GB la corona si serve di lavoratori precari

Miglior broker di opzioni binarie 2020:
  • BINARIUM
    BINARIUM

    Il miglior broker di opzioni binarie!
    Allenamento gratuito!
    Ideale per i principianti!
    Ottieni il tuo bonus di iscrizione!

GB: la corona si serve di lavoratori precari

La notizia dell’ottimismo della BoE riguardo la ripresa dell’economia inglese ha senz’altro avuto un impatto positivo su chi investe in Inghilterra. In più il Royal baby è stato molto importante ma non si può dire che sia tutto oro quel che luccica nella corona inglese. La corona inglese, infatti, non direttamente, ma attraverso la società che si occupa della gestione del palazzo, ha di recente assunto 350 dipendenti. Il contratto che hanno queste persone è assolutamente precario ed è in una forma che in Italia, ad esempio, non esiste ancora.

E’ una specie di contratto a chiamata, che impone a chi lo sottoscrive i “zero-hours contracts”. In pratica il lavoratore deve firmare il contratto e poi essere sempre a disposizione della chiamata del datore di lavoro ma il datore di lavoro si riserva di chiamare il dipendente soltanto quando ne ha bisogno.

In questo modo non è assicurato uno stipendio fisso ma il salario è stabilito sulla base delle convocazioni. La corona inglese, tra l’altro, così facendo, ottiene un enorme risparmio e può davvero incrementare il suo business che già con il Royal Baby ha fatto un bell’affare.

Il governo, da parte sua, da tempo attento alle dinamiche lavorative e fiscali, ha deciso di avviare un’indagine.

Categoria: Analisi Tecnica

Forex: la BoE si allinea alla FED

La Bank of England e il suo piano d’acquisti, è stato seguito con moltissimo interesse dagli investitori che prima dell’agosto caratterizzato dalla volatilità del mercato, cercano dei trend attendibili per…

di Luigi Boggi – 7 Agosto 2020

Europa: la Spagna sta recuperando?

La Spagna, un po’ come l’Italia, è considerata tra gli anelli deboli del Vecchio Continente. Il Wall Street Journal, in questi giorni, ha deciso di dedicare un po’ di spazio…

di Luigi Boggi – 6 Agosto 2020

Miglior broker di opzioni binarie 2020:
  • BINARIUM
    BINARIUM

    Il miglior broker di opzioni binarie!
    Allenamento gratuito!
    Ideale per i principianti!
    Ottieni il tuo bonus di iscrizione!

Borsa: la questione del rating

Le agenzie di rating, oggi, fanno il bello e il cattivo tempo, visto che con i loro giudizi, prima affossano un paese e poi gli sbarrano la strada di accesso…

di Luigi Boggi – 5 Agosto 2020

Borsa: la questione delle banche centrali

Le banche centrali, un po’ come le agenzie di rating, sono finite nell’occhio del ciclone della finanza perché con il loro atteggiamento prolungato nel tempo, hanno finito per danneggiare, anziché…

di Luigi Boggi – 5 Agosto 2020

Italia: la spending review delle famiglie

La crisi è talmente profonda da aver modificato gli stili di vita delle persone. Nel nostro paese, per esempio, non si spende più per le stesse cose, sono cambiate le…

di Luigi Boggi – 5 Agosto 2020

FED: chi sarà il successore di Bernanke

La FED, come anche la BCE e la BoE, stanno capitalizzando l’attenzione dei media perché ancora una volta le loro scelte di politica monetaria possono essere provvidenziali per l’economia che…

di Luigi Boggi – 31 Luglio 2020

GB: la corona si serve di lavoratori precari

La notizia dell’ottimismo della BoE riguardo la ripresa dell’economia inglese ha senz’altro avuto un impatto positivo su chi investe in Inghilterra. In più il Royal baby è stato molto importante…

di Luigi Boggi – 31 Luglio 2020

Grecia: scende in campo la chiesa ortodossa

La situazione economica e finanziaria della Grecia è sempre più preoccupante, per questo, oltre ai cittadini, adesso sembra più che mai importante che collaborino tutti gli attori della società al…

di Luigi Boggi – 31 Luglio 2020

Germania: aumenta le spese per la crisi

Reagire alla crisi è diventato un imperativo ma le strategie adottate dai singoli paesi cambiano in base alla natura economica della classe politica al governo. In queste ultime settimane ad…

