Italia quanto vale il lavoro minorile

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Perché il lavoro minorile è ancora una piaga in Italia

Nel nostro Paese tra i 260 e i 300 mila ragazzini sfruttati. E abbiamo il record di dispersione scolastica. Leggi, cifre e mappe nella Giornata mondiale contro il fenomeno.

Ragazzini che trasportano pesanti cassette piene di frutta zigzagando tra la folla dei mercati rionali. Che introducono le loro mani agili e paffute in motori pieni di grasso, che scaricano il pesce appena pescato tagliandosi con il ghiaccio usato dai marinai per non farlo andare a male e che caricano sulle loro esili spalle chili di carne destinati al macellaio. Sembrano immagini di un’Italia in bianco e nero, di film neoralistici come Sciuscià (1946, Vittorio De Sica) o Proibito rubare (1948, Luigi Comencini), invece è uno spaccato dell’Italia moderna, che il più delle volte viene ignorato, per finire argomento di discussione solo in giorni come il 12 giugno, in cui ricorre la Giornata mondiale contro il lavoro minorile.

LEGGI A TUTELA DEI RAGAZZINI: NORME DEL 1967 E DEL 2006

Contrariamente a quello che si crede, il lavoro minorile è ancora una realtà anche in Paesi come il nostro, che pure hanno scelto da tempo di affidarsi a una legislazione che in merito non lascia spazio a interpretazioni in mala fede. I principali riferimenti normativi sono infatti la legge n. 977 del 1967, che disciplina, tra l’altro, l’età minima di accesso al lavoro e le eventuali eccezioni (come il lavoro nel campo dello spettacolo) in combinato disposto con la norma finanziaria del 2006 che ha innalzato a partire dal settembre 2007 l’obbligo scolastico a 16 anni d’età, spostando così quella di accesso al lavoro dai 15 ai 16 anni. Una legislazione moderna, che tutela il minore maggiormente rispetto di quanto non facciano altri Stati o la stessa Unione europea che stabilisce, con la Direttiva 94/33/CE del Consiglio, l’età minima per l’abilità al lavoro a 15 anni.

I NUMERI: IN ITALIA TRA I 260 E I 300 MILA GIOVANI LAVORATORI

Leggi destinate a restare lettera morta secondo l’ultimo report di Save the Children, che fotografa comunque i notevoli passi avanti compiuti nel nostro Paese per tutelare i minori. Secondo lo studio, però, molto resta ancora da fare soprattutto per restituire dignità e, quando possibile, gli scampoli di una infanzia rubata a quell’esercito di piccoli invisibili che lavorano nei mercati, nei campi, nei bar, nelle cucine dei ristoranti, sulle spiagge, nei porti e sulle navi. Sono almeno 260 mila (ma secondo altre stime supererebbero le 300 mila unità) i minori di 16 anni che lavorano, ovviamente e necessariamente in nero (meno di uno su quattro svolge attività in regola delimitate nel tempo, per esempio in estate). La maggior parte dei ragazzi fa la sua prima esperienza dopo i 13 anni (il 72%). Dal punto di vista del genere, i 14-15enni che oggi lavorano risultano per il 54% maschi e per il 46% femmine.

MINORI NON ACCOMPAGNATI: L’ESERCITO DEGLI INVISIBILI

Ma c’è un dato che, più di tutti, sorprende: solo il 5% dei minori fotografati da Save the Children è di nazionalità straniera. Con ogni probabilità è un numero da ritoccare al rialzo perché non esiste ancora un Osservatorio nazionale che disponga di dati privilegiati e perché dovrebbe tenere conto anche delle migliaia di ragazzi “fantasma” giunti in Italia su una nave o su un gommone e poi spariti nel nulla: i minori non accompagnati che lo Stato dovrebbe tutelare e invece si lascia sfuggire tra le dita. Così come sfuggono a ogni censimento i bimbi cinesi arruolati nel settore di conceria delle pelli.

CAPORALI IN CASA: SI LAVORA PER LA FAMIGLIA

Resta però il fatto che il restante 95% è composto da ragazzini italiani, costretti a lavorare dalle loro stesse famiglie. È lo stesso rapporto di Save the Children a evidenziarlo: quasi 3 ragazzi su 4 lavorano per la famiglia, aiutando i genitori nelle loro attività professionali (41%), quindi nel mondo delle piccole e piccolissime imprese a gestione familiare oppure sostenendoli nei lavori di casa (33%). Per quanto riguarda quest’ultima tipologia di esperienza, occorre sottolineare come siano state escluse dall’indagine tutte quelle attività riconducibili alla categoria dei “lavoretti domestici” mentre sono state campionate quelle che creano una interferenza con la scuola. Il restante 26% si distribuisce in misura equivalente tra chi lavora nella cerchia dei parenti e degli amici (12,8%) oppure per altre persone (13,8%).

