Italia scende l’inflazione ma non le spese

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Italia: scende l’inflazione ma non le spese

Se aumenta l’inflazione e con essa i prezzi dei prodotti e dei servizi, se è vero che siamo in crisi dovrebbe ridursi anche il volume delle spese. Invece, in base a quanto riferito dall’Istat, la spesa del nostro paese resta elevata, anzi addirittura in aumento per i beni che costano di più. Il quadro della situazione è semplice da riepilogare. In primo luogo bisogna prendere atto del rallentamento della crescita dei prezzi dei prodotti e dei servizi che passa dall’1,2 all’1,1 per cento a luglio rispetto a maggio. In realtà, non tutti i prezzi sono in diminuzione visto che per la classica legge della domanda e dell’offerta, restano elevati i costi dei beni più richiesti: il cibo e i carburanti.

Per gli alimenti, per la benzina e per il diesel, siamo addirittura di fronte ad un aumento dei costi che su base annua, dall’essere in aumento dell’1,7 per cento, sono adesso in aumento addirittura del 2 per cento.

L’ISTAT spiega che il prezzo della benzina, per esempio, a luglio cresciuto dello 0,9 per cento rispetto al mese precente ed è anche dello 0,3 per cento superiore allo stesso periodo del 2020. Un discorso analogo si può fare anche per il gasolio che dal diminuire dell’1,7 per cento è passato ad un prezzo crescente dello 0,4 per cento.

Economia

Petrolio ai minimi da sei mesi ma la benzina non scende

La paura di un rallentamento dell’economia globale, sull’onda della guerra dei dazi tra Usa e Cina, sta pesando anche sulle quotazioni del petrolio. Dopo che il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha intensificato le tensioni sul fronte del commercio estero, minacciando dazi anche al Messico, le quotazioni del greggio si stanno muovendo verso i minimi degli ultimi sei mesi. Nel pomeriggio il petrolio del tipo Brent quota a 64,70 dollari al barile (-3,20%) mentre il tipo Wti è a 54,90 dollari (-3,5%).

Il calo è evidente. Niente si muove invece al distributore. «Ancora un giorno di calma sulla rete carburanti italiana – fa notare oggi Quotidiano Energia -. Nessuna compagnia ha mosso, infatti, i prezzi raccomandati di benzina e diesel con le quotazioni dei prodotti petroliferi in Mediterraneo anche ieri in lieve discesa».

E stabile di conseguenza il quadro dei prezzi praticati sul territorio. In particolare, in base all’elaborazione di Quotidiano Energia dei dati alle 8 di ieri comunicati dai gestori all’Osservaprezzi carburanti del Mise, il prezzo medio nazionale praticato in modalità self della benzina è pari a 1,626 euro/litro, con i diversi marchi che vanno da 1,625 a 1,637 euro/litro (no-logo a 1,609). Il prezzo medio praticato del diesel è a 1,514 euro/litro, con le compagnie che passano da 1,513 a 1,527 euro/litro (no-logo a 1,497).

Quanto al servito, per la verde il prezzo medio praticato è di 1,760 euro/litro, con gli impianti colorati che vanno da 1,735 a 1,826 euro/litro (no-logo a 1,657), mentre per il diesel la media è a 1,651 euro/litro, con i punti vendita delle compagnie tra 1,636 e 1,730 euro/litro (no-logo a 1,545). Il Gpl, infine, va da 0,637 a 0,661 euro/litro (no-logo a 0,631).

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La speculazione sulle vacanze degli italiani

Intanto il Codacons fa notare che il dato sull’inflazione di maggio diffuso dall’Istat dimostra in modo inequivocabile le speculazioni sui prezzi dei carburanti registrate in Italia in occasione delle partenze degli italiani per le festività di Pasqua e i ponti. La dichiarazione arriva, commentando i numeri dell’istituto di statistica.

«Il rallentamento dell’inflazione è determinato dalla frenata dei prezzi dei carburanti, che a maggio si sono ridimensionati rispetto ai picchi toccati ad aprile – spiega il presidente Carlo Rienzi – Ciò conferma in pieno le denunce del Codacons circa le speculazioni che sono state attuate in occasione dei viaggi degli italiani per i ponti di aprile e le feste di Pasqua: non appena si sono interrotte le partenze, i listini di benzina e gasolio sono tornati a scendere. Tale “gioco” è costato agli italiani la bellezza di 110 milioni di euro solo per le maggiori spese di rifornimento legate ai ponti di aprile e determinate da rincari speculativi dei listini alla pompa».