di Luigi Boggi – 31 Luglio 2020

Aziende: in calo l’utile di ENI

Le imprese energetiche sono un pilastro importante dell’economia del nostro paese per questo gli azionisti, gli investitori, i cittadini e la politica, tengono in particolare considerazione quel che accade ad…

di Luigi Boggi – 31 Luglio 2020

Opzioni binarie, quanto investire

di Daniele Pace

Opzioni binarie, la piattaforma trading Fineco

di Valentina Cervelli

Come va il forex

di Daniele Pace

Deposito con 24 Option: come è cambiato

di Valentina Cervelli

Criptovalute, torna il verde

di Daniele Pace

OpzioniBinarieLive is part of the network IsayBlog! whose license is owned by Nectivity Ltd.

Managing Editor: Alex Zarfati

OpzioniBinarieLive è un sito esclusivamente divulgativo e non può essere ritenuto responsabile degli investimenti effettuati dagli utenti.

SGB – Sindacato Generale di Base

Documento per una campagna nazionale per il diritto alla pensione

PREMESSA

APRILE 2020: L’UE in questi giorni presenterà all’Italia la cornice che definirà/imporrà il budget sulle politiche pensionistiche che il futuro Governo dovrà rispettare.

La Commissione europea ha pubblicato i rilievi sollevati sulla possibilità che la sostenibilità della spesa pensionistica dell’Italia, determinata dalle riforme degli ultimi anni, si stia lentamente deteriorando, con un conseguente maggiore rischio d’impatto sul debito pubblico.

Entro il mese di aprile pubblicherà un ulteriore documento per la programmazione di bilancio e di previsioni sulla spesa sociale: l’Ageing report 2020.

Presenterà le previsioni di budget, ovvero gli indicatori che l’Italia dovrà rispettare per “evitare” che la crescita della spesa pensionistica superi un certo livello di impatto sul debito pubblico fissato dagli indicatori di rischiosità S1 e S2.

Definirà la cornice entro cui dovranno essere disegnate nei prossimi tre anni le previsioni e i budget legati alle politiche pensionistiche e, più in generale, alla spesa per l’invecchiamento (sanità e misure dedicate agli anziani, i disabili e i non autosufficienti; note come long term care).

Il quadro macroeconomico tracciato a Bruxelles impone, per una stabilizzazione del debito/Pil nel lungo periodo nonostante la prevista crescita della spesa previdenziale fino al 18% del prodotto tra il 2030 e il 2040, che l’avanzo primario non scenda mai sotto l’asticella del 2,2%.

E’ certamente un segnale forte che viene inviato al futuro Governo, che dovrebbe nascere a seguito delle elezioni del 4 marzo, con il quale comunica che non sarà possibile scostarsi da quei indicatori nelle scelte di policy che si vorranno adottare da qui al 2020.

Il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, ha sottolineato che per paesi altamente indebitati come l’Italia «è importante che si resti sui binari di una politica di bilancio responsabile», aggiungendo che sugli obiettivi di deficit l’aspettativa dell’esecutivo comunitario resta «uno sforzo strutturale dello 0,3% quest’anno, che sarà valutato nel ciclo del Semestre europeo di maggio».

Ha risposto Padoan con nota per confermare che il lavoro per la preparazione del Def 2020 sta proseguendo limitatamente al solo aggiornamento delle previsioni e del quadro tendenziale di finanza pubblica, senza alcuna indicazione programmatica.

Intanto, sulle pensioni, anche se la macchina amministrativa sta registrando le domande di accesso alle nuove forme di flessibilità introdotte, rimangono sospese le ultimissime misure.

Gli ultimi dati Inps disponibili (5 febbraio) parlano di 48.331 domande pervenute per l’Ape sociale, di cui risultavano respinte 26.576 (il 55%).

Per l’anticipo dei precoci, sempre al 5 febbraio, risultavano pervenute 34.642 domande, di cui 18.405 sono state respinte (53,13% del totale).

Per l’Ape volontario risultano effettuate 166.386 simulazioni e 12.027 domande di certificazione.

