Apple non e piu regina di Wall Street, deve cedere ad Exxon

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Apple non è più regina di Wall Street, deve cedere ad Exxon

Investire in opzioni binarie è sicuramente un modo per rischiare poco e guadagnare tanto, ma per risicare un po’ di più del solito, sarà bene fare delle piccole incursioni anche nel mercato.

In quello americano c’è un evento molto importante del quale erano già disponibili delle avvisaglie nelle settimane e nei mesi scorsi: l’inversione di tendenza dell’incedere di Apple. Il titolo dell’azienda di Cupertino non convince più come quando c’era Steve Jobs e così ci si ritrova a fare i conti con i giudizi perentori degli investitori.

Venerdì, alla chiusura della Borsa di New York, i mercati hanno fatto segnare delle performance settimanali, così buone, che non si vedeva una cosa simile dal 2004. Le maggiori compagnie americane hanno portato a casa degli incoraggianti dati trimestrali. Sicuramente ha avuto un peso positivo la decisione votata alla Camera, di far scivolare fino alla metà di maggio il voto sul tetto del debito.

Un momento che per i mercati si può definire euforico, questo qui. Non per tutti, ovviamente e parliamo proprio di Apple che è stata la nota stonata nell’incedere armonioso di Wall Street. Apple ha diffuso i dati trimestrali e si parla ancora una volta di crescita, ma l’incremento è ben al di sotto delle aspettative e così gli azionisti hanno pensato bene di scatenare le vendite.

Adesso la regina di Wall Street è Exxon a conferma del fatto che il petrolio è sempre, periodicamente, in cima ai pensieri degli investitori.

Tag: wall street

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Banche, l’arte fidelizza i clienti

Posted 2 ottobre 2020 by admin

L’arte contemporanea potrebbe essere un’ottima leva di marketing per le banche. Purché venga ripensata dal basso e in relazione al territorio: da un lato con installazioni e performance nelle piazze, nelle stazioni, negli uffici postali, nei licei per incontrare quei risparmiatori che non sono ancora clienti (d’altronde come nei musei, quasi l’80% delle sterminate collezioni d’arte degli istituti di credito sono chiuse in soffitta).

Dall’altro stringendo alleanze con amministrazioni e imprese per creare hub che faccia incontrare domanda e offerta e crei un mercato intorno all’arte del nostro tempo: un deposito fisico commerciale che manca in Italia e c’è per esempio, a due passi dal confine, in Svizzera.

Michele Trimarchi, economista della cultura e professore all’Università di Bologna, fornisce la sua formula per trasformare l’arte in una leva di fidelizzazione per il credito che invece annaspa tra iniziative spot e sterminate collezioni lasciate in gran parte in soffitta. E troppo spesso vive il rapporto con l’arte come un grande spottone dove applicare un marchio a qualcosa di lontano dalla gente che non si traduce in fidelizzazione.

Domanda. È davvero convinto che l’arte possa essere un volàno per gli affari delle banche?

Risposta. Negli ultimi tre anni, nel pieno della crisi, l’ultima domanda a non essere diminuita è quella di cultura.

Alle banche occorre riacquistare la fiducia dei risparmiatori entrando nel loro spazio urbano con qualcosa che li colpisca: la raccolta degli istituti, d’altronde, la fa la massa critica e non il collezionista fidelizzato.

D. Le grande banche italiane però non sono assenti nel settore: Intesa Sanpaolo possiede 10 mila opere e gestisce musei in proprio. UniCredit sostiene diversi musei con contratti di sponsorizzazione e ha dozzine di edifici storici. Il prossimo sabato gli istituti italiani apriranno al pubblico le porte di 92 palazzi storici in 51 città_

R. È già un inizio, ma manca una strategia. Comprare opere d’arte, finanziare artisti e musei una tantum va bene: ma per fare dell’arte una leva di fidelizzazione è necessario mostrarla sempre e all’interno del percorso urbano: non chiuderla nei palazzi. D’altronde le banche, come i musei, non espongono nemmeno la maggior parte delle opere d’arte che possiedono: nei musei l’80% rimane nei depositi, nelle banche la percentuale si avvicina.

D. Come andrebbe valorizzata allora?

R. Facendo girare le opere d’arte e non solo nelle mostre spot. Esporle nelle università, nelle stazioni, negli aeroporti, alle poste in modo permanente, per esempio. Ma anche finanziando installazioni nelle piazze, nei licei con giochi cromatici, multimediali ripensando cioè l’arte dal basso. Se si esclude la statua di Aldo Rossi dedicata a Sandro Pertini in via Croce Rossa a Milano, e qualche rara eccezione, nel capoluogo lombardo l’arte non è per le strade, è arroccata fuori dal percorso urbano quotidiano (nei musei, nei palazzi che si aprono una volta l’anno_).

Si potrebbe anche affittare alcune opere ai privati come accade in Francia, ma qui la legislazione non lo permette a causa di una riserva moralistica.

D. D’accordo, che le banche le muovano queste collezioni. Ma sul serio è convinto che porterebbe un ritorno concreto, al di là di quello di immagine?

R. Porterebbe clienti, perché farebbe nascere un rapporto di fiducia con l’istituto.

D. Non può però essere l’unica azione_

R. Il mercato dell’arte contemporanea in Italia sta perdendo il passo col resto d’Europa. Per fare numeri servirebbe un’alleanza tra banche, amministrazioni e imprese al fine di creare in Italia un punto di snodo dell’arte contemporanea dove far incontrare domanda e offerta. Servirebbe un deposito commerciale fisico che creerebbe fermento e permetterebbe anche di acquistare in Italia: perché secondo lei tantissime opere d’arte contemporanea, anche italiane, vengono comprate a Londra?

D. Sarebbe un po’ come aprire un outlet: se c’è uno store di grandi marchi la gente esce, guarda e compra?

R. Infatti. Nascerebbe un interesse intorno al genere e un vero e proprio mercato. Per fare un altro esempio, negli Stati Uniti l’80% delle opere d’arte sono finanziate da privati e l’80% di questa fetta proviene da piccole donazioni individuali, non dagli ereditieri.

D. E le banche di media caratura? Come potrebbero muoversi?

R. Le banche «locali» sono totalmente assenti, quando invece sarebbero addirittura avvantaggiate nel ripensare l’arte in rapporto alla società e al territorio di riferimento. D’altronde la Scala e Uffizi sono un’eccezione. I poli della cultura in Italia sono piccoli e frammentati: ripeto i clienti si incontrano nelle piazze, negli uffici delle poste, nelle stazioni e nei licei della città e non solo alla prima della Scala.