DISPERSIONE SCOLASTICA: ITALIA MAGLIA NERA

E sebbene secondo gli analisti i minori italiani riescono anche a portare avanti la propria carriera scolastica (ma con scarsi risultati), è evidente che questi dati si accompagnano a un altro allarme continuamente lanciato dagli addetti del settore eppure ignorato da politici e dai governi: la perdita, negli ultimi 15 anni, di quasi 3 milioni di studenti dalle nostre aule scolastiche. Ossia la perdita del 31,9% di coloro che, dopo la terza media, si sono iscritti a una scuola secondaria superiore statale ma non hanno mai terminato gli studi con il conseguimento del relativo diploma (dati Tuttoscuola). Il tasso di abbandono più elevato si registra al Sud e sulle isole: in Sardegna si attesta al 33%, in Campania al 29% ma nemmeno il Nord, con livelli che ondeggiano tra il 15 e il 20%, ha da festeggiare se si pensa che in Paesi moderni come il Giappone è invece prossimo allo zero. E probabilmente non è un caso se il 66% dei minori che finisce in carcere non viene dalla scuola ma ha già alle spalle una o più attività lavorative prima dei 16 anni.

NON SOLO AL SUD: IL FENOMENO ANCHE A MILANO

Ed è sufficiente scorrere i verbali dell’Ispettorato del lavoro (circa 500 illeciti nell’ultimo biennio) per rendersi conto che, contrariamente all’opinione diffusa, non è vero che la piaga del lavoro minorile colpisca sempre e solo il Sud d’Italia. Per esempio, il 17 luglio 2020 sono state ispezionate 36 aziende della movida milanese della zona di Porta Venezia: prevalentemente ristoranti e pub. Ebbene, 25 su 36 ispezionate, pari al 70%, non sono risultate a norma. Tra i lavoratori irregolarmente occupati, cinque lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno e due minori. E il report di Save the Children segnalava già da tempo la provincia di Imperia tra quelle del Nord ad alto rischio. Purtroppo è comunque nel Sud, in Sicilia, in Calabria, in Puglia e in Campania che il fenomeno raggiunge le vette più allarmanti. Tornando ai verbali dell’Ispettorato, in una ispezione del 20 giugno 2020 a un “noto ristorante” risultò che dei 19 lavoratori erano tutti “in nero” e sei persino minorenni.

NEL MONDO: ALMENO 152 MILIONI DI BABY SFRUTTATI

E se il nostro Paese ha compiuto lenti ma decisi passi avanti per arginare il fenomeno, non va certo meglio nel resto del mondo. Sempre secondo Save the Children, sono 152 milioni i minori tra i 5 e i 17 anni vittime dello sfruttamento lavorativo. Se fossero una nazione – fanno notare dalla associazione – sarebbero la nona al mondo, più popolosa persino della Russia. Di questi, quasi la metà, vale a dire 73 milioni, costretta a svolgere lavori duri e pericolosi, che ne mette a grave rischio la salute e la sicurezza, con gravi ripercussioni anche dal punto di vista psicologico. Più di 7 su 10 vengono impiegati in agricoltura, mentre il restante 29% lavora nel settore dei servizi (17%) o nell’industria, miniere comprese (12%). Insomma, non solo non sembrano mai passati i giorni di Sciuscià, ma nemmeno quelli di Ciaulà scopre la luna.

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Italia: quanto vale il lavoro minorile

L’Italia, vuoi per la crisi, vuoi per il fatto di avere avuto uno sviluppo economico molto particolare, resta l’osservato speciale nell’Europa contemporanea. Di recente un altro rapporto cerca di influenzare la considerazione del nostro paese, quello sul lavoro minorile. Entriamo nei dettagli del lavoro dell’Associazione Bruno Trentin e di Save the Children.

L’Associazione Bruno Trentin e Save The Children hanno spiegato che nel nostro paese ci sono circa 30 mila ragazzi che non hanno ancora compiuto 15 anni e vivono in condizioni definite “pericolose”. In realtà, non sono bambini che abitano zone fatiscenti o sono marginalizzati ma si tratta di bambini-lavoratori, impiegati nella ristorazione, nella vendita, nel lavoro di campagna.

I baby lavoratori sono inseriti nel 18,7 per cento dei casi nel settore della ristorazione, nel 14,7 per cento dei casi nel settore della vendita e nel 13,6 per cento dei casi nel lavoro di campagna. Una situazione, quella descritta nel rapporto, che risulta molto più estesa al Sud che nel resto del territorio italiano.