Nel frattempo il decreto ministeriale sui gravosi esclusi dagli aumenti dei requisiti per il 2020 non è stato ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

Ancora non ci sono novità per i decreti che dovrebbero dare il via all’istituzione delle due commissioni tecniche previste dalla legge di Bilancio per l’individuazione delle categorie da escludere dagli aumenti automatici dei limiti di pensionamento col crescere della speranza di vita e per elaborare una nuova revisione della spesa pensionistica al netto dell’assistenza.

Analoga situazione di stallo per il decreto di chiusura di FondInps. l’Inps, nell’articolata architettura della riforma della previdenza complementare, è chiamato a gestire sia il Fondo statale in cui confluisce il Tfr maturando delle imprese con almeno 50 dipendenti, sia quello indicato come “Fondinps“, il fondo di previdenza complementare vero e proprio “residuale”.

Mentre il mercato unico europeo quest’anno procede con nuovo progetto sulla previdenza integrativa targata appunto UE. Il nuovo progetto dell’UE sulla previdenza integrativa si chiama Pepp, acronimo inglese che sta per «prodotti pensionistici individuali paneuropei».

Li aveva proposti la Commissione europea nel giugno 2020 ma sono approdati ora sul tavolo dell’Europarlamento e del Consiglio che dovranno dare il loro via libera.

Il progetto non prevede nessuna armonizzazione dei regimi, ma standard comuni e un passaporto europeo che ne garantirà la trasferibilità all’interno dell’Unione. I nuovi strumenti, rivolti a studenti e lavoratori dipendenti o autonomi, si affiancheranno a quelli nazionali già esistenti e potranno essere scelti in modo volontario per costruirsi una “pensione di scorta” valida sul territorio europeo.

VELOCEMENTE

Attualmente solo all’incirca il 27% dei cittadini europei ha una pensione integrativa volontaria.

Secondo una recente ricognizione effettuata dall’Eiopa (l’Authority Ue del settore) il mercato europeo della previdenza privata è segnalato come frammentato e discontinuo.

Conta 72 strumenti dove le compagnie di assicurazione vantano la quota maggiore.

Il valore degli asset investiti in fondi pensione varia a seconda dei Paesi: la forbice va da oltre il doppio del Pil in Danimarca (dove è in vigore un sistema misto, pubblico e privato), al 6,8% della Germania, passando per il 9,4% dell’Italia.

Il fenomeno negli ultimi 20 anni sembra essere in crescita quasi ovunque e sembra destinato a svilupparsi sempre di più. Oggi il mercato della previdenza integrativa nella Ue vale circa 700 miliardi ma entro il 2030 con l’introduzione dei Pepp potrebbero liberarsi risorse per circa 2.100 miliardi (studio fatto da Ernst and Young per conto di Bruxelles).

Tutte le analisi e dati vengono esposti per sottolineare che i conti pubblici sempre più in affanno, a causa dell’invecchiamento della popolazione, ma non pongono alcuna analisi sulla precarietà lavorativa, sullo storno di risorse a favore delle imprese anziché del mondo del lavoro e dei giovani.

Ora, soprattutto da parte dei lavoratori precari (mobile workers), in assenza di una vera campagna e mobilitazione per rilanciare le pensioni pubbliche, sembra manifestarsi l’esigenza di un prodotto pensionistico per costruirsi una pensione di scorta in modo semplice.

In Italia permane ancora una certa diffidenza nei confronti di questi prodotti.

Quindi per incentivare e promuovere la diffusione di questi prodotti stanno pensando di giocare la carta degli incentivi fiscali per garantire una loro maggiore appetibilità.

Bruxelles accompagna la proposta di regolamento con una raccomandazione in cui incoraggia gli Stati membri a riservare ai Pepp lo stesso trattamento fiscale concesso ai prodotti nazionali analoghi esistenti.

Secondo un recente studio circa la metà dei paesi Ocse prevede un’esenzione fiscale sui contributi e sui rendimenti. Tra questi Germania, Finlandia, Spagna, Olanda e Gran Bretagna.

In altri, come Italia, Danimarca e Svezia, la tassazione riguarda invece i rendimenti e le prestazioni. Quindi gli Stati membri saranno invitati a scambiarsi le pratiche sulla tassazione dei prodotti pensionistici individuali per favorire la convergenza tra i regimi, pensando così di rimuovere gradualmente quello che ritengono uno dei principali ostacoli alla costruzione di un mercato unico della previdenza complementare in Europa.

Per nostra fortuna , vista la complessità dell’operazione, gli addetti ai lavori escludono che il dossier possa approdare sul tavolo dei ministri da qui a giugno.