FonSai, la lista dei fondi ferma Sator

Posted 2 ottobre 2020 by admin

Assogestioni scende in campo per il prossimo board di FonSai e la coppia Sator-Palladio fa un passo indietro. Oggi il nuovo cda di Premafin “targato” Unipol discute la lista di candidati da presentare alla prossima assemblea di fine mese del gruppo assicurativo sottostante nella quale è all’ordine del giorno il rinnovo del consiglio. Non trapelano indiscrezioni sulle scelte fatte dal gruppo bolognese ma la sensazione è che Unipol, così come ha fatto per Premafin (di cui controlla l’81% del capitale sociale) intenda caratterizzare con i suoi esponenti più rappresentativi il nuovo board di Fonsai, con un taglio netto con la passata gestione manageriale della società. In attesa di conoscere la lista della maggioranza (dovrà essere depositata entro il 4 ottobre) anche gli azionisti di minoranza stanno decidendo il da farsi. La novità, su questo fronte, è costituita da Assogestioni che ha deciso di promuovere una lista di fondi d’investimento per occupare la poltrona destinata alle minoranze nello statuto di Fonsai. L’associazione, nella cui iniziativa si è subito riconosciuta anche Anima sgr – è il nuovo socio importate del gruppo assicurativo con una quota del 2,4% acquisita nel corso del recente aumento di capitale – si appresta a proporre anche un nome di prestigio per la carica. È quello di Giampaolo Galli, ex direttore generale dell’Ania e di Confindustria, profondo conoscitore del mondo assicurativo e delle sue regole. La discesa in campo di Assogestioni ha preso in contropiede i due fondi Sator e Palladio (5% nel capitale sociale della compagnia), che sembravano intenzionati a riproporre con una loro lista Salvatore Bragantini, l’ex commissario della Consob che è stato il punto di riferimento di tutti i fondi istituzionali nella concitata fase finale della Fonsai dei Ligresti . Il nome di Bragantini è stato offerto come rappresentante comune delle minoranze ma, avendo constatato un orientamento diverso, Sator e Palladio hanno deciso di farsi da parte per evitare contrapposizioni nel mondo dei fondi. C’è infine da registrare, sempre ieri, l’annuncio dell’associazione dei consumatori Adusbef di promuovere un class action contro la fusione in programma tra Premafin, Fonsai, Milano Assicurazioni e Unipol assicurazioni. L’iniziativa – spiega una nota – verrà presa «dopo aver studiato profili di illegittimità dell’operazione dello scorso luglio e precedenti che ha comportato pesantissime perdite per i risparmiatori». Adusbef si costituirà «parte civile su delega dei risparmiatori frodati, qualora vengano formalizzati dei capi di imputazione».

La richiesta di aiuti della Spagna pronta sabato

Posted 2 ottobre 2020 by admin

La Spagna sarebbe pronta a richiedere un piano di salvataggio già nel prossimo fine settimana. In una giornata positiva per i mercati, trainati da una Wall Street soddisfatta dai dati sulla attività manifatturiera americana, è ancora Madrid a catalizzare l’attenzione. Secondo l’agenzia
Reuters, Rajoy avrebbe rotto gli indugi, più dell’ok di Bruxelles pesano i dubbi della Germania contraria a sommare il bail out spagnolo a quello greco. «Gli spagnoli sono un po’ titubanti, ma ora sono pronti a chiedere aiuto», ha riferito un alto funzionario europeo citato dall’agenzia.
Per un’Europa che affronta fino in fondo i suoi nodi, c’è un’America che cresce trainata dalle vendite di auto e dalle costruzioni edili, in controtendenza rispetto all’export che scende. Ma sullo sfondo c’è un’economia globale che continua a rallentare, dall’eurozona alla Cina. Tant’è che il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha confermato che l’economia Usa avrà bisogno ancora a
lungo del sostegno di una politica monetaria eccezionalmente espansiva. «Non ci aspettiamo una ricaduta nella recessione — ha detto Bernanke smentendo le voci più pessimistiche — ma questa crescita non basta a ridurre in modo adeguato il livello di disoccupazione. Se continua così verrà a costituirsi una categoria di persone disoccupate in permanenza, o comunque impossibilitate ad esprimere tutto il loro potenziale». Il banchiere centrale Usa ha difeso puntigliosamente la scelta fatta il mese scorso con la terza ondata di quantitative easing, cioè il nuovo round di acquisti di titoli sul mercato, stavolta in prevalenza obbligazioni degli istituti di credito fondiario. L’operazione equivale a creare 40 miliardi di dollari di liquidità aggiuntiva ogni mese, che sommandosi agli acquisti della “operazione twist” arrivano a 80 miliardi al mese. Soprattutto, proseguirà ad oltranza, senza una conclusione all’orizzonte. Il presidente della Fed ha rintuzzato le accuse che gli vengono mosse da destra, cioè da Mitt Romney e altri repubblicani, di creare inflazione e “monetizzare il debito”. I prezzi sono sotto controllo, ha risposto, e le politiche di bilancio non subiscono l’influenza della banca centrale. Bernanke ha risposto anche alle critiche che gli vengono rivolte dall’estero, di perseguire una politica di svalutazione competitiva del dollaro a scapito di altre economie: le più recenti accuse alla Fed sono state pronunciate nei giorni scorsi dalle banche centrali di Cina e Corea del Sud, riprendendo così un cavallo di battaglia del Brasile che aveva denunciato una “guerra delle monete”. Bernanke ha ricordato che il valore della moneta ha due risvolti: il potere d’acquisto interno, che per il dollaro è stabile visto il basso tasso
d’inflazione; poi la parità di cambio verso altre monete, e anche su questo secondo fronte ha detto che «il dollaro è al livello in cui strovava prima della crisi».
Il dato che ha rischiarato la giornata di ieri sui mercati è stato il Purchasing Manager Index americano, salito a 51,5 a settembre contro il 49,6 di agosto. Un dato sopra quota 50 è considerato il sintomo che la produzione manifatturiera cresce. Resta il dubbio però che la domanda interna possa continuare a compensare il calo di quella estera. La World Trade Organization prevede un pesante rallentamento del commercio mondiale quest’anno, con un incremento finale del solo 2,5% rispetto al 5% dell’anno scorso e al 14% del 2020. Altri sono perfino più pessimisti: un istituto olandese, Cpb Netherland Bureau for Economic Policy, calcola che il commercio globale sia addirittura sceso durante i mesi di giugno e luglio.