In ogni caso – sottolinea il Codacons – l’inflazione allo 0,9% si traduce in una maggiore spesa annua pari a +351 euro per una famiglie con due figli (+277 euro la famiglia “tipo”) considerata la spesa annuale ufficiale per consumi stimata dall’Istat.

L’Italia è in deflazione

Il 2020 è stato il primo anno in mezzo secolo in cui i prezzi sono scesi, invece di aumentare (e non è una buona cosa)

Nel suo comunicato di oggi sui prezzi, l’ISTAT dice che il 2020 è stato per l’Italia il primo anno di deflazione dal 1959. Nell’anno appena terminato, in Italia i prezzi sono calati dello 0,1 per cento rispetto al 2020. Nel 1959 calarono dello 0,4 per cento rispetto all’anno precedente. Durante una deflazione i prezzi calano, in genere perché la domanda di beni e servizi è bassa: è un segno che l’economia è ancora debole (qui avevamo spiegato cosa significa). Altri paesi europei, come la Germania, hanno mostrato prezzi più dinamici, con l’inflazione che è cresciuta dello 0,5 per cento.

Daniele Manca, vicedirettore del Corriere della Sera, ha spiegato in un video perché probabilmente in pochi si sono accorti di questo calo dei prezzi. La prima ragione è che è un calo molto basso, appena lo 0,1 per cento; la seconda è che ha riguardato principalmente una serie specifica di beni, per esempio il petrolio e i suoi derivati. Se togliamo dal calcolo prodotti energetici e alimentari freschi, i prezzi risultano in crescita dello 0,5 per cento. Questo significa che chi non fa spesso il pieno di benzina e non ha alte bollette del riscaldamento non si è affatto accorto del calo dei prezzi.

La deflazione è il contrario dell’inflazione: tecnicamente si verifica quando il tasso di inflazione – cioè l’aumento dei prezzi – scende sotto lo 0 per cento. Sono anni che l’inflazione è bassa in tutta Europa, a causa della lenta ripresa dalla crisi economica. Nel 2020 la crescita è stata inferiore alle aspettative, e in molti esperti avevano previsto l’entrata di uno o più paesi europei in una situazione di deflazione vera e propria: la notizia, quindi, non è una grande sorpresa. Il compito di cercare di regolare l’inflazione spetta alla Banca Centrale Europea, che ha l’obiettivo di mantenerla intorno al 2 per cento, il valore considerato sano dagli economisti. Nonostante gli sforzi compiuti in questi anni, però, la BCE non è mai riuscita ad avvicinarsi a questo risultato (al punto che oggi si parla di utilizzare soluzioni molto creative).

La deflazione non è un problema solo perché segnala un’economia debole e in difficoltà. Astrattamente, infatti, potrebbe sembrare una cosa buona: i prezzi calano, perché lamentarsi? Prima di tutto, se i prezzi calano significa che tendenzialmente caleranno anche gli stipendi, anche se magari non quelli dei lavoratori protetti da contratti molto rigidi. Scenderanno quelli degli autonomi, dei commercianti e dei professionisti. Inoltre, in caso di lunghi periodi di deflazione pronunciata, si crea un disincentivo a spendere soldi. Perché comprare un televisore oggi quando tra tre mesi costerà molto meno? Oppure, perché fare un costoso investimento nella propria azienda, quando si può aspettare ancora un po’ per farlo a prezzi più vantaggiosi? Così le spese vengono rimandate, causando ulteriore deflazione, che a sua volta disincentiva ancora di più a spendere.

Per il momento non ci troviamo in una situazione simile e la deflazione è abbastanza bassa: più che il calo dei prezzi, sembrano altri i fattori che spingono privati e aziende a consumare con molta prudenza. L’altro problema della deflazione è che non fa calare gli interessi sul debito, che in genere sono fissi e stabiliti all’inizio del contratto. In un periodo di deflazione, prezzi e stipendi tendono a ridursi, ma le rate che bisogna pagare sul proprio mutuo restano stabili. È un problema in particolare per il più grande debitore di tutti, lo Stato.

Paesi con alti debiti pubblici come l’Italia possono ottenere particolari vantaggi dai periodi di inflazione. Quando i prezzi e stipendi salgono, infatti, pagare gli interessi sul debito, che restano fissi, diventa più semplice. Il peso del debito si misura con il rapporto tra valore totale del debito e PIL, cioè valore totale dei beni e servizi prodotti in un anno in un determinato paese. Paradossalmente il rapporto debito-PIL può calare soltanto grazie all’inflazione: il valore del PIL aumenta perché i prezzi aumentano, e così il rapporto scende. In periodo di deflazione, invece, l’unico modo per far scendere il rapporto è tagliare il debito o una robusta crescita economica: due condizioni che non si sono mai verificate negli ultimi anni.

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