PER CONTRASTARE TUTTO QUESTO OCCORRE UNA NOSTRA FORTE INIZIATIVA PARTENDO CON UNA CAMPAGNA DI INFORMAZIONE IN OGNI LUOGO DOVE SIAMO PRESENTI. Questa è la funzione di queste pagine.

La società capitalistica è costruita sul mito del progresso, della velocità e del cambiamento. Il passato , sia quello storico collettivo che individuale, è divenuto un ingombro che insistono a volerci far gettar via, che vogliono farci dimenticare: usano il termine “conservatore” come un insulto che viene rivolto a coloro che insistono a voler restare attaccati al passato, e quindi vengono indicati come nemici del “progresso”.

L’ angoscia e il senso di incertezza diffusi oggi sia tra gli strati popolari anziani che tra i giovani non è il risultato del solo avanzare troppo rapido verso un futuro che non si conosce ancora, ma il prodotto della perdita lacerante dei diritti, delle condizioni di vita e di lavoro del nostro recente passato.

Le tappe principali di questa modernità sono contraddistinte da degli strappi violenti, spietati, nei confronti della modello di società che abbiamo vissuto e conosciuto sino ad oggi.

Ora la “nuova” rivoluzione industriale (la globalizzazione) sta determinando uno stra ppo, uno sradicamento dalla nostra recente storia dal nostro concetto di vivere comune tanto che stiamo rischiando di farci convincere che il passato è perduto per sempre, non può ritornare.

Ma se è probabilmente vero che non si può tornare al passato serve comunque capire da dove veniamo e cosa ci serve per andare avanti.

Il mondo che viviamo è in trasformazione permanente. La rivoluzione tecnologica ha modificato e sta modificando profondamente il lavoro e le relazioni sindacali.

Sono scomparsi vecchi modi di lavorare e altri stanno cambiando con la filosofia del lavoro, oggi si parla di “Industria 4.0 – Quarta rivoluzione industriale” che sta facendo emergere nuovi profili professionali, nuove forme lavorative e professionali nuove modalità di remunerazione e contrattazione ma con quale impatto sul contesto sociale ed economico?

Nei prossimi anni questi nuovi fattori tecnologici e demografici influenzeranno profondamente il mondo del lavoro. Presumibilmente nei prossimi 2-3 anni l’effetto di questa nuova rivoluzione industriale sarà la creazione di 2 nuovi milioni di posti di lavoro ma contemporaneamente ne spariranno 7 milioni, con un saldo negativo di oltre 5 milioni di posti di lavoro.

L’Italia ad oggi ne esce con un pareggio, si fa per dire, (200.000 posti creati ed altrettanti persi).

A livello di gruppi professionali, intanto, le perdite si concentreranno nelle aree amministrative e della produzione.

A livello europeo si stimano perdite: rispettivamente 4,8 e 1,6 milioni di posti di lavoro che verranno cancellati.

Il Governo Italiano, seguendo l’esempio di Stati Uniti, Inghilterra, Germania e Giappone ha posto in essere una serie di misure per incentivare gli investimenti funzionali a questa trasformazione tecnologica. Si stima che queste misure genereranno una spesa tra gli 80/90 miliardi di euro per il biennio 2020/2020, e appunto l’operazione ha preso il nome di “Impresa 4.0” …. ma per il futuro occupazionale per le pensioni quali sono le misure che il Governo italiano pensa o sta prendendo.

Questi cambiamenti sono accompagnati anche dalla tendenza verso un invecchiamento della popolazione che nel racconto quotidiano della nostra società sta producendo criticità tanto economiche quanto politiche, sociali e medico-sanitarie.

Le stime fatte dal Comitato di Politica Economica dell’Unione Europea riguardo all’aspettativa di vita prevedono un aumento per gli uomini di 7,1 anni, raggiungendo la media di 84,8 nel 2060. Per quanto riguarda le donne l’aumento ipotizzato è di 6 anni, arrivando così agli 89,1 anni di media nello stesso decennio.

Questa previsione di più persone anziane (che vivono per più anni e richiedono un livello maggiore di servizi sanitari, di cure e di assistenza nella loro vita quotidiana) si scontra con una popolazione attiva più ristretta, non solo per motivi demografici ma soprattutto per i forti cambiamenti del mondo del lavoro sopra citati e a causa dell’impatto della crisi economica globale esplosa nel 2007 e ai cambiamenti dei modi di produrre le merci.