Bonomi con Tronchetti, vola Camfin

Posted 2 ottobre 2020 by admin

Camfin torna sotto i riflettori di Piazza Affari. Il possibile arrivo di Andrea Bonomi come cavaliere bianco ha scatenato gli operatori, che ieri hanno preso di mira il titolo della cassaforte della Pirelli facendogli guadagnare il 5,38%. Il patron di Investindustrial e Marco Tronchetti Provera starebbero parlando del possibile coinvolgimento del fondo nel braccio di ferro con la famiglia Malacalza. «Si tratta di contatti interlocutori» ha fatto sapere la Mtp Sapa, la cassaforte di Tronchetti, su richiesta della Consob. Non solo con Bonomi ma «con alcuni primari soggetti italiani ed esteri, tra cui anche Investindustrial, che hanno recentemente manifestato il proprio interesse rispetto a ipotesi di partnership, anche partecipativa». Allo stato, tuttavia, ha precisato la società, «non vi sono operazioni in corso o anche solo in via di definizione». I due si stanno parlando, insomma, ma l’eventuale partnership Tronchetti-Bonomi sarebbe ancora tutta da definire.
In Borsa l’idea piace. C’è tuttavia un convitato di pietra al tavolo delle scommesse: la famiglia Malacalza. Pensare che Investindustrial si sostituisca tout court alla famiglia genovese in Gpi e Camfin comprando le loro quote al momento appare difficile. I Malacalza non sono venditori. È anche vero, a quanto risulta, che non c’è un’offerta sul tavolo per la loro quota. Interesse a entrare nella cassaforte della Pirelli, invece, sì. Dunque, in assenza di indicazioni, non si può che ragionare per ipotesi. Partendo da un dato: a gennaio tanto Tronchetti quanto gli ex alleati possono disdettare i patti di sindacato delle due casseforti andando alla scissione di Gpi. Da quel momento tutto è possibile, come sembra indicare la stessa Camfin nella nota, chiarendo che le manifestazioni di interesse «ferme restando le pattuizioni in essere aventi ad oggetti Camfin, rimangono allo stato colloqui privi di concretezza». Il divorzio in Gpi porterebbe in dote a Malacalza il 25,6% di Camfin e a Tronchetti il 24% (con Massimo Moratti e Alberto Pirelli la quota salirebbe sopra il 29,5%). Potrebbe essere una buona base per regolare i conti con un’Opa, partendo da una situazione di sostanziale equilibrio. La cassaforte della Bicocca capitalizza meno di 350 milioni.
Nelle sale operative più d’uno sta ragionando su uno scenario simile e i movimenti visti su Camfin nelle scorse settimane sembrano offrire una sponda a questa ipotesi. Negli ultimi 30 giorni in Borsa è passato di mano quasi il 25% del capitale della cassaforte Pirelli. Ieri è stato scambiato un altro 0,6%. In base ai patti né Tronchetti né Malacalza possono comprare. Qualcuno però si sta muovendo.

Il flop delle nuove srl con un euro di capitale

Posted 2 ottobre 2020 by admin

Avrebbero dovuto essere il toccasana per dare linfa all’imprenditoria giovanile ma le srl si sono ben presto rivelate quello che era troppo facile prevedere prima della loro entrata a regime: un vero e proprio flop. Si tratta di una nuova forma societaria che, in sostanza, si differenzia dalle altre esclusivamente per il mancato pagamento dell’onorario al notaio. Come se fosse questo il vero problema che impedisce ai giovani di svolgere un’attività autonoma. E i costi di gestione e di avviamento? Ordinari. E la possibilità di avere crediti e finanziamenti? Nessuna, salvo esibire garanzie esattamente come nelle situazioni ordinarie? Agevolazioni per assunzioni o nuove attività? Niente di niente. Vediamo il dettaglio.

Opportunità o presa in giro?

Non si riescono a intravedere la positività e i pregi di questa nuova figura normativa. La nuova norma, lanciata dal Governo nel dl liberalizzazioni, che prevede la possibilità, per i giovani under 35, di aprire una srl con solo un euro di capitale sociale è di fatto un flop. Una misura nata per incentivare l’imprenditoria giovanile ma che non sortirà alcun effetto positivo. Da un lato, infatti, si dà la possibilità ai giovani di costituire, senza pagare alcun onorario al notaio, una società a responsabilità limitata con un euro di capitale; dall’altro, è evidente che questa nuova forma di srl non potrà «materialmente» andare a operare perché non riceverà credito dalla banche, non riceverà fiducia dal mercato, da quelli che sono i fornitori.

Quali scenari tra i soci di una srl?

Nota ancora più dolente, potrà creare situazioni fastidiose per quanti in futuro, dopo aver lavorato con queste società, non potranno vedere riconosciuto il proprio credito, proprio per l’esiguità del capitale sociale. Alla fine, visto che è una società che potrà vivere solo sulle garanzie personali dei soci che le banche naturalmente stanno già chiedendo, sarà solo una società come le altre e partorirà la pia illusione di poter fare qualcosa di semplice, che in realtà semplice non è.

Come funziona una srl?

Per la costituzione si va dal notaio, il notaio costituirà la società su base di atto costitutivo standard (in base a quanto disposto dal decreto di giugno), i soci devono aver versato il capitale sociale (da 1 a 9.999 euro), gli amministratori devono essere scelti tra i soci (in caso contrario si pagherà l’onorario del notaio, qualora gli amministratori fossero esterni), e il notaio provvederà a depositare l’atto alla Ccia. Il problema della Srl semplificata non sono i costi, visto che tra quella ordinaria e la semplificata si risparmierà solamente l’onorario del notaio (da1.500 a 2 mila euro dato un capitale standard di 10 mila euro) ma la patrimonializzazione e la responsabilità verso terzi. Chi avrà interesse a contrattare con una srl i quali soci risponderanno delle obbligazioni assunte fino al limite di 1 euro? Quale Istituto di credito, senza garanzie reali (visto che le personali alle banche già servono poco in caso di srl ordinarie), aprirà anche una minima linea di affidamenti? Si può fare impresa se gli imprenditori non hanno nemmeno un minimo di capitale da versare e 1.500 euro da corrispondere al notaio? Sono queste le barriere di ingresso al mondo imprenditoriale, o piuttosto le barriere arrivano dal sistema creditizio e di tassazione?

Quali costi per l’avvio?

