inchiesta del NYT, portando alla luce che l’azienda sarda RWM, terza industria di armi del nostro paese, ha venduto, con tutte le autorizzazioni del caso, bombe Mk-80 da 250 kg. che hanno ucciso, con il sigillo dell’Arabia Saudita, circa 10.000 yemeniti. D’altronde per questi 10.000 morti abbiamo incassato la notevole cifra di 440 milioni di euro, armi che vanno a distruggere altre case in paesi lontani, come ebbero a dichiarare l’ex-premier Gentiloni e l’ex-ministra Pinotti, “nel pieno rispetto delle leggi nazionali ed internazionali”.

I governi Renzi e Gentiloni un risultato sicuramente l’hanno raggiunto, portare il nostro paese al nono posto nel mondo nella classifica degli esportatori di armi stilata dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute). Per l’esattezza l’Italia esporta il 2,5% delle armi di tutto il mondo, al primo posto ci sono gli Usa (34%), poi seguono Russia (22%), Francia (6,7%), Germania (5,8%), Cina (5,7%), Regno Unito (4,8%), Spagna (2,9%) e Israele (2,9%). Chiude la classifica l’Olanda (2,1%). La top 10 dei produttori di armi riguarda le cosiddette “major weapons”, vale a dire quelle pesanti (aerei, navi, sottomarini, carri armati e sistemi missilistici), e si riferisce al quadriennio 2020.

I nostri maggiori clienti sono Emirati Arabi, Israele, Turchia, Algeria, Marocco, Taiwan, almeno per quello che è dato sapere, visto che sono ben 9 anni che l’Italia non invia informazioni all’Unroca, cioè al Registro delle Nazioni Unite sulle armi convenzionali. La metà del valore delle esportazioni del 2020 (7,3 miliardi di euro) arriva dalla fornitura al Kuwait di 28 aerei Eurofighter della Leonardo. Un golfo dove si fanno affari d’oro, come quelli che prevedono la vendita di sette navi di superficie di oltre 100 metri (di cui 4 corvette), una nave anfibia Lpd (Landing Platform Dock) e due pattugliatori Opv (Offshore Patrol Vessel) al Qatar, stato accusato spesso di armare i terroristi.

D’altronde, “si vis pacem, para bellum dicevano i latini, se vuoi la pace, prepara la guerra”.

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