In questa situazione la maggioranza dei lavoratori hanno redditi inferiori ed una maggiore insicurezza lavorativa. La precarietà del lavoro accompagnato da salari ridotti sta producendo anche una riduzione della capacità di risparmio determinando una maggiore insicurezza nel portare avanti i progetti di vita.

In uno scenario come questo è evidente che può andare in crisi anche il sistema pensionistico finanziato dalla sola contribuzione poiché ,con la riduzione degli occupati si riduce anche il numero di chi contribuisce con i contributi a finanziare la pensione.

UN PO’ DI STORIA DEL NOSTRO RECENTE PASSATO

Nella seconda metà del secolo scorso l’economia mondiale ebbe una forte crescita che significò anche un significativo aumento dei salari, dell’occupazione ed un conseguente sviluppo dello stato sociale, sviluppo che non fu spontaneo ma frutto delle lotte e delle forme mutualistiche messe in campo dal movimento operario

Conseguentemente nei principali stati a sviluppo capitalistico sono state conquistate risorse per la protezione delle persone che versano in uno stato di necessità, in condizione di vulnerabilità, come i disoccupati, i malati, i disabili, le madri gli anziani e il sistema delle pensioni ha fatto parte di questa politica di più ampia protezione sociale.

In questa prospettiva la nascita delle pensioni pubbliche si è affermata basandosi sul modello dove è lo Stato a dover pagare una pensione.

Oggi l’espansione delle politiche neoliberali, che determinarono lo scoppio della Grande Recessione globale del 2007, ha posto la discussione sull’alternativa tra pensioni pubbliche e private: istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Unione Europea si sono fatte promotrici di un modello di pensioni pubbliche sempre più ridotte integrato da quelle private, quale “garanzia” di una loro sostenibilità per il futuro.

Questa filosofia sottende, quale risposta ritenuta ineludibile all’invecchiamento della popolazione, alla rivoluzione tecnologica ed al suo impatto sul lavoro, sulle imprese e sulle attività economiche, la modifica dello Stato Sociale (Questo punto è preminente nell’agenda politica dell’Unione Europea) e la ridefinizione di un modello di pensioni e di protezione sociale.

La questione di fondo è il ruolo dello Stato nei confronti delle persone anziane o/e di altri gruppi di persone che si trovano e si troveranno in una condizione di vulnerabilità o rischio.

E’ in discussione il ruolo delle pensioni pubbliche nel garantire una vita dignitosa per gli anziani e si vuole imporre l’idea che tutti devono, a partire dalla loro gioventù, incominciare a risparmiare e a programmare finanziariamente la propria pensione, la propria sanità.

DALLA CARITA’ ALLA PROTEZIONE SOCIALE

Anche durante un primo periodo della prima Rivoluzione Industriale le misure di protezione sociale erano lasciate alla carità e non prevedevano nessun ruolo dei poteri pubblici nel fornire un appoggio economico.

In questo contesto la forma principale di preparazione alla vecchiaia o agli infortuni era il risparmio individuale e l’accumulazione di beni, cosa che alla portata delle classi benestanti, alla borghesia ai commercianti. ma non dei lavoratori o del popolo

La nascita delle prime politiche di protezione sociale in Europa fu in Germania per intervento del politico prussiano Otto von Bismark (1815 – 1898) che avviò un sistema di assicurazione obbligatoria per la vecchiaia, dovuto alla fase politica e sociale dell’epoca in cui il movimento operaio organizzato si stava estendendo in tutta Europa. Questo primo sistema di sicurezza sociale si sosteneva attraverso la contribuzione a carico dei lavoratori attraverso un sistema di pensioni contributive. Quindi se un lavoratore non aveva contribuito, non aveva diritto a ricevere alcuna pensione o contributo dalla sicurezza sociale.

Dal 1905 e fino al 1914 nel Regno Unito furono portate avanti una serie di riforme sociali che, anche se limitate, e la pensione era pagata con fondi pubblici e a differenza del sistema sociale tedesco non era contributiva.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale (1918) il diritto del lavoro e la protezione dei più svantaggiati diventarono questioni non più solo nazionali ma internazionali. A ciò contribuì l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) costituita nel 1919:

Il sistema previdenziale italiano

La previdenza italiana iniziò nel lontano 1898 con la fondazione della Cassa Nazionale di Previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai: era un’assicurazione volontaria integrata da un contributo di incoraggiamento dello Stato e dal contributo, allora libero, anche degli imprenditori.