Dall’analisi dei costi complessivi per la fase di start up di una srl, fatta dalla nostra Fondazione Studi, emerge un costo complessivo non inferiore a 8 mila euro scaturente dagli oneri di iscrizione presso i vari Istituti e dalle relative tasse governative. Mentre non si pagano onorari per la costituzione presso il notaio.

Correntista depresso? Paga l’istituto

Posted 2 ottobre 2020 by admin

Il correntista è ansioso? Magari insonne o depresso? O con tratti di megalomania? Può meritare un risarcimento dalla banca per gli investimenti effettuati in Borsa, dai risultati questi sì certamente deprimenti. A sancirlo è la Corte di cassazione con la sentenza n. 16674 della Prima sezione civile depositata ieri. I giudici si sono trovati a fare i conti con la richiesta di indennizzo avanzata da un correntista di Banca Popolare dell’Adriatico che lamentava le pesanti perdite subìte per effetto dei contratti di acquisto di futures su bund e notionel. Operazioni per effetto delle quali aveva visto estinguersi l’intero patrimonio mobiliare detenuto.
Una situazione forse comune, ahimè, ad altri risparmiatori alle prese con l’altalena degli andamenti di borsa, ma alla quale l’investitore sfortunato aggiungeva una peculiarità, quella di reclamare nei confronti del responsabile della sim una condanna per circonvenzione di incapace. Dove l’incapace era il medesimo correntista che, sosteneva, proprio nel periodo di effettuazione degli acquisti più rischiosi, lamentava una «sintomatologia psichicamente rilevante». I sintomi? Appunto ansia, insonnia, depressione e megalomania.
La Corte d’appello di Milano (in questo confermando la sentenza del giudici di primo grado) condannò la banca al pagamento di oltre 15 miliardi di lire. Una decisione maturata per effetto di tutta una serie di argomentazioni. Tra le quali però trova anche posto una forte inadempienza dell’istituto di credito rispetto alle scelte del cliente. Invitando, tra le righe ma neppure troppo, la banca a svolgere un ruolo di fiancheggiamento psicologico. Perché la situazione era sicuramente anormale, visto che il cliente a febbraio del 2004 perdeva 4 miliardi e solo 3 mesi più tardi era in rosso di oltre 14 miliardi.
La banca avrebbe allora dovuto mettere il patrimonio di esperienza tecnica a disposizione del correntista. Con l’obiettivo di renderlo più consapevole dei rischi delle operazioni assunte e a limitare il pericolo di perdite. Insomma, la banca avrebbe dovuto una sorta di funzione maieutica nello stimolare condotte virtuose da parte del risparmiatore, invitandolo a tenere condotte più adeguate al profilo di rischio. Troppo fumoso? Può darsi, ma poi i giudici provano anche a precisare, sottolineando come il cliente avrebbe dovuto essere “costretto” a sottoscrivere moduli di conferimento di incarico e specifiche autorizzazioni per ogni singola operazione.
È vero che le operazioni in derivati non sono di per sè stesse inadeguate, ma il giudizio va effettuato sempre in concreto con riferimento anche, traspare, alla personalità del correntista stesso.

Corallo, esposto contro Bonomi guerra legale per i giochi d’azzardo

Posted 2 ottobre 2020 by admin

Tra i 450 e i 770 milioni di euro di danni. La richiesta è di quelle pesanti e segna l’apice dello scontro tra la BPlus di Francesco Corallo e la Investindustrial di Andrea Bonomi. La richiesta è stata depositata presso l’Alta corte di giustizia di Londra e probabilmente servirà per chiarire una volta per tutte la querelle che oppone i due contendenti nel mondo del gioco d’azzardo italiano. E le controversie giudiziarie potrebbero essere anche tra i motivi che stanno spingendo Andrea Bonomi a ridefinire il suo ruolo in Bpm, di cui oggi è azionista e presidente del consiglio di gestione, e a valutare un possibile impegno al fianco di Marco Tronchetti Provera in Camfin.
Bonomi attraverso il suo fondo di investimenti, è uno dei soci della catena di controllo non solo della Cogetech, ma anche della Snai, due importanti player del settore del gioco. Nel dicembre 2020, la BPlus ha depositato un esposto alla procura di Roma contro i Monopoli di Stato per aver permesso a Investindustrial, già azionista di Cogetech di entrare, seppure indirettamente, anche nel capitale di Snai, insieme
con la Palladio Finanziaria di Roberto Meneguzzo e Giorgio Drago. Dal canto suo, Bonomi, una volta salito al vertice della Popolare di Milano ha presentato, in qualità di legale rappresentante dell’istituto, una querela alla procura di Milano contro ignoti per permettere alla banca di costituirsi parte civile nella vicenda dei finanziamenti “facili” concessi dall’ex presidente, Massimo Ponzellini, ma che nei fatti si riferisce quasi esclusivamente all’esposizione della banca verso BPlus.
L’inchiesta dei magistrati, Roberto Pellicano e Mauro Clerici, punta a far luce sui legami tra i vecchi vertici di Bpm e alcune società, fra le quali la BPlus e la Sisal: avrebbero ricevuto affidamenti da parte della banca milanese in cambio di presunte “mazzette”. L’esposto di Bonomi potrebbe neutralizzare i due concorrenti nel settore dei giochi perché metterebbe a rischio il rinnovo della concessione, con un risvolto economico non indifferente. Il mercato ha un valore stimato di circa 90 miliardi di euro e una buona fetta è occupata proprio dalla BPlus e dalla Sisal. Secondo le accuse depositate a Londra, invece, Bonomi, come presidente della Bpm, si sarebbe macchiato dei reati di calunnia e avrebbe commesso atti illeciti, omettendo le comunicazioni al consiglio di amministrazione per non aver sollevato nei luoghi opportuni i suoi conflitti di interesse nel mondo dei giochi. Reati che ricadono anche nel penale. Nelle riunioni in cui sono stati presi i provvedimenti contro i suoi concorrenti, Bonomi si sarebbe dovuto astenere. Resta poi il nodo dei 150 milioni di euro che la Bpm ha prestato a BPlus. La società, grazie agli incassi dei giochi, ha ripagato quasi tutto il prestito, circa 120 milioni, ma si trova ad avere vincolata una garanzia pari all’intero importo di 150 milioni pur dovendo ancora restituire poco più di 30 milioni. Anche qui il braccio di ferro potrebbe finire in un aula di Tribunale.

