Giappone tra PIL, Abe e BoJ

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Giappone: tra PIL, Abe e BoJ

Il Giappone, in questo particolare momento storico, è sotto i riflettori degli analisti finanziari e degli investitori visto che dopo l’elezione di Shnizo Abe è iniziata una fase molto aggressiva per la politica monetaria, finalizzata al deprezzamento dello yen.

Per rilanciare gli investimenti in un’area specifica del continente è sempre necessario avere o un’economia solida di base, oppure una moneta “debole” al punto da essere conveniente per gli investitori esteri. Se gli interventi strutturali non ci sono o sono insufficienti per un’inversione di tendenza dell’economia, non resta che puntare tutto sulla moneta.

E’ quello che vuole fare Abe con l’aiuto della Banca centrale del Giappone, che sta avviando delle politiche molto aggressive di deprezzamento dello yen. Le decisioni prese a Tokyo, però, non piacciono ad alcuni esponenti del Vecchio Continente ed in particolare sono malviste dalla Germania.

In più, sempre nella giornata di oggi, sono stati diffusi i dati sul PIL giapponese che è dato in calo dello 0,40 per cento con riferimento all’ultimo trimestre dell’anno scorso. Un calo che si aggiunge al -3,8 per cento del terzo trimestre del 2020.

La banca centrale giapponese ha quindi deciso di mantenere i tassi invariati tra lo 0 e lo 0,1 per cento, spiegando che comunque l’economia è in leggera ripresa. Il cambio euro/yen si è assestato sul 125,50.

Il Pil del Giappone è in grave affanno, e non ha ancora fatto i conti con il coronavirus

Non è solo la Germania, la locomotiva europea, a segnare il passo. Scricchiola anche il mito del Giappone, la cui economia è terza al mondo dopo Usa e Cina. I dati ufficiali danno un calo vertiginoso del Pil, sceso nell’ultimo trimestre del 2020 del 6,3% annuo (1,6% congiunturale), una contrazione molto maggiore del 3,8% prospettato dagli analisti, nonché il risultato peggiore dal primo trimestre del 2020. Per il Giappone – la terza economia del mondo – è stato il primo trimestre di contrazione dopo tre trimestri consecutivi positivi.

Insomma, secondo gli esperti, il Giappone è sull’orlo di una recessione tecnica – definita come due trimestri consecutivi di calo della produzione – e la scommessa ora è capire se possa trasformarsi in una crisi più profonda. Insomma, si interroga anche il Financial Times, bisogna individuare qualcosa che il governo e la Banca del Giappone possano fare e se il premier Shinzo Abe riuscirà nella sua ambizione di far rivivere l’economia giapponese mentre il suo mandato volge al termine.

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Sul banco degli imputati responsabili del calo del Pil, i consumi dei cittadini nipponici che sono andati giù del 2,9%. Colpa dell’aumento dell’imposta sui consumi, la nostra Iva, passata dall’8 al 10% e decisa dal governo di Abe, (già passata dal 5 all’8% nel 2020) per risanare le casse dello Stato e per venire incontro alle spese di welfare più ingenti a causa di una popolazione sempre più anziana. (AGI)​Last but not least, anche i danni provocati dai due tifoni che si sono abbattuti tra settembre e ottobre nel paese e che hanno causato complessivamente 69 morti. A pesare inoltre sul’andamento del Pil, anche la guerra commerciale tra Usa e Cina che non favorisce di certo la libera circolazione di beni e merci. Teoricamente, l’aumento dell’Iva sarebbe stato compensato da altre misure, visto che Abe aveva fatto una manovra con oltre 100 miliardi di euro da destinare al taglio delle tasse.

E ora con l’arrivo del coronavirus, c’è solo da essere pessimisti. A causa dell’epidemia, i turisti cinesi (che sono i primi in Giappone) sono drasticamente diminuiti per non parlare del fatto che numerose aziende nipponiche, tra cui Toyota, Honda e Nissan, hanno sospeso la loro produzione negli stabilimenti cinesi. Una chiusura dovuta non soltanto per i timori del contagio ma anche, come il caso di un impianto Nissan nella prefettura di Fukuoka, al ritardo nell’arrivo di alcuni componenti dalla Cina.

Eppure, l’economia del Giappone è la terza al mondo, dopo Usa e Cina: vi sono numerose aziende private – chiamate keiretsu – e sono l’eccellenza in numerosi settori, dalle banche alle auto, alla microelettronica. Il problema è che anche le esportazioni sono calate in modo esponenziale. E nonostante l’accordo tra Usa e Cina e la Brexit, non si intravedono schiarite all’orizzonte. “È probabile che le esportazioni crollino ancora nell’arco di questa primavera”, ha detto Takeshi Minami, capo economista del Norinchukin Research Institute, citando una ripresa della domanda globale di semiconduttori.

​”È improbabile che gli scambi commerciali servano come motore principale della crescita quest’anno a causa del rallentamento economico negli Stati Uniti e in Cina”, ha aggiunto Minami. In particolare le esportazioni verso la Cina, il più grande partner commerciale del Giappone, sono cresciute dello 0,8% nell’anno fino a dicembre, trainate dalla domanda di attrezzature per la produzione di chip, automobili e plastica. È stato il primo aumento annuale in 10 mesi. Le spedizioni verso gli Stati Uniti, il partner commerciale numero due del Paese, sono invece diminuite del 14,9% su base annua a dicembre – il quinto mese consecutivo di calo – trascinate giù da automobili, parti di automobili e motori di aerei. Infine, le esportazioni verso l’Asia, che rappresenta oltre la metà delle spedizioni complessive del Giappone, sono diminuite del 3,6% nell’anno fino a dicembre.

