Italia rallenta il PIL ma non troppo

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Italia: rallenta il PIL ma non troppo

La crisi è ancora molto importante nel Vecchio Continente e nel nostro paese in particolare. Tanto che seppure si pensa che l’Europa sia ormai fuori dalla recessione, non si può dire lo stesso del Belpaese dove comunque iniziano ad emergere dei segnali rassicuranti.

Il dato più importante è riferito al secondo trimestre dell’anno in corso ed è stato pubblicato dall’OCSE. Sembra infatti che il calo del PIL italiano sia stato dello 0,2 per cento e sia inferiore alle attese degli analisti che pensavano ad un crollo più importante. In effetti, nel primo trimestre del 2020 c’era stata una flessione del PIL dello 0,6 per cento.

In generale, nell’area OCSE, il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,5 per cento ed è in una fase crescente che gli analisti dicono di accelerazione visto che l’incremento del PIL nel primo trimestre dell’anno era stato dello 0,3 per cento.

Per quanto riguarda l’Italia, considerate anche le rilevazioni dell’indice PMI, siamo sempre più vicini agli obiettivi definiti dal governo in carica. Il nostro paese è comunque descritto in una fase di recessione ma il rallentamento del PIL è stato attutito. Se il percorso di ripresa dell’Europa durerà abbastanza a lungo, si potrà presto gioire della ripresa anche in Italia.

Pil, perché in Italia rallenta

Occupazione e potere d’acquisto delle famiglie deboli. Per questo l’economia del nostro Paese tira il freno

Unica a rallentare nel gruppo del G7, i 7 paesi più industrializzati del mondo. E’ il bilancio poco lusinghiero sull’andamento primaverile ed estivo dell’economia italiana, secondo le ultime rilevazioni dell’Ocse. Gli esperti di questo organismo internazionale hanno infatti calcolato che nel secondo trimestre 2020 il prodotto interno lordo del nostro Paese è cresciuto di uno smilzo 0,2%, contro lo 0,3% dei tre mesi precedenti.

Non è una buona notizia considerando che, nello stesso tempo, le altre nazioni del G7 sono andate molto meglio. Il pil tedesco, per esempio, è salito dello 0,5% nel secondo trimestre, accelerando un po’ dallo 0,4% del periodo gennaio-marzo. Stabile invece la crescita nell’area euro che, sempre su base trimestrale, si muove a un ritmo dello 0,4%.

Fiducia debole

L’economia italiana procede ancora in positivo, insomma, ma indubbiamente arranca rispetto al resto del Vecchio Continente. Per quale ragione? E’ ancora presto per trarre conclusioni anche se la stessa Ocse ha già evidenziato nei mesi scorsi alcune criticità che non giocano a favore della crescita: una ripresa del mercato del lavoro troppo lenta e un indebolimento del potere di acquisto delle famiglie, a causa del rialzo dell’inflazione.

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Alcuni dati, però, rivelano un altro aspetto tutt’altro che trascurabile. La nostra economia sembra soffrire anche di un calo di fiducia tra gli operatori economici. A rivelarlo è l’Istat che, nel mese di agosto, ha evidenziato una flessione dell’indice di fiducia delle imprese e dell’indice di fiducia consumatori. Il primo è sceso da 116,2 a 115,2 mentre il secondo è passato da 105,3 a 103,8.

Va ricordato che questi due valori fanno parte dei cosiddetti indicatori anticipatori, utilizzati dagli economisti per fare previsioni sull’andamento del pil nei mesi successivi. L’indice di fiducia dei consumatori viene misurato infatti ponendo alcune domande (9 per la precisione) a un campione di italiani rappresentativi della popolazione, chiedendo loro quali aspettative hanno sulla situazione economica della famiglia, dell’occupazione e sulle possibilità future di risparmio e di spesa.

La stessa metodologia viene utilizzata per misurare il clima di fiducia delle imprese, ponendo ai manager e ai titolari d’azienda alcune domande sulle loro aspettative riguardo alle vendite, agli ordini e alle scorte dei mesi successivi. Di solito, se gli indici di fiducia salgono, significa l’economia è in espansione, mentre una loro discesa fa presagire una frenata o addirittura una discesa del pil .

Ecco perché non c’è da essere contenti se questi indicatori peggiorano. Dopo la frenata del prodotto interno lordo del secondo trimestre, nei prossimi mesi l’economia potrebbe andare ancor più a rilento.

Se l’Italia rallenta è (anche) colpa della Germania. Report Confindustria

L’Italia non decolla e non macina Pil. Il prossimo anno, secondo la Nota di aggiornamento al Def, la crescita italiana si fermerà allo 0,6%, mantenendosi su ritmi ancora troppo fiacchi. Confindustria ha addirittura stimato un aumento dello 0,4%. Ma è solo colpa del Bel Paese e dei suoi governi o c’è qualcosa in più? Domanda alla quale proprio gli esperti di Viale dell’Astronomia, coordinati da Andrea Montanino, hanno provato a rispondere, in un’apposita infografica dedicata al rapporto tra recessione tedesca e anemia italiana. Tutto parte da una tesi: se rallenta la Germania (nel secondo trimestre dell’anno il Pil teutonico è andato sottozero aprendo le porte della recessione tecnica), allora si ferma anche l’Italia, che ha nell’economia tedesca il suo primo sbocco in termini di export. E attenzione a non commettere l’errore di crogiolarsi nel fatto che la ex locomotiva d’Europa se la passi peggio di noi.

“L’economia tedesca”, scrive Confindustria, “si è fermata a metà 2020 e si prospetta debole anche nel resto dell’anno. Il suo modello di crescita rimane incentrato sulla domanda estera: l’export è pari a quasi metà del Pil (quello italiano a meno di un terzo). La frenata del commercio mondiale la danneggia particolarmente mentre nell’ultimo anno l’export tedesco è stato più debole di quello italiano”. Non è tutto. Berlino “risulta fortemente penalizzata dalla caduta delle vendite di auto (il 19 per cento del totale manifatturiero, contro l’8 italiano) ed esposto al rallentamento cinese e al rischio Brexit. Inoltre, la performance italiana è stata molto positiva nei beni di consumo (farmaceutici, abbigliamento, alimentari) e negli Usa”.

Dunque? Confindustria ha pochi dubbi, non c’è da gioire troppo per le sventure tedesche. Per un motivo molto semplice: “Occorre evitare, però, la Schadenfreude, cioè la soddisfazione per le difficoltà altrui. La debolezza della Germania, primo partner commerciale e produttivo dell’Italia, si trasmette alle industrie italiane più integrate nelle catene globali del valore e alle regioni più dinamiche, soprattutto nel Nord Italia. L’export italiano, quindi, appare destinato a frenare, a meno di un deciso miglioramento dello scenario internazionale”.

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