Mps rompe con i sindacati sui tagli

Posted 2 ottobre 2020 by admin

Mps chiude il dossier Biverbanca ma vede riaprirsi quello sull’esternazionalizzazione di 1.600 lavoratori. Le rappresentanze sindacali gridano allo sfascio e annunciano scioperi contro la cessione delle attività di back office (consorzio servizi, rete e società di gruppo) già annunciata nel piano di riassetto per risparmiare 2.400 buste paga; la banca spera di chiudere a giorni con la “cessione” dei soli dipendenti del consorzio servizi (1.600), ma è pronta a procedere senza accordo con lavoratori.
Alla scadenza della procedura non c’è stata fumata bianca. I sindacati avevano proposto misure volontarie per risparmiare i 90 milioni preventivati dall’azienda, ma le loro ipotesi colmavano metà della somma. E la controproposta del Monte, di limitare le esternazionalizzazioni ai 1.600 dei servizi, sono state rigettate. Il segretario Fabi, Lando Sileoni, ha detto: «Colpa di Mps,
che intende fare da apripista per esternalizzare lavorazioni e lavoratori che ritiene in esubero. Se passa il disegno è l’inizio della fine della categoria, con migliaia di esternalizzati in ogni gruppo». Sileoni cita «le ambizioni di chi vuole ritornare nel giro che conta calpestando i diritti dei lavoratori », allusione al presidente di Mps, Alessandro Profumo.
Un tassello invece sistemato, verso il piano 2020, è la cessione del 60,4% di Biverbanca a 203 milioni, abbozzata a giugno con Cassa di risparmio di Asti ma che s’era arenata per la perplessità degli altri soci sulla scissione pro quota del 2,1% dei titoli Bankitalia detenuti dal gruppo di Biella-Vercelli. Ieri gli astigiani hanno accettato le modifiche del Monte, che lasciano a Biver tutta la quota della vigilanza, salvo riavere fino a 100 milioni di euro se entro un decennio legislatore e Tesoro compissero il riassetto degli assetti proprietari di Via Nazionale, e ne sortisse una rivalutazione. Oltre all’incasso, che può avvenire anche in quote Bankitalia, Mps riduce il personale di 700 unità.
Sullo sfondo resta l’instabile azionariato: ieri fondazione Mps ha detto di avere ceduto sul mercato, a settembre, metà del 2,85% della banca «libera da vincoli» (le resta il 33,5%), per rimpinguare liquidità e risorse «nel medio termine ». Incasso 41 milioni, e una ventina di minusvalenze.

Offensiva dell’Unione europea contro Apple

Posted 2 ottobre 2020 by admin

La guerra di nervi di Apple e Unione europea sulla garanzia limitata ad un anno per i prodotti della Mela, sale di un altro gradino. Viviane Reding, vicepresidente e responsabile Giustizia di Bruxelles, ha scritto a 27 ministri europei denunciando la consuetudine di Apple ad applicare una tutela limitata a 12 mesi contro i 24 imposti dalle norme Ue.
«Apple — scrive Viviane Reading — ha fatto ricorso a inaccettabili pratiche di marketing». Al centro della querelle, avviata proprio dall’Antitrust italiano a dicembre e sfociata in un’ammenda da 900 mila euro, ci sono i diritti dei consumatori che si infrangono contro la garanzia di un solo anno riconosciuta da Cupertino per i propri prodotti. Secondo Apple la riparazione o sostituzione gratuita dell’hardware non possono estendersi oltre i dodici mesi se non a pagamento: in pratica un anno in più di garanzia (gratuito, invece, per la legge europea) costa 59 euro per un iPod Touch, 69 nel caso di un iPhone e 79 euro per un iPad. Una regola che Apple adotta anche nel resto del Vecchio Continente.
Il caso esploso in Italia ha fatto scuola e ha contagiato pure gli altri Paesi dell’Unione, dove si stanno sollevando proteste e dubbi sulla politica di garanzia del colosso Usa. «Guardando all’Italia — osserva infatti Reding nella lettera ai ministri — emerge che i rivenditori, per far sembrare più attraenti le garanzie offerte, evitano di fornire ai consumatori informazioni chiare, vere e complete sulla garanzia legale di cui beneficerebbero, senza spese, in base alla normativa europea».
Per questo il commissario Ue chiede che le vengano segnalati casi analoghi «per far sì che i consumatori abbiamo fiducia che i loro diritti siano garantiti allo stesso modo in tutta la Ue» ed annuncia che a breve uscirà il primo rapporto sulla messa in atto della Direttiva che si occupa di pratiche commerciali sleali. Apple oggi in Borsa vale circa 633 miliardi di dollari. Ma alle sue spalle, per capitalizzazione, è avvenuto uno storico sorpasso: proprio ieri Microsoft, con 248,7 miliardi di dollari ha ceduto il passo a Google che ha raggiunto i 249,2.

Ma sugli scontrini primi successi e ora arriva l’anagrafe bancaria Befera: “L’Italia ci deve sostenere”

