Italia recupero solo nel 2036

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Italia: recupero solo nel 2036

Attenzione! La stima fatta da Confcommercio non dice che il recupero dell’economia italiana ci sarà soltanto nel 2036 ma che il potere d’acquisto scalfito dal perdurare della crisi, tornerà ai vecchi fasti soltanto nel 2036. Entriamo nel dettaglio.

Il rapporto offerto dalla Confcommercio è inquietante per quel che riguarda l’economia italiana che dovrebbe riprendere a crescere soltanto nel 2020. In realtà, affinché i cittadini recuperino il potere d’acquisto pre-crisi, ci sarà d’aspettare molto di più, almeno fino al 2036.

Lo zoom è sulla situazione delle piccole e medie imprese ma è vero che si può fare un discorso analogo anche per i cittadini. In pratica, le imprese italiane, lavorano sei mesi l’anno soltanto per pagare le tasse. Il dato ufficiale è che per 162 giorni lavorativi in un anno, i soldi derivanti dal lavoro dovrebbero essere accantonati per pagare le imposte.

E’ chiaro che in uno scenario di questo tipo i consumi non possono che scendere e il governo, non dicendo nulla a proposito dell’aumento IVA, ovvero non stoppando l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto, aggraverà la situazione visto che ogni nucleo sarà chiamato a pagare almeno 200 euro in più all’anno.

La crescita riprenderà dunque, soltanto l’anno prossimo ma sarà più bassa del previsto visto che in due anni il progresso sarà soltanto dell’1,9 per cento. Il recupero del potere d’acquisto pre-crisi, invece, arriverà soltanto nel 2036.

Tag: Crisi

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Confcommercio, solo nel 2036
si recupererà il potere d’acquisto perduto

Il grido d’allarme in un rapporto: per le Pmi il Fisco – oltre a pesare per ben 162 giorni lavorativi – costa 10 miliardi di burocrazia. I consumi non sono mai stati così in calo in 70 anni e l’aumento dell’Iva rischia di sottrarre altri 200 euro a famiglia. Crescita ben sotto le stime del governo: +1,9% nel prossimo biennio. Sangalli: “Chiuse 40mila imprese”

MILANO – Nel ‘tax freedom day’, cioè il giorno in cui si smette di lavorare per coprire il carico fiscale, arriva un nuovo allarme di Confcommercio sulla situazione del Paese. In un rapporto significativamente intitolato “l’Italia arretra”, l’associazione dei commercianti denuncia che nel 2020 il numero di giorni di lavoro necessari per pagare tasse, imposte e contributi ha raggiunto il suo massimo storico: 162 giorni (ne occorrevano 139 nel 1990 e 150 nel 2000). Ne occorrono invece 130 nella media europea (-24% rispetto all’Italia). Un inasprimento che aggredisce un monte redditi già declinante contribuendo così sia a comprimere la domanda aggregata, sia a scoraggiare l’offerta di lavoro.

Onere da 10 miliardi per gli adempimenti fiscali. Secondo la ricerca Confcommercio-Cer, però, non è solo l’entità delle tasse a stringere un cappio sullo sviluppo economico. Sono ben 269 le ore di lavoro l’anno che servono a ogni impresa italiana per adempiere agli obblighi richiesti dal Fisco: l’eccesso di burocrazia porta i tempi necessari a espletare le pratiche al doppio della Francia, al 60% in più della Spagna, e al 30% in più della Germania. Le Pmi italiane sostengono così per gli adempimenti fiscali un onere annuo di 10 miliardi, quasi il 50% in più della media dei Paesi Ue.

d’acquisto. A causa della crisi, “ogni famiglia italiana ha registrato, in media, una riduzione del proprio potere d’acquisto di oltre 3.400 euro”. La dimensione raggiunta dalla caduta dei redditi è tale che, “se pure si riuscisse a tornare alle dinamiche di crescita pre-crisi, bisognerebbe comunque aspettare fino al 2036 per recuperare il potere d’acquisto perduto”. In termini reali, “il reddito è in flessione ininterrotta dal 2008, con una contrazione cumulata dell’8.7% e una perdita complessiva di 86 miliardi di euro”. I consumi delle famiglie, “nel 2009
ancora capaci di contrastare gli effetti della Grande recessione mondiale, sperimentano oggi una flessione di dimensione mai registrata nei quasi 70 anni di vita della Repubblica italiana”. Il presidente Carlo Sangalli, ricordando come Squinzi che “il nord è sull’orlo del baratro”, ha spiegato che i consumi sono al livello del 2000 e gli investimenti pubblici al 2003″. In queste condizioni, hanno chiuso i battenti più di 40mila imprese quest’anno”.

Priorità: no aumento Iva. La sterilizzazione dell’aumento dell’Iva in programma a luglio costituisce una priorità. Secondo lo studio, le ragioni a favore di uno spostamento della tassazione dalle persone alle cose mostrano “chiari elementi di debolezza. L’aumento dell’Iva determinerebbe pronunciati effetti regressivi”. Sostituire una minore Irpef con una maggiore Iva, sempre secondo la ricerca, penalizzerebbe le famiglie comprese nel primo 50% della distribuzione del reddito, con perdite comprese fra 200 e 50 euro per nucleo familiare. Lo stesso presidente Sangalli ha parlato dell’ipotesi di innalzamento dell’Iva al 22% come di “benzina sul fuoco della recessione”. Sul punto si è anche assistito a una contestazione del ministro allo Sviluppo economico, Flavio Zanonato, che ha detto di “non poter promettere” il congelamento dell’imposta.

Crescita nel biennio all’1,9%. In questo contesto, secondo lo studio la ripresa resta debole e ben sotto le stime del governo: “L’economia italiana continua ad arretrare. Come mostra l’esercizio di previsione, il Pil diminuirà nel 2020 per il secondo anno consecutivo e per la quarta volta dal 2007. Le prospettive di recupero per il 2020-15 appaiono inoltre più deboli di quelle assunte dal Governo nel Def dello scorso aprile: secondo le nostre stime, nel prossimo biennio la crescita cumulata si arresterà all’1,9%, un punto in meno di quanto prospettato nei valori programmatici (2,8%)”.

( 12 giugno 2020 ) © Riproduzione riservata

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