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Da parte sua, la banca centrale (BoJ), la scorsa settimana nella sua prima riunione di politica monetaria del 2020, ha deciso di lasciare invariata la propria politica monetaria. L’istituto centrale guidato da Haruhiko Kuroda attende infatti gli effetti della politica di stimoli del Governo, mentre ha invece rivisto al rialzo le stime sul PIL: per l’anno fiscale 2020 l’economia è attesa in espansione al +0,8% dal +0,6% di ottobre; per il periodo 2020-2021 è prevista al +0,8% dal +0,7% precedente. Secondo i responsabili della Bank of Japan una solida domanda interna dovrebbe contribuire a compensare la debolezza delle esportazioni e l’attività produttiva, anche se permangono incertezze sulle relazioni commerciali tra Washington e Pechino.

Quanto al risultato del Pil, l’amministrazione Abe e la Bank of Japan si aspettavano un impatto minore dell’aumento delle imposte rispetto all’esperienza del 2020, quando l’economia registrò una flessione di oltre il 7%.

Insomma, un contraccolpo sui consumi era atteso ma non di questa portata anche perché questa volta l’aumento delle imposte è stato più contenuto, i prodotti alimentari sono stati esentati e il governo ha adottato una serie di contromisure volte ad attenuare le fluttuazioni della domanda.

​Ma gli economisti hanno affermato che alcune delle misure del governo, come gli sconti sulla spesa tramite transazioni senza contanti, hanno avuto un impatto limitato in quanto non hanno attratto una fascia più anziana della popolazione non abituata alle piattaforme di pagamento della telefonia mobile. Gli ultimi dati mostrano che nel trimestre i consumi privati sono diminuiti dell’11% su base annua, poiché le economie domestiche hanno ridotto gli acquisti di automobili, cosmetici ed elettrodomestici. Nel 2020 il calo era stato del 18%.

Cosa succederà ora con il coronavirus? “Continueremo a prestare attenzione all’effetto del virus sul turismo e sull’economia in generale”, ha detto il ministro dell’economia Yasutoshi Nishimura in una dichiarazione. “A seconda del livello di emergenza, prenderemo le misure necessarie in modo flessibile e risponderemo pienamente”. Intanto, sono già moltissime le cancellazioni delle visite di centinaia di migliaia di turisti cinesi in Giappone all’inizio dell’anno olimpico giapponese, colpendo così un’importante fonte di entrate. Più a lungo l’epidemia perturberà la produzione e la domanda interna del principale partner commerciale del Giappone, più è probabile che gli esportatori giapponesi ne risentiranno.

Anche la BOJ ha segnalato la sua preoccupazione per il virus, è anche probabile che sottolinei la necessità di ulteriori dati per valutare la tendenza di fondo. Dati i crescenti effetti collaterali del suo massiccio programma di allentamento e la relativa stabilità della valuta giapponese, gli economisti ritengono improbabile un’ulteriore azione della banca nel prossimo futuro. La banca centrale peraltro ha già tagliato i tassi di interesse overnight a meno 0,1 per cento, ed è comunque riluttante a fare di più per timore di effetti collaterali negativi sul sistema bancario. Dovrebbe invece scendere in campo il governo di Abe: dopo il varo a dicembre di un piano di stimoli all’economia per 120 miliardi di dollari, i tecnici stanno valutando ora una manovra bis per contrastare gli effetti del coronavirus. Effetti non ancora quantificati ma comunque certi, e che si faranno ancora più sentire su un’economia già in difficoltà anche prima che il virus colpisse.

Il debito del Giappone tra Abe e Kuroda

Non è tutto sole (levante) per il premier nipponico Abe. Le prime ombre sulla politica economica aggressiva voluta dal governo arrivano a pochi giorni dopo aver nominato Haruhito Kuroda governatore della Banca del Giappone. L’asse con il premier sembrava poggiare solidamente su un principio: tentare il possibile per far uscire il Paese dalla deflazione che attanaglia l’economia da 15 anni. Come? Con maxi immissioni di liquidità nel sistema. Tutto perfetto, se non fosse per il debito pubblico da record che ora impensierisce Kuroda.

L’allarme di Kuroda

Il neo governatore della Boj, spiega il Financial Times, ha infatti lanciato l’allarme sul debito statale, “non sostenibile”. Secondo Kuroda, un calo di fiducia nelle finanze pubbliche giapponesi, potrebbe aver un “impatto molto negativo” sull’intera economia.

I numeri del piano di Abe

A gennaio il governo ha varato un massiccio programma di stimoli da 109 miliardi di dollari, contando sugli acquisti di bond della Boj. Il debito del Giappone è salito all’astronomica cifra del 245% del Pil quest’anno, un livello che il Fmi ha definito “anomalo” ed “estremamente alto”.

Le prospettive per i prossimi anni

Il neogovernatore della BoJ ha ribadito la volontà di estendere la maturità degli acquisti di bond, e, per effetto, i tassi sui titoli ventennali sono subito crollati dell’1,41%, toccando il minimo degli ultimi dieci anni. Ma gli analisti si chiedono quanto a lungo potrà reggere questa situazione. In molti sostengono che i risparmiatori disponibili ad acquistare titoli statali nei prossimi cinque o dieci anni caleranno, lasciando mano libera agli investitori oltreoceano, più sensibili alla solvibilità del Paese.

I timori degli analisti

“L’economia giapponese potrebbe essere strangolata da un innalzamento dei tassi, causato dai timori di perdita di disciplina finanziaria che sostituisca l’aspettativa di crescita”, ha spiegato Yasunari Ueno, chief market economist presso Mizuho Securities a Tokyo.

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