Posted 2 ottobre 2020 by admin

DA UNA parte c’è Mario Monti, che dice “il problema non è la differenza tra destra e sinistra, ma tra chi paga le tasse e chi le evade”. Dall’altra parte c’è Silvio Berlusconi, che urla “Equitalia pratica vere e proprie estorsioni”. In mezzo, c’è un abisso in cui precipitano tutti: gli onesti tartassati, che sopportano eroicamente una pressione fiscale ormai prossima al 45%, e i disonesti imboscati, che evadono ogni anno 260 miliardi di imposte. Così il “circolo virtuoso” fatica ad innescarsi, come lo stesso Befera ha spiegato pochi giorni fa ai parlamentari della Commissione finanze della Camera. Quel circolo «che porta, passo dopo passo, alla conquista di una cultura della legalità fiscale che troppo spesso è mancata nel Paese».
«L’evasione, insieme alla corruzione, resta una grande piaga nazionale». Nel bunker di Via Cristoforo Colombo, sede di Equitalia, questo è un teorema irrinunciabile, ma assolutamente dimostrabile. Rispetto al quale, le parole del premier risuonano come uno scudo prezioso: servono a mettere l’istituzione al riparo, almeno sul piano politico, dagli attacchi della destra populista e della sinistra antagonista. Befera può essere grato al presidente del Consiglio, come lo fu nella scorsa primavera, quando Monti andò personalmente a Equitalia, proprio nei giorni in cui fioccavano gli attentati e le intimidazioni. In questi mesi la pressione si era allentata, gli episodi di violenza erano scemati. Ma le parole dissennate e irresponsabili del Cavaliere non aiutano. E allontanano l’obiettivo che Befera dichiara solennemente di voler perseguire, anche di fronte al Parlamento: «Mi aspetto che la lotta all’evasione, più che la “mission” istituzionale dell’Amministrazione finanziaria, sia un obiettivo condiviso dalla società civile, e che le attività di controllo non siano più percepite come forme di invasiva intrusione nelle realtà private, ma siano accettate serenamente, al pari di altre forme di controllo dello Stato».
Equitalia ha commesso i suoi errori. Befera non li nasconde. Ma ha cercato di ridimensionarli, e di rimediare. É aumentato fino al 50% del totale il numero di mediazioni andata a buon fine con i contribuenti. É cambiata la norma sui crediti fiscali non pagati inferiori ai 2 mila euro, per i quali si possono fare solo due solleciti. Quest’anno si sono ridotti da 188 mila a 22 i blocchi amministrativi dei veicoli e da 29 mila a 2.700 le ipoteche. Parlare di “estorsioni”, in un Paese che secondo la Banca d’Italia continua a registrare
un’evasione Iva superiore al 30%, è assurdo. Qualcosa si potrà e si dovrà ancora fare, anche sul piano legislativo, «per rendere davvero illuminata l’Amministrazione finanziaria», come vuole Befera.
Ma la lotta all’evasione deve continuare. «É una tappa nevralgica per il Paese». Befera ne è convinto. E proprio in questi giorni sta mettendo a punto la strategia d’autunno. Sulla sua scrivania c’è una cartellina, che riassume alcuni numeri-chiave. Il primo dato saliente riguarda l’andamento del recupero di evasione: nei primi otto mesi siamo a quota 7,2 miliardi. A fine anno la previsione è di 12,9 miliardi, contro i 12,7 del 2020. Un obiettivo giudicato “realistico”, come lo è quello fissato per il 2020, quando il recupero dovrebbe viaggiare verso i 13,2-13,5 miliardi. Il secondo dato saliente riguarda l’andamento delle entrate tributarie. In attesa dell’aggiornamento su agosto, nei primi sette mesi del 2020 c’è stato un aumento del gettito complessivo pari al 4,7%. Il gettito Iva si è ridotto invece dell’1,5%. «E’ il costo della recessione che incide sui consumi e sui versamenti ». Ma qui Befera e i suoi tecnici fanno una scomposizione ulteriore delle cifre, che fornisce un saldo sorprendente: nello stesso periodo, i versamenti Iva nel commercio al dettaglio (dai bar ai ristoranti) sono aumentati del 9%, e quelli sull’Iva nei servizi a terzi e a persone (dai centri benessere ai parrucchieri) sono aumentati del 4%.
Come si spiega questo scostamento? Befera e i suoi non hanno dubbi: è “l’effetto Cortina”. Sia pure a fronte di un calo generalizzato dell’attività economica, i commercianti hanno rilasciato più scontrini, mentre i professionisti e gli artigiani hanno emesso più fatture. (come confermano anche le ultime statistiche di Findomestic). Tradotto nel gergo erariale: c’è stato un rilevante aumento della “compliance fiscale”, cioè della propensione dei contribuenti ad adempiere ai propri doveri. E questa propensione non può che nascere dall’effetto- deterrenza dei blitz compiuti dalle Fiamme Gialle nella “perla delle Dolomiti”, e poi sulle Costiere di Positano e di Taormina, o nei locali della movida milanese e romana. Per questo, nonostante le polemiche falso- garantiste dell’estate, i blitz di Equitalia continueranno anche nei prossimi mesi. «L’evidenza empirica dimostra che funzionano ». Dunque, non c’è ragione di interromperli.
Ma ci sono altre due “armi”, che Befera sta affinando e che sono pronte per l’offensiva antievasione di fine 2020-inizio 2020. La prima arma è il redditometro: ormai tutto è pronto per l’avvio del nuovo strumento, che sarà operativo dal mese di ottobre, e che con quasi 100 nuove voci dovrebbe consentire una significativa emersione di materia imponibile nell’area degli “invisibili” nel lavoro autonomo. La seconda arma, ancora più incisiva, sarà l’Anagrafe dei conti correnti. Befera sta perfezionando gli ultimi dettagli con il Garante per la Privacy, che ha chiesto la creazione di un “canale informatico riservato” per la trasmissione e la gestione dei dati bancari, proprio
per tutelare i diritti dei contribuenti. Equitalia ha inviato il piano agli uffici di Antonello Soro. Manca solo il suo via libera, e a quel punto l’Amministrazione finanziaria potrà avere accesso diretto ai depositi bancari di tutti i cittadini “sospetti”. L’operazione scatterà con l’inizio del prossimo anno: secondo il timing di Befera, dal primo gennaio tutte le banche inizieranno a trasmettere all’Agenzia delle Entrate i tabulati con la movimentazione bancaria di tutti i clienti. E il Fisco, sulla base di questa documentazione, potrà chiedere tutti i chiarimenti
del caso.
C’è chi grida allo scandalo. Chi evoca il Grande Fratello. Qualche preoccupazione è legittima. Befera giura che non ci saranno abusi né violazioni alla riservatezza. Vedremo. L’evasione fiscale, come sostiene anche Monti, è davvero “una guerra”. E dunque, “a la guerre comme a la guerre”. Vale la pena di combattere. “A regime”, cioè quando tutto questo armamentario sarà in campo, i tecnici assicurano al capo di Equitalia che il recupero di evasione, anno su anno, può crescere di almeno 3 miliardi. Sono tanti, per un Paese che non ha risorse e si è impegnato al pareggio di bilancio. Ma è importante, e di questo anche Befera è consapevole, che tanto recupero di evasione a danno dei disonesti cominci a tradursi fin da subito in qualche tangibile ritorno nelle tasche degli onesti. Usare tutto il gettito riemerso per finanziare la rinuncia definitiva all’aumento delle aliquote Iva, a questo punto, può non bastare. Potrebbe rivelarsi più utile dirottare quelle risorse: lasciare cioè che aumenti l’Iva, e impiegare i 6,5 miliardi di imposte recuperate per ridurre l’Irpef in busta paga.
Toccherà a Monti decidere. Befera può solo continuare la sua “buona battaglia” per la legalità. A chi gliene chiede conto, oggi, rimanda a ciò che ha detto ai deputati della Commissione finanze: «Mi aspetto che qualcosa, nella cultura del nostro Paese, possa cambiare, Mi aspetto quell’evoluzione culturale che, se già appartiene a tanti, ancora non appartiene a tutti». É una tara storica. «In Italia il contribuente non ha mai sentito la sua dignità di partecipe alla vita statale: il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato, e non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana… Una rivoluzione di contribuenti in Italia, in queste condizioni, non è possibile per la semplice ragione che non esistono contribuenti». Questo potrebbe essere benissimo Attilio Befera, ottobre 2020. Ma non lo è. È Piero Gobetti, luglio 1922.