In totale, considerando la giovane popolazione compresa tra i 7 e i 15 anni, scopriamo che dell’insieme fanno parte 260 mila lavoratori. Nella maggior parte dei casi hanno ereditato l’occupazione dei genitori, ma in tutti i casi, la mansione ricoperta è destinata ad influire sul loro modo di essere e far parte della società.

Eliminare il lavoro minorile vale la pena

Studi evidenziano i benefici economici a lungo termine

GINEVRA, sabato 27 marzo 2004 (ZENIT.org).- Un recente studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) sostiene che i benefici conseguenti all’eliminazione del lavoro minorile sono maggiori dei costi che ciò implica. Il rapporto “Investing in Every Child, An Economic Study of the Costs and Benefits of Eliminating Child Labor,” calcola che circa 246 milioni di bambini nel mondo sono attualmente impiegati nel lavoro.

Di questi, 179 milioni sono esposi a ciò che l’OIL definisce come le peggiori forme di lavoro, tali da mettere a rischio il benessere fisico, mentale o morale.

Strappare questi bambini via dal lavoro ed educarli, nell’ambito di un’azione graduale fino al 2020, potrebbe comportare un costo di 760 miliardi di dollari. Ma questo sarebbe di gran lunga superato a lungo termine dai benefici che l’OIL individua in 5,1 mila miliardi di dollari.

Lo studio definisce il lavoro minorile come ogni attività economica svolta da bambini di età inferiore ai 12 anni, o svolta da bambini dai 12 ai 14 anni che lavorano per più di 14 ore alla settimana, o svolta nelle peggiori condizioni lavorative da bambini di età inferiore ai 18 anni.

“Le buone politiche sociali sono anche buone politiche economiche”, ha affermato il Direttore Generale dell’OIL, Juan Somavia nel comunicato stampa dello scorso 6 febbraio che accompagnava la pubblicazione del rapporto. “L’eliminazione del lavoro minorile porterà ad un enorme ritorno d’investimento, oltre ad un impagabile beneficio sulla vita dei bambini e delle famiglie.”

Il rapporto pone come obiettivo l’educazione primaria universale per il 2020 e l’educazione secondaria inferiore universale per il 2020. L’OIL ha affermato che azioni ulteriori sarebbero necessarie per rimuovere e riscattare i bambini dalle peggiori condizioni di lavoro quali il lavoro vincolato (al pagamento di un debito, n.d.t.) e la prostituzione, e per aiutare i rifugiati e gli appartenenti alle classi inferiori.

Trasferimenti di reddito

Lo studio prende in considerazione una serie di fattori, nel calcolare i costi necessari per strappare i bambini al lavoro. Le famiglie sarebbero sostenute da un programma di trasferimenti di reddito, volto a compensare i costi che gravano sui bilanci familiari relativi ai trasferimenti dei bambini dal lavoro alla scuola. Questi programmi porrebbero come destinatari tutte le famiglie con bambini in età scolastica che vivono in povertà, fornendo gli aiuti sulla base del valore medio lavorativo di un bambino, del numero dei bambini per nucleo familiare e del suo grado di povertà.

Il rapporto non ha tuttavia tenuto conto dei valori di questo trasferimento di reddito, assumendo solo i costi relativi all’amministrazione del programma. Ma anche sommando i trasferimenti di reddito, lo studio osserva che i costi aggiuntivi sostenuti dalle famiglie dovuti al mancato guadagno del lavoro minorile non più attivo sono individuati dagli studiosi in 246,8 miliardi di dollari.

Lo studio stima inoltre sia il capitale che i costi correnti, relativi all’allargamento dell’istruzione ad un numero maggiore di bambini, ed alla necessità di ridurre le classi e di migliorare gli standard. Questi costi sommano a ben 493 miliardi di dollari, su un costo totale di 760 miliardi di dollari.

Per quanto riguarda l’altra parte dell’equazione, quella relativa ai benefici, l’OIL afferma che la maggiore capacità produttiva della futura generazione di lavoratori, dovuta all’accresciuto grado di istruzione, sarebbe sostanziale ed ammonterebbe a quasi 5,1 mila miliardi di dollari. Vi sarebbero poi i vantaggi economici derivanti dal miglioramento della salute dovuto all’eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile.

Il rapporto avverte che le cifre sui costi e i benefici sono approssimative e che vi sono “incertezze molto ampie nelle quantificazioni relative a molti aspetti di questo studio. Un’altra qualificazione di cui tenere conto è che riadattare il valore economico relativo ad un’istruzione più estesa, dipende dalla capacità dei Paesi di creare nuovi posti di lavoro che sfruttino i più alti livelli del capitale umano e di sviluppare politiche economiche appropriate”.