Nel 1919 si compì il primo atto verso un sistema che puntava a proteggere il lavoratore da tutti gli eventi che potessero intaccare il reddito individuale e familiare. .L’assicurazione per l’invalidità e vecchiaia diventava così obbligatoria.

Nel 1939 vennero istituite le assicurazioni contro la disoccupazione, la tubercolosi e per gli assegni famigliari; e introdotte le integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o ad orario ridotto, il limite per il conseguimento della pensione di vecchiaia venne stabilito in 60 anni per gli uomini e 55 per le donne; venne istituita la pensione di reversibilità a favore dei superstiti dell’assicurato e del pensionato.

Nel 1952 venne emanata la legge n. 218 del 4 aprile che fissava e razionalizzava gli adeguamenti monetari dei trattamenti pensionistici.

La formula di calcolo della pensione rimase contributiva e venne introdotto l’istituto della c.d. “integrazione al minimo”, con la quale si erogava ai pensionati con ridotta anzianità contributiva una pensione minima per garantire una sopravvivenza dignitosa.

Dalla fine degli anni ’50, sulla base delle previsioni contenute nell’articolo 38 della Costituzione, che prevede tutele per tutti i lavoratori, siano essi dipendenti o autonomi, l’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, venne estesa progressivamente ai lavoratori autonomi, coltivatori diretti, artigiani e commercianti.

Successivamente a seguito dei movimenti di lotta operaia e sociale generale del ’68/’69 venne varata la legge n. 153 del 30 aprile 1969, ovvero la riforma Brodolini, in base alla quale si abbandonava definitivamente ogni forma di capitalizzazione; si adottava la formula retributiva per il calcolo della pensione in forma generalizzata, svincolando il calcolo della pensione dai contributi effettivamente versati e legando la prestazione alla retribuzione percepita negli ultimi anni di lavoro (s’introduceva così il concetto secondo cui la pensione è un “reddito di sostituzione” del reddito da lavoro); si istituì la pensione sociale (per i cittadini ultra 65enni sprovvisti di assicurazione, che non avevano un minimo di reddito) e la pensione di anzianità (per i cittadini con 35 anni di contribuzione pur non avendo raggiunto l’età pensionabile); si estese all’assicurazione invalidità e vecchiaia, nei limiti della prescrizione decennale il principio dell’automaticità delle prestazioni; la perequazione delle pensioni, consisteva nella rivalutazione delle pensioni in pagamento in base all’indice dei prezzi al consumo e diventava automatica.

Dal 1975, e fino alla riforma Amato del 1992, la perequazione delle pensioni venne agganciata, oltre che ai prezzi, anche ai salari, consentendo così una tutela effettiva del valore reale delle pensioni.

Questo ha pesato sui conti pubblici, sia per la mancata correlazione tra contributi versati e prestazioni, sia dalle età estremamente basse di pensionamento (negli anni ’70 e ‘80 influirono sull’espansione della spesa pensionistica le c.d. pensioni “baby”).

Nel 1983, il Governo Craxi tentò di affrontare il problema dell’età pensionabile, collegamento percentuale alla retribuzione, retribuzione pensionabile, cumulabilità tra pensione ed altri redditi e formula di indicizzazione, con il progetto approntato dal ministro del lavoro De Michelis che venne respinto già in sede di presentazione in Consiglio dei Ministri nel luglio del 1984. Contemporaneamente, alla Camera dei deputati venne insediata la Commissione Cristofori incaricata di predisporre un testo di riforma che però si protrasse senza esiti fino al 1987. L’intervento specifico, di grande rilevanza, che realizzò, fu la riforma delle pensioni di invalidità, attuata con la legge n. 222 del giugno 1984, che abolì qualsiasi riferimento ai fattori socio economici e stabilì che ai fini della concessione della prestazione era rilevante solo la situazione sanitaria legata alla incapacità lavorativa del richiedente. Il testo venne esaminato in Aula nel febbraio 1987.