Monti: “Intolleranza per gli evasori” L’Fmi denuncia: troppe tasse sul lavoro

Posted 2 ottobre 2020 by admin

Evasori: nemico pubblico numero uno, contro i quali gli italiani devono sentirsi uniti. Altro che separazione tra destra e sinistra, la vera linea di demarcazione viaggia sul crinale che separa chi paga le tasse da chi non le paga. Il premier Mario Monti apre la campagna d’autunno con queste parole pronunciate ieri al Forum della cooperazione internazionale e invita a «spostare il fronte dell’intolleranza », che oggi separa chi è di «destra e di sinistra», tra chi paga le tasse e chi no. «Due partiti», per Mario Monti, che esistono nel nostro paese, quello di chi paga «assolvendo ai propri doveri di cittadino» e quello degli evasori. Parole che evocano l’idea di un ampio fronte volto a unire gli italiani nella lotta per la moralizzazione e il risanamento del paese e che rimandano alle osservazione fatte nei giorni a New York dallo stesso Monti sulle tasse. «Andate in Italia, in qualsiasi luogo pubblico — disse — e vedrete che il semplice divieto di fumare viene rispettato al cento per cento dagli italiani, vorrei che la stessa cosa avvenisse per le tasse… ». Se sul fronte della lotta all’evasione il governo è determinato, non altrettanto disponibile sembra tuttavia su quello della riduzione delle tasse sebbene il fabbisogno sia in netto calo (nei primi nove mesi dell’anno è sceso del 22,8 per cento, rispetto allo stesso periodo del 2020, attestandosi a 45,5 miliardi). «Del fondo taglia tasse si occuperà il prossimo governo», ha annunciato il sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani. Vengono dunque rispediti al mittente gli emendamenti alla delega fiscale, presentati da Pd e Pdl in Parlamento, che chiedevano di vincolare il gettito della lotta all’evasione al finanziamento del fondo per la riduzione della pressione fiscale e in buona sostanza di ridurre tasse sul lavoro e bassi redditi.
Come pure non si potrà dar corso alle osservazioni del rapporto dell’Fmi sulla delega fiscale, presentato proprio ieri, che denuncia il «silenzio» del provvedimento «sull’alto carico fiscale che grava sul lavoro» e chiede implicitamente una riduzione visto il maggior carico su Iva e imposte indirette.
Il governo non sembra però intenzionato ad alimentare il Fondo, né a crearne uno nuovo, né tantomeno ad anticiparne l’operatività posta dal precedente esecutivo — come ha sottolineato Ceriani — nel 2020. Resteranno dunque deluse le aspettative di Pd, sindacati e Confindustria che chiedono una riduzione della pressione fiscale giunta al 45 per cento. Tant’è che ieri il segretario della Cgil Susanna Camusso è tornata alla carica:
«Monti dice bene: pagare le tasse non deve essere un optional e sono d’accordo con Squinzi il peso fiscale è troppo alto».
L’attenzione del governo non cala invece sulla riforma del catasto e sull’Imu che tornerà nelle tasche dei Comuni con la prossima legge di stabilità. «Faremo la delega attuativa prima della fine della legislatura e avvieremo la riforma del catasto», ha detto Ceriani che ha anche auspicato un rapporto meno conflittuale tra fisco e contribuenti e proprio ieri l’Agenzia delle entrate ha inaugurato un canale
YouTube per aiutare i contribuenti con il fisco fai da te.

Advisor, il dossier Snam dà il primato a Mediobanca

Posted 2 ottobre 2020 by admin

L’operazione di scorporo di Snam da Eni mette il sigillo sulle classifiche Thomson delle fusioni e acquisizioni per gli advisor. Il deal con il quale il colosso energetico ha scorporato la rete trasferendola alla Cassa Depositi e Prestiti ha influenzato i ranking parziali dei primi nove mesi dell’anno grazie alla valutazione record di 4 miliardi di euro.
Nella classifica per valore delle operazioni annunciate (cioè quelle per le quali non è stato ancora completato il processo di vendita, ma che possono dare un’idea del trend attuale dell’M&A) ai primi posti tra gli advisor finanziari si collocano Mediobanca, Rothschild, Goldman Sachs, seguiti da Morgan Stanley, Banca Imi-Intesa Sanpaolo e Lazard. Per numero di operazioni si segnalano tra i consulenti finanziari anche Leonardo & Co, Kpmg e UniCredit, ben posizionata sui deal crossborder. Fa poi il suo ingresso nelle classifiche anche la banca d’affari giapponese Nomura, che ha assistito il colosso nipponico delle Tlc Ntt Docomo nell’acquisizione di Buongiorno.
Tra le altre operazioni, di circa un miliardo, che hanno fatto la differenza nei primi nove mesi ci sono state poi Ducati (comprata da Audi), il gruppo Costanera (ceduto da Atlantia a un fondo pensione canadese), la fusione Unipol-FonSai piu altre transazioni minori per valore come il riassetto di Igli-Impregilo, la cessione di una quota di Hera al Fondo strategico italiano o la ristrutturazione di Seat Pagine Gialle. Ben differente, invece, la classifica degli advisor sul versante delle operazioni già totalmente completate. Su questo fronte sale infatti ai primi posti tra i consulenti Banca Imi-Intesa Sanpaolo (con un controvalore di circa 12 miliardi di dollari) davanti a Lazard, Leonardo & Co, Rothschild e Deutsche Bank. Compaiono tra i primi anche Bnp Paribas, Societe Generale, Credit Suisse (tra i primi però nei ranking per commissioni ottenute sulle transazioni) e Bank of America-Merrill Lynch. Sui deal completati ha avuto un effetto determinante il riassetto di Edison (trasferita alla francese Edf) che complessivamente vale circa 7 miliardi di euro. Tutte le prime dieci banche d’affari nella classifica dei deal completati hanno infatti avuto un ruolo nella riorganizzazione del gruppo energetico di Foro Buonaparte. Complessivamente il mercato italiano nei primi nove mesi appare comunque in contrazione per le banche d’affari rispetto allo scorso anno con un controvalore per circa 10 miliardi di euro. Si tratta di un mercato con scarso M&A puro e dominato da riassetti pubblici (quindi con commissioni abbastanza ridotte per gli advisor) come dimostra l’acquisizione da parte della Cdp della rete gas da Eni. E anche nei prossimi tre mesi il trend sembra in questa direzione, visto che si attende la conseguenza sulle classifiche della riorganizzazione che porterà altre società pubbliche come Fintecna e Sace sotto il controllo della stessa Cdp.