Ciò nonostante, il rapporto sostiene le sue affermazioni osservando che altre istituzioni quali la Banca Mondiale concordano sul fatto che aumentando i livelli d’istruzione dei bambini si ottengono effetti economici positivi.

Non sarà facile tuttavia finanziare il programma a breve termine. Il rapporto ammette che fino al 2020 i costi saranno maggiori dei benefici, cosa che non cambierà finché la prima generazione di bambini avrà completato gli anni aggiuntivi di istruzione.

Ma lo studio pone questi costi nell’ambito del più ampio contesto della spesa pubblica. Per quanto riguarda il costo che deve sostenere lo Stato, “l’ammontare medio relativo al primo decennio non è nulla in confronto agli oneri attualmente sostenuti per finanziare il debito o la difesa”, sostiene l’OIL.

L’OIL calcola che il programma di eliminazione del lavoro minorile rappresenta “un notevole ma non esorbitante aumento nelle spese sociali correnti”. Lo studio calcola che l’onere fiscale medio per i governi nel primo decennio rappresenta l’11% nell’anno 2000 della spesa militare, con un aumento dei costi nella seconda decade fino al 27%.

Ma “questa è primariamente una questione politica piuttosto che economica, che può essere gestita nell’ambito del contesto più ampio di discussione relativo alla cooperazione allo sviluppo e alla remissione del debito, afferma il rapporto.

Rapporto USA sul lavoro

Il mese di febbraio ha anche visto la pubblicazione del 13° rapporto sul lavoro minorile preparato dal Ministero del lavoro USA. Il rapporto voluto dal Congresso ha messo a confronto le spese militari e di istruzione sostenute dai governi di 73 Paesi in via di sviluppo.

Il rapporto dal titolo “Advancing the Campaign Against Child Labor: The Resource Allocations of National Governments and International Financial Institutions”, rileva le tendenze relative alle somme finanziate dai governi, dalla Banca Mondiale e da altre istituzioni finanziarie internazionali impegnate nella prevenzione degli abusi del lavoro minorile e nel miglioramento dell’accesso all’istruzione di base.

Lo studio riporta che molti Paesi hanno dedicato maggiori risorse all’istruzione rispetto alla difesa militare. Tuttavia, molte banche di sviluppo multilaterali hanno investito una somma relativamente piccola di risorse in questi Paesi per l’istruzione di base e il lavoro minorile.

In Africa, ad esempio, la maggior parte dei Paesi spende dal 10% al 20% del bilancio governativo in istruzione, con una maggioranza che spende meno del 10% in campo militare. Le eccezioni riguardano l’Angola, il Burundi, l’Etiopia e il Sudan, i quali spendono più del 20% in progetti di carattere militare, e hanno dotazioni molto maggiori in campo militare che nell’istruzione. L’Angola spende non meno del 40% del bilancio statale sulla difesa militare, contro il 10,7% dell’istruzione.

In Asia, la spesa per l’istruzione in percentuale del bilancio statale si aggira dal 7,4% del Vietnam al 25% della Malaysia. In tale regione un maggior numero di Paesi spende più del 20% del bilancio preventivo in spese militari. Burma detiene il primato, dedicando il 93,6% del bilancio a tale settore.

La maggior parte dei Paesi dell’America latina e dei Caraibi, stanziano dal 10 al 20% del loro bilancio all’istruzione. Gran parte di loro spende meno del 10% in campo militare.

In questa regione il rapporto USA osserva che dei 282,3 miliardi di dollari che la Banca Mondiale ha dato in prestito ai Paesi membri nel 1990-2002, circa il 4% è stato dedicato al finanziamento di programmi di istruzione e circa l’1,6% al finanziamento degli aspetti relativi al lavoro minorile dei programmi di protezione sociale.

Tenendo conto anche di altri fondi di progetti relativi, lo studio stima che circa 6 dollari su 100 prestati dalla Banca Mondiale nel periodo considerato sono stati destinati all’istruzione di base o a progetti di protezione sociale con componenti relative al lavoro minorile.

Lo studio ha evidenziato la necessità di maggiori sforzi per ridurre il lavoro minorile e per migliorare l’istruzione: “A prescindere dal corrente stadio di sviluppo di un Paese, l’istruzione ricopre un ruolo cruciale nell’aumento delle opportunità generali a disposizione della gente, e nel deviare dalle strade dirette a futuri di povertà”.

Il messaggio quaresimale di quest’anno di Giovanni Paolo II ha evidenziato l’esigenza di porre maggiore attenzione alle necessità e alle sofferenze dei bambini. Trasferire milioni di bambini dal lavoro minorile alle aule scolastiche non sarà compito facile né economico, ma porterebbe a un grande miglioramento della loro situazione.

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