Con la legge 8 marzo 1989, n. 88, che prevedeva la ristrutturazione dell’INPS, all’art. 37 venne stabilita l’istituzione della GIAS (gestione per gli interventi assistenziali e di sostegno) e con la legge 2 agosto 1990 n. 233 di riforma della previdenza dei lavoratori autonomi, approvata con il consenso di tutti i partiti, venne equiparata la modalità di calcolo della pensione degli autonomi a quella dei lavoratori dipendenti, anche se i versamenti dei primi erano enormemente inferiori a quelli dei secondi.

La nuova legge disponeva, con effetto dal 1° luglio 1990, che la misura dei trattamenti pensionistici venisse calcolata sulle contribuzioni versate dal 1982 in poi, applicando alla media dei redditi degli ultimi dieci anni (indipendentemente dai versamenti effettuati prima) o al minor numero di essi anteriori alla decorrenza della pensione, un coefficiente di rivalutazione pari al 2% per anno di iscrizione, con un massimo di 40 anni per cui la misura massima della percentuale di commisurazione della pensione al reddito veniva fissata dalla legge nell’80%.

Tutte le riforme del sistema pensionistico italiano dal 1992 in poi hanno messo mano al sistema con il retributivo fino all’arrivo del nuovo metodo di calcolo, il contributivo, che costringeva a lavorare per quarant’anni …. e con un vitalizio più ridotto .

Con la riforma Amato del 1992, iniziò la fase di contrazione con i tagli alla spesa e l’entrata in vigore di requisiti più stringenti per aver diritto alle prestazioni previdenziali che dal 2020 sono due: la pensione di vecchiaia e quella anticipata:

Pensioni di vecchiaia. Le categorie di lavoratori si dividono in due: quanti hanno effettuato il primo versamento entro il 1996 e quanti lo hanno fatto dopo. Per i lavoratori pre-1996, l’accesso alla pensione di vecchiaia è garantito da un’anzianità contributiva minima di 20 anni e una anagrafica che per gli uomini sarà pari a 66 anni e 7 mesi dal 2020. Criterio identico per le donne che però ci arriveranno in maniera graduale partendo dai 62 del 2020. Per i dipendenti post-1996 sono richiesti 20 anni di contributi e gli stessi requisiti anagrafici dei pre-1996, a patto che l’importo della pensione non risulti inferiore a 1,5 volte l’assegno sociale. In alternativa bisogna arrivare a 70 anni e sette mesi con 5 anni di contribuzione “effettiva”.

Pensione anticipata. Dal 2020 ha sostituito la pensione di anzianità: i requisiti – per i lavoratori pre-1996 – prevedono 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Per chi accede al trattamento con meno di 62 anni si applica una riduzione pari a un punto percentuale per ogni anno di anticipo nell’accesso alla pensione rispetto all’età stabilita. La percentuale annua aumenta a due punti percentuali per ogni anno di ulteriore anticipo rispetto a due anni. Per i post-1996 i requisiti contributivi non cambiano, ma non scatta alcuna riduzione del trattamento pensionistico in caso di accesso alla pensione ad un’età anagrafica inferiore a 62 anni (si tratta infatti di lavoratori che beneficiano del calcolo contributivo e non retributivo, quindi più conveniente per lo Stato). E’ possibile accedere alla pensione anche al compimento di 63 anni, da adeguare agli incrementi della speranza di vita, a condizione che risultino versati e accreditati almeno 20 anni di contributi e che l’ammontare mensile della prima rata di pensione risulti non inferiore a un importo soglia mensile pari a 2,8 volte l’importo mensile dell’assegno sociale.
Nel 1992 Per garantire la sostenibilità del sistema, il governo con la Riforma Amato decise il graduale incremento dell’età pensionabile da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini portando la contribuzione minima da 15 a 20 anni. Per la prima volte comparve il divieto parziale di cumulo tra pensione e redditi da lavoro autonomo. Un anno dopo nacque la previdenza complementare.
Nel 1995 con la Riforma Dini si passò dal sistema retributivo a quello contributivo (l’assegno venne calcolato sulla base di quando versato durante la carriera lavorativa) per quanti abbiano iniziato a lavorare dal primo gennaio 1996. Comparve la soglia minima dell’età anagrafica da abbinare ai 35 anni di contribuzione per avere la pensione di anzianità. Vennero tagliati gli importi delle pensioni di invalidità e di reversibilità sulla base dei reali redditi dichiarati.