Investimenti in calo, la recessione pesa sul private equity

Posted 2 ottobre 2020 by admin

È stato un semestre cupo per il private equity e venture capital che ha accusato investimenti in calo del 43% rispetto allo stesso periodo del 2020 per un totale di 868 milioni di euro e dell’8% per il numero di operazioni, pari a 147 deal. Un trend che rispecchia l’andamento dell’economia ancora in fase recessiva. In uno scenario di luci e ombre, segnali positivi sono arrivati dalle start up, le nuove imprese che si sono concentrate nei settori computer, mediacale, media & entertainment: in questo caso, incrementi sono stati messi a segno sia sul fronte degli investimenti sia del numero delle operazioni.
Dai dati semestrali elaborati dall’Aifi, l’associazione del private equity e venture capital e da PriceWaterhouseCooper, emerge un settore che come il resto dell’economia risente delle tensioni della zona euro, in particolare del sud Europa, al punto da mettere in fuga gli investitori esteri per timore della tenuta dell’euro. Tensioni che si stanno stemperando da quando la Bce ha garantito l’acquisto di bond dei Paesi periferici, mossa che potrebbe ridare fiato ai mercati finanziari e di conseguenza al private equity per il quale a fine anno si prevedono comunque livelli al di sotto di quelli toccati nel 2020.
In questo clima attendista, le società di private equity possono contare su un portafoglio di 6,2 miliardi di euro con investimenti attivi per 1,2 miliardi, risorse utili per fare ripartire l’economia italiana. «Il settore può giocare un ruolo importante per aiutare la ripresa dell’economia – ha sottolineato Vincenzo Cipolletta, presidente dell’associazione italiana del private equity e venture capital (Aifi) -. Diamo atto al governo di avere intrapreso la strada giusta. In un momento difficile come quello che stiamo vivendo, è necessario che il capitale di rischio vada a sostituire in parte il debito nel finanziamento alle imprese, affinché queste riprendano a crescere, grazie anche all’apporto che gli operatori sono in grado di fornire in termini di capacità gestionale».
Un ruolo attivo è stato giocato dal Fondo italiano d’investimento che ha portato a termine una decina di operazioni mentre sono 56 gli operatori che hanno chiuso almeno un deal nel semestre. Negli altri segmenti l’attività segna un calo. Nelle operazioni di minoranza a sostegno dei programmi di sviluppo sono stati investiti 253 milioni di euro in 54 operazioni, con una contrazione del 9% e 27%. Valore pressoché dimezzato per le operazioni di buy out (acquisizioni di quote di maggioranza o totalitarie), con 512 milioni di euro (-56%) investiti per 32 operazioni (+19%), un segnale che si fanno più operazioni ma di entità inferiore. Energia e utilities sono i comparti con il maggior numero di investimenti, seguiti da servizi industriali e medicale. La difficile congiuntura ha frenato anche i disinvestimenti per i quali si attende una ripresa del mercato e delle quotazioni prima di procedere alla cessione della partecipazione: il controvalore si è fermato a 141 milioni di euro contro 2,337 miliardi dello scorso anno quando erano state realizzate alcune singole dismissioni di dimensioni elevate, totalmente assenti nel primo semestre di quest’anno.

Mps-CrAsti, c’è l’intesa per Biver

Posted 2 ottobre 2020 by admin

Montepaschi trova l’accordo con Cassa di Risparmio di Asti per mandare in porto la cessione del 60,4% di Biverbanca. Il gruppo senese annuncia anche la chiusura senza un’intesa della procedura di confronto con il sindacato su esternalizzazioni, esuberi e integrativo aziendale. Intanto, la Fondazione Mps cede l’1,41% di Banca Mps e incamera 41,5 milioni, per «salvaguardare il proprio equilibrio finanziario».
Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, presidente e amministratore delegato della banca di Rocca Salimbeni, ieri in conferenza stampa a Siena dopo aver incontrato le categorie economiche locali, parlano dell’affare Biver come di un «tassello importante nel programma di cessione di asset previsto dal piano industriale» e si dicono «certi che sarà raggiunto l’obiettivo di riduzione strutturale dei costi». Così come si dichiarano fiduciosi che, una volta arrivato il parere con le indicazioni di Bruxelles, «l’emissione di 3,4 miliardi di Monti-bond potrà realizzarsi entro l’anno».
L’accordo con Asti (si veda Il Sole 24 Ore di venerdì) accantona l’ipotesi di scissione della quota detenuta da Biver in Bankitalia (2,1%). Al suo posto, sarà integrato il prezzo della transazione (fino a un massimo di 100 milioni), purché nei dieci anni successivi al closing sia possibile valorizzare la partecipazione e metterla a patrimonio di vigilanza. Se queste condizioni si realizzeranno nei tre anni, l’integrazione di prezzo potrà essere sostituita dal trasferimento di quote del pacchetto Bankitalia. Con questa mossa, Siena esce dallo scacco delle Fondazioni di Biella e Vercelli e chiude una partita importante: incassa tra 2 e 300 milioni e “dimagrisce” di 700 dipendenti.
Ma col sindacato è muro contro muro. Non c’è accordo e la banca fa sapere di voler procedere alla cessione dell’attività di back office. «Il tempo per raggiungere un’intesa si sta esaurendo», dice Viola, mentre il segretario generale della Fabi, Lando Sileoni, attribuisce tutta la «responsabilità della rottura all’azienda», impegnata nel ruolo di «apripista dell’intero sistema sul fronte delle esternalizzazioni».
Sulla delega ad aumentare il capitale per un miliardo, che l’assemblea di Mps darà al cda il 9 ottobre, Profumo spiega che il passaggio era ineludibile (per avere il via libera dell’Eba sui parametri patrimoniali) e la «modalità tecnica sarà vantaggiosa per tutta la base azionaria». Al momento di procedere all’aumento, dopo il 2020, dice il presidente, «valuteremo anche la compatibilità del limite al 4% del diritto di voto», che oggi riguarda tutti tranne la Fondazione. Il cui leader, Gabriello Mancini, sottolinea come il documento programmatico triennale «sia stato approvato venerdì scorso all’unanimità, dopo un intenso lavoro che ha impegnato l’organo d’indirizzo». Senza spaccature.

Parte il ricollocamento del 3,8% di Mediobanca

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