Con il sistema contributivo l’importo della pensione annua si calcola moltiplicando il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione relativo all’età del lavoratore alla data di decorrenza della pensione. Vengono così introdotti i coefficienti di trasformazione da cui dipendono le aspettative di vita e viene prevista la revisione periodica.

Nel 1997 con la Riforma Prodi il taglio dei costi venne giustificato con la necessità di agganciare l’Italia all’Eurozona per entrare nella moneta unica come fondatore. Il governo dell’Ulivo, quindi, aumentò i requisiti di accesso alla pensione di anzianità per i lavoratori autonomi e dopo aver parificato i pensionamenti anticipati della PA alle pensioni di anzianità erogate dall’Inps decise anche il blocco della rivalutazione dei trattamenti superiori a 5 volte minimo ma si guardò bene di mettere mano alle pensioni d’oro.

Nel 2001 Berlusconi adeguò le pensioni minime e le pensioni sociali portando l’importo minimo a un milione di lire al mese. Nel 2003, poi, arrivò la possibilità di cumulo totale tra pensione di anzianità, liquidata a 58 anni con almeno 37 anni di contributi, con i redditi di lavoro autonomo e dipendente. I lavoratori parasubordinati vennero parificati agli autonomi e contestualmente venne soppresso l’Inpdai inglobandolo all’Inps.

Con la Finanziaria 2004 comparve per la prima volta il contributo di solidarietà – pari al 3% – sui trattamenti superiori a 25 volte il minimo.

Con la Riforma Maroni sempre nel 2004 arrivò lo “scalone” con l’inasprimento dei requisiti per la pensione di anzianità ed innalzamento dell’età anagrafica – a partire dal primo gennaio 2008 – da 57 a 60 anni. Per le donne rimase la possibilità di andare in pensione di anzianità a 57 anni di età e 35 anni di contribuzione, a patto di accettare il calcolo integrale del sistema contributivo. Per incentivare i lavoratori a proseguire la loro attività, poi, arrivò il super bonus del 32,7% per chi rinviava la pensione di anzianità. Con la Finanziaria 2007 – governo Prodi – venne aumentata di cinque punti percentuali la contribuzione dovuta dagli iscritti alla gestione separata dell’Inps.

Nel 2007 con la Riforma Damiano-Padoa Schioppa venne cancellato lo scalone e al suo posto venne introdotto il “sistema delle quote” determinate – dal primo gennaio 2009 – dalla somma dell’età e degli anni lavorati. L’età pensionabile per le donne del pubblico impiego salì, gradualmente, fino a 65 anni. L’aumento iniziò a decorrere dal 2020. Il Tfr, invece, venne rateizzato.

Con la Riforma Fornero del 2020 detta “Il Salva Italia” venne cancellato il sistema delle quote e si estese a tutti il sistema contributivo pro-rata. Venne innalzata l’età minima per la pensione e le donne vennero equiparate agli uomini. Arrivò la fascia flessibile di pensionamento per i lavoratori con riferimento ai quali il primo accredito contributivo decorreva dopo il 1996: 63-70 anni. La Stabilità 2020 introdusse il contributo di solidarietà sugli importi di pensione superiori a quattordici volte il trattamento minimo Inps.

Nel 2020, la Corte Costituzionale dichiarò illegittima la “Riforma Fornero” nella parte in cui prevedeva che “la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici è riconosciuta, per gli anni 2020 e 2020, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo Inps, nella misura del 100 per cento”. La legge di Stabilità 2020 ha avviato una sperimentazione – per il triennio 2020 – in base alla quale i lavoratori dipendenti del settore privato a cui manchino non più di tre anni alla pensione di vecchiaia possono andare in part-time al 40-60%, senza che la busta paga e l’assegno pensionistico subiscano detrazioni.

Dal 2020 in pensione a 67 anni con la legge di stabilità dal 2020 e sono state introdotte nuove norme.

Pensioni vecchiaia pubblico e privato

Miglior broker di opzioni binarie 2020:
  • BINARIUM
    BINARIUM

    Il miglior broker di opzioni binarie!
    Allenamento gratuito!
    Ideale per i principianti!
    Ottieni il tuo bonus di iscrizione!

Like this post? Please share to your friends:
Trading di opzioni binarie
Lascia